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Il keynesismo di Mattarella

Conte Mattarella

Tra le righe del discorso di fine anno del presidente della Repubblica uscente, Mattarella, un messaggio per gli adoratori del libero mercato: le istituzioni non vanno demonizzate.

 

Caro direttore,

mentre ascoltavo il discorso di fine anno del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ho deciso di scriverle un messaggio di auguri unito a una riflessione su alcune delle parole pronunciate dal nostro capo dello Stato.

Mi ha colpito un passaggio in particolare, che ha avuto per oggetto il tema del ruolo dello Stato nell’economia, che sappiamo essere un argomento molto delicato, che divide i partiti al governo e che genera tanta confusione nell’opinione pubblica.

OSSERVARE LA REALTÀ

Mattarella ha iniziato con una premessa oltremodo importante in questi tempi di crisi: “Occorre naturalmente il coraggio di guardare la realtà senza filtri di comodo”. Purtroppo però la realtà è sempre più amara di ciò che i nostri occhi vorrebbero farci vedere e non è sempre facile comprenderne la complessità. Una volta un saggio direttore di un giornale mi disse: “La realtà è più complessa delle nostre idee”. E io sono assolutamente d’accordo con questa affermazione. Quindi la realtà non solo va osservata attentamente ma va anche tenuto presente che il nostro cervello potrebbe non essere in grado di comprenderla appieno. Per questo, è sempre valido il principio secondo cui più si dubita e più si è saggi.

LE ORRIDE DISUGUAGLIANZE

Se osserviamo il nostro sistema economico con attenzione, ha detto Mattarella, notiamo che “alle antiche disuguaglianze la stagione della pandemia ne ha aggiunte di nuove”. Il presidente della Repubblica ci mostra così il punto preciso dove poter infilare il nostro dito nella piaga più dolorosa del nostro sistema socioeconomico: la squilibrata distribuzione della ricchezza.

Come è possibile – sembra chiedersi il capo dello Stato – che tanta ricchezza sia polarizzata nelle tasche di poche persone e che ci siano ancora masse di indigenti che muoiono di fame? – in Italia si contano circa 5 milioni di persone in condizioni di povertà.

STATO E MERCATO

Mattarella entra con neppure troppa delicatezza nel dibattito più complesso della storia economica. Un dibattito polarizzato, tra Stato e Mercato, in cui non sembra esserci spazio per una via di mezzo tra il neoliberismo più predatorio e lo statalismo sovietico.

Eppure fu John Maynard Keynes dopo la crisi del 1929 a teorizzare una forma più umana di capitalismo, un sistema economico in cui lo Stato interviene nell’economia proprio al fine di proteggere il corpo sociale, tradizionalmente fragile ed esposto alle spietate dinamiche del libero mercato. Un intervento dello Stato in economia con un preciso obiettivo sociale: l’occupazione.

Mattarella fa suo lo spirito delle teorie keynesiane e ammette che il mercato, da solo, non è in grado di prendersi cura di tutta la società, ma lascia indietro i più deboli, i più sfortunati, i più bisognosi, i più giovani.

“Le dinamiche spontanee dei mercati – sostiene il capo dello Stato evocando la “mano invisibile” di Adam Smith – talvolta producono squilibri o addirittura ingiustizie che vanno corrette anche al fine di un maggiore e migliore sviluppo economico”.

Chi ha il compito di correggere questi squilibri o queste ingiustizie? La risposta è lo Stato, l’unico attore in grado di prendersi a cuore la società nel suo complesso, compresi coloro che si trovano alla base della piramide socioeconomica: i poveri.

Questa è anche la differenza tra “crescita economica” e “sviluppo economico”, dove la prima è meramente legata ai numeri e al profitto, mentre il secondo al benessere della società. Posso ottenere infatti crescita economica se il mio Pil in un trimestre cresce, anche se lo fa perché ho costretto ai lavori forzati (immaginiamo per assurdo) la popolazione dell’intero Paese. Ottengo invece sviluppo economico solo se i benefici di tale crescita producono effetti di benessere nella società in termini di qualità della vita.

In questo processo, lo Stato, incarnato nelle istituzioni, avrebbe per definizione il compito morale, non solo politico, di non lasciare indietro nessuno, come dovrebbe accadere nelle classi scolastiche, nelle aule universitarie, nei luoghi di lavoro.

Questo non significa accettare uno Stato corrotto, inefficiente, una macchina burocratica incapace di adattarsi ai tempi che cambiano, bensì ristabilire la legalità nella cosa pubblica a beneficio di quella privata.

GIOVANI, PRECARI E CORAGGIOSI

Il motore di questa trasformazione sono e saranno le nuove generazioni. “Una ancora troppo diffusa precarietà sta scoraggiando i giovani nel costruire famiglia e futuro”, ha spiegato Mattarella, affidando loro il compito di cambiare l’Italia […] “I giovani sono portatori della loro originalità, della loro libertà. Sono diversi da chi li ha preceduti. E chiedono che il testimone non venga negato alle loro mani”.

L’elogio delle giovani generazioni da parte del capo dello Stato non è la solita frase fatta, ma un modo per far prendere coscienza anche ai più piccoli di quanto sia importante il loro ruolo nella società.

Negli ultimi dieci anni ho lavorato all’interno di alcune università italiane e ho spesso constatato che i “giovani” di cui parla Mattarella sono molto meglio di quello che si pensa. Spesso vengono sottovalutati e umiliati, anziché valorizzati, troppe volte proprio da quei cattivi maestri che appartengono a un’altra generazione.

Mi ha impressionato il caso di una professoressa in un prestigioso liceo classico di Roma, che dopo neppure due mesi dall’inizio della scuola, nel rivolgersi a ragazzi e ragazze che per la prima volta iniziavano a studiare il greco e il latino, ha detto: “Temo che alcuni di voi non siano in grado di studiare materie di questo tipo e suggerisco ai vostri genitori di farvi cambiare subito indirizzo, per trovare qualcosa di più facile, adatto al vostro livello”.

Ho trovato questa frase contraria al principio che ogni bravo educatore dovrebbe tenere a mente: non si lascia nessuno indietro. Ognuno parte da un livello diverso, ma tutti devono potersi mettere alla prova. Perché anche dai fallimenti si possono imparare molte cose.

Per questo motivo ho trovato il messaggio finale di Mattarella rivolto alle nuove generazioni più che pertinente. “Alle nuove generazioni sento di dover dire: non fermatevi, non scoraggiatevi, prendetevi il vostro futuro perché soltanto così lo donerete alla società”.

Auguri quindi a tutte le scuole e a tutte le università per il loro difficile compito di educare gli italiani di oggi e di domani.

(Qui il discorso completo di Mattarella)

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