Economia

I ministri italiani all’Ecofin non devono degustare solo il té. Il commento di Polillo

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I confronti preoccupanti tra bond dell’Italia e della Grecia. Gli scenari pessimi su Pil e inflazione nel nostro Paese. E le solite fissazioni della Commissione Ue. Come si muove il governo a Bruxelles? Il commento di Gianfranco Polillo

I 5 stelle sono stati di parola. Volevano la “decrescita”, che fosse “felice” è tutto da dimostrare, ed essa è stata servita su un piatto d’argento. Ancora una volta l’Italia, nelle valutazioni della Commissione europea, ha conquistato il non invidiabile posto di ultima in classifica. Va peggio non solo degli altri Paesi europei. Nel conteggio impietoso di Bruxelles, sono comprese le altre grandi economie: Usa, Giappone e Gran Bretagna: un piede fuori ed uno dentro. Il tentativo della Lega di contaminarne lo spirito, lungo una linea di seppur moderato sviluppo, non è riuscito. Ed alla fine il divorzio è risultato inevitabile. Del resto – questo deve essere stato il loro recondito pensiero, santificato da qualche sociologo à la page – perché dannarsi? Questa non invidiabile posizione dura, ormai, dagli inizi del nuovo millennio. Meglio, allora, gettare la spugna e vivere di altro: la forca per i corrotti, l’ambiente, il dolce far niente a carico dei gonzi.

Situazione di per sé tragica. Ma anche peggiore se si considera che, lo scorso giovedì, il temuto sorpasso, non da parte dei soliti “virtuosi”, ma della Grecia c’è stato. Lo spread su quei titoli spazzatura (rating BB- contro il BBB italiano) è stato, seppur di poco, inferiore a quello italiano. Ed ora comprare un bond di Atene costa, seppur di poco, meno di quello che si può avere sulla piazza di Milano. Non succedeva dal 2008, a dimostrazione di quanto profonda sia la crisi italiana, che fa da specchio alle inadeguatezze del ceto politico del Bel Paese. “In un mondo in cui molti bond girano a tassi negativi e dove è complicato trovare rendimenti accettabili sul mercato obbligazionario – scrive il Sole, citando un trader – gli investitori sono tornati a riconsiderare la Grecia come un’opportunità. Soprattutto dopo le elezioni del 7 luglio di Atene che hanno portato al governo il leader del partito di centro-destra Nuova Democrazia, Kyriakos Mitsotakis, e hanno sancito l’uscita di scena di Alexis Tsipras.” Avvertimento che suona come una profezia.

Ma lasciamo stare il sentiment dei mercati e guardiamo ai dati reali. Negli ultimi 5 anni, che termineranno nel 2021, la Grecia si svilupperà ad un tasso medio annuo dell’1,7 per cento. L’Italia raggiungerà appena lo 0,7 per cento. Uno scarto di quasi il 90 per cento. La maggiore spinta produttivistica porterà anche ad un’inflazione leggermente superiore (1,15 per cento in media, contro lo 0,87). L’accoppiata tra questi due valori produce un reddito nominale maggiore: una delle garanzie per contenere sia il deficit di bilancio in rapporto al Pil che lo stesso valore del debito pubblico in relazione allo stesso aggregato nazionale. L’altra variabile, in questo caso forse ancora più importante, è stata determinata dalla dinamica della spesa pubblica. Che in Grecia è diminuita di quasi 4 punti di Pil (2016-2020). Mentre in Italia non si è mossa di un millimetro. Ancora più significativo il confronto sul debito. Che in Grecia dal 2018 scende di quasi 12 punti, mentre in Italia cresce di 2.

Restano naturalmente le grandi differenze strutturali. La Grecia vive soprattutto di turismo e di rimesse da parte dei suoi immigrati, che le consentono di contenere il deficit delle partite correnti della bilancia dei pagamenti all’1 per cento. L’Italia presenta in vece un surplus di circa il 2,9 per cento. Improponibile il confronto sulla bilancia commerciale (import ed export di prodotti). Ad un deficit greco di circa il 10 per cento del Pil, corrisponde un surplus italiano di oltre il 3 per cento. Eppure nonostante ciò, i mercati premiano quel piccolo Paese, mentre condannano la seconda potenza industriale europea per le sue incapacità. Qui il risparmio accumulato non si trasforma in politiche di sviluppo, ma viene messo “graziosamente” a disposizione dell’estero. Denari, appunto, che in questi ultimi giorni sono investiti, come si diceva, più sulla piazza di Atene che non di Milano.

Questo quindi il quadro di sintesi che illustra il paradosso di un Paese, come l’Italia, che non ha consapevolezza delle proprie potenzialità e quindi non riesce a districarsi nel campo, seppur minato, della politica economica. C’è, infatti, da dire che, da questo punto di vista, la politica greca ha un senso maggiore. Sfrutta fino all’ultimo le sue (poche) risorse. Mentre l’Italia ha assunto l’atteggiamento del benign neglect (benigna indifferenza). Che la barca vada dove spira il vento. La politica ha ben altro di cui occuparsi: del taglio dei parlamentari, ad esempio; di eliminare lo scudo penale ai dirigenti di ArcelorMittal (dando agli indiani l’occasione della loro vita per sganciarsi da un pantano ingovernabile); di obbligare i negozianti a chiudere la domenica. Per non parlare di una politica fiscale che è ormai un rebus da settimana enigmistica. Tanto per continuare nei confronti: in Grecia, nel 2020 le entrate dello Stato diminuiranno, in Italia subiranno un ulteriore, seppur leggero, incremento.

Non sorprendono quindi le parole di Pierre Moscovici: “La crescita è debole e il debito aumenta, l’Italia non può continuare così: occorre fare le riforme”. Parole da incorniciare, se l’appello non risultasse fin troppo generico. Il fatto è che Bruxelles è prigioniera delle proprie contraddizioni. O meglio è stretta nella logica ferrea dei rapporti di forza. Tant’è che è bastato un cenno alla situazione tedesca, criticata per l’eccesso di surplus della sua bilancia commerciale, per ottenere la risposta risentita del Ministro delle finanze, Olaf Scholz, che ha respinto al mittente la pur garbata richiesta. Ed allora spetterebbe all’Italia far valere le sue buone ragioni. Basterebbe saper leggere la mole dei dati che la stessa Commissione ha pubblicato, per poter rovesciare quel castello di carta su cui sono state costruiti le politiche finora suggerite. O imposte.

Ma per far questo ci vorrebbe un ceto politico meno accondiscendente. Ed invece si ha l’impressione che molti ministri italiani partecipano ad Ecofin solo per bere una tazza di tè.

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