Economia

I miliardari, le tasse, le strane sorprese e la doppia morale

di

buffett

L’inchiesta di ProPublica sui super ricchi americani letta e commentata da Fulvio Coltorti, ex capo dell’area studi e ricerche di Mediobanca

 

Sul Corriere le (poche) tasse dei super miliardari

Ogni tanto ricorre questa (comica) ondata di indignazione verso i miliardari che non pagano imposte se non per pochi spiccioli. Evidentemente chi ha molto denaro può permettersi bravi consulenti. In primo luogo per spostare all’estero le fonti “ufficiali “ dei loro redditi.

Strano che ci si indigni “dopo” e non “prima” di questi spostamenti! Vedasi gli Agnelli e la loro Olanda dove hanno trasferito le più importanti attività nel più assoluto disinteresse dei governi in carica: operazioni di mercato, si giustificò un ministro dell’economia oggi premiato con la presidenza di una grande banca.

A parole questi tipi sarebbero disposti a pagare di più… ma non è mai seguita la fase realizzativa.

L’accordo recente sulle tasse alle multinazionali è (o forse sarà) una marginale parentesi. Qui ci sono persone “italiane” che hanno spostato patrimoni all’estero e perfino la residenza. Per chi guadagna cifre ingenti come i top managers delle grandi società assoggettarsi alle aliquote svizzere, monegasche o anche londinesi costituisce un gioco a somma assai positiva. Gli oneri restano sulle spalle dei cittadini “onesti”. Sì, perché sottrarsi con evasione, elusione e finti trasferimenti costituisce una grande disonestà.

Non sono solo i ricchi italiani a farlo, ma ciò non rileva. In questo nuovo spirito nazionale di rinascita ci sarà posto per la coscienza e la morale?

Ovviamente dei governanti, perché dai diretti interessati non c’è da attendersi nulla.

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ESTRATTO DI UN ARTICOLO DEL CORRIERE DELLA SERA:

I super ricchi sono sempre più ricchi, lo diceva pure l’ultimo dossier sulle disuguaglianze pubblicato da Oxfam. Ma negli Stati Uniti contano su un aiutino in più: le scappatoie offerte dal fisco impegnato a tassare il reddito da lavoro più dei patrimoni. Lo rivela un’inchiesta di ProPublica – nel 2010 il primo sito di giornalismo online a vincere un Pulitzer – con dati ottenuti da una talpa dell’IRS, l’Internal Revenue Service, la locale Agenzia delle Entrate. I numeri parlano chiaro. I 25 più ricchi d’America, Jeff Bezos di Amazon in testa (e poi Warren Buffett, Mike Bloomberg, Elon Musk, Mark Zuckerberg, Bill Gates e pure quel George Soros da tempo nel mirino dei complottisti) tra 2014 e 2018 hanno pagato cifre ridicole o addirittura nulla sui loro redditi, perché questi ammontano solo a una frazione del loro patrimonio. E questo perché il “capital gain” sugli investimenti azionari, proprietà immobiliari, yacht (Bezos ne ha appena acquistato uno da 400 milioni di dollari) e altri investimenti, secondo l’attuale sistema non sono riconosciuti come “reddito imponibile” finché non vengono venduti. Ecco dunque che i 25 Paperoni – lo 0,1 di quell’1% nel mirino dei ragazzi di “Occupy Wall Street” che dieci anni fa furono i primi a scendere in piazza e chiedere di tassare in maniera più equa anche i ricchi – a fronte di un patrimonio collettivo cresciuto in quegli anni di 401 miliardi di dollari, hanno pagato “appena” 13,6 miliardi di imposte federali. Pari a un’aliquota fiscale collettiva di circa il 3,4%. Una spinosa inchiesta, pubblicata a pochi giorni dalla presentazione del piano del presidente Joe Biden, teso ad aumentare dal 37 al 39,6 per cento le tasse alle fasce di reddito più alto.

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