Notoriamente la domanda aggregata è formata da consumi, investimenti, spesa pubblica e esportazioni nette. Nell’ultimo triennio, in Italia, i consumi sono stati stagnanti a causa dei bassi salari, la spesa pubblica, dopo l’input dei bonus edilizi e a causa dei vincoli di bilancio, non è più trainante come in passato e le esportazioni dopo anni di crescita, a causa delle turbolenze geopolitiche, hanno rallentato la loro spinta propulsiva. Restano gli investimenti, sia pubblici e privati, che sono e potranno essere l’“attore” principale e il carburante per la ripresa economica nel 2026.
In particolare, il moltiplicatore degli investimenti pubblici, specialmente in infrastrutture, ha un effetto significativo sul PIL, con stime (come indica una vasta letteratura economica) che oscillano tra 1,9 e 2,3, indicando che ogni euro speso ne genera circa il doppio.
I principali effetti sono soprattutto sulla crescita in termini di Pil e occupazione e un interessante impatto anche sulla produttività e sul rapporto debito/Pil. Infatti, gli investimenti in infrastrutture materiali e immateriali attivano un forte effetto moltiplicatore, non solo nel settore delle costruzioni ma anche nel manifatturiero e nelle attività professionali, anche con un effetto anticiclico e hanno un impatto positivo sulla produttività e sul rapporto debito/Pil. In particolare, un aumento dell’1% del PIL negli investimenti pubblici, secondo la letteratura economica, può ridurre il rapporto debito/Pil tra 2,88 e 10,88 punti percentuali, a seconda dei casi, risultando più efficace della spesa per consumi.
L’effetto moltiplicatore degli investimenti sarà, in sintesi, uno strumento chiave per la politica economica italiana per stimolare la crescita del PIL, aumentare l’occupazione e la produttività e ridurre l’incidenza del debito pubblico nel 2026.
Da un punto di vista congiunturale, infatti, la componente di domanda più robusta e dinamica in Italia nel biennio 2025-26 sono proprio gli investimenti fissi. Dopo una crescita modesta nel 2024 (+0,5%), la loro dinamica è tornata a rafforzarsi alla fine del 2025 (+3%) e continuerà nel primo semestre del 2026 (+1,9%).
Oltre che giovarsi della politica monetaria non più restrittiva sia in Europa che negli USA, che avrà un impatto positivo anche nel 2026 sulla domanda aggregata, gli investimenti saranno supportati efficacemente soprattutto da un mix di alcune componenti di matrice pubblica e privata.
Il traino degli investimenti anche grazie a settori innovativi e dell’AI in Italia sta ricevendo un importante impulso principalmente da alcuni interventi di policy e no. In particolare, dagli incentivi agli investimenti per le imprese (Fondo Nazionale Strategico, PNRR, ZES unica; etc.); dall’«effetto moltiplicatore» del PNRR (infrastrutture e lavori pubblici); dall’accelerazione della «componente estera” degli investimenti (IDE); dal riacquisto da parte dell’imprenditoria italiana di marchi storici da alcuni anni di proprietà straniera.
Andando con ordine. Nell’ambito del PNRR sono state assegnate al MIMIT per l’attuazione degli investimenti risorse per 28,842 miliardi di euro, a cui si aggiungono 7,68 miliardi di euro previsti dal Fondo complementare, per un totale di 36,522 miliardi di euro. Risorse che sono state tutte destinate agli investimenti per le imprese (Industria 4.0, 5.0, Legge Sabatini, etc,)
Secondo il modello econometrico QUEST’IIII della Commissione Ue adattato per l’Italia, il PNRR nel suo complesso produrrà un incremento aggiuntivo del Pil di circa il 10% dal 2023 al 2026, più il 3,6% di PIL dovuto alle riforme legate al Piano (stime MEF utilizzando il modello QUEST).
Inoltre, secondo uno studio di Banca d’Italia, grazie agli investimenti e all’effetto moltiplicatore del PNRR relativi a 174miliardi di euro escluse istruzione e sanità, è stata stimata la creazione di circa 375mila nuovi posti di lavoro.
Il fenomeno ha interessato il 79% del settore privato, di cui Costruzioni – 95.600 addetti; Ricerca e Sviluppo – 16.600 addetti; Produzione computer, elettronica e ottica – 12.700 addetti; Programmazione informatica – 27.700 addetti; Gestione, bilancio, personale, attività di supporto, etc. – 49.600 addetti; Produzione macchinari – 13.900 addetti, con una particolare domanda di profili altamente specializzati, come economisti, ingegneri, project manager, tecnici, specializzati programmatori, etc.
A riguardo della ZES Unica del Mezzogiorno, nel 2025 allargata a Umbria e Marche, sono state presentate oltre 17.300 domande con investimenti complessivi stimati per circa 12,4 miliardi di euro, generando circa 17.800 nuovi posti di lavoro. Le richieste di credito d’imposta per il 2025 hanno superato i 3,6 miliardi di euro.
Le risorse pubbliche stanziate per la ZES Unica del Mezzogiorno nel prossimo triennio ammonteranno a 2,3 miliardi di euro per il 2026, 1 miliardo di euro per il 2027 e 750 milioni di euro per il 2028.
Una riflessione a parte meritano gli investimenti diretti esteri (IDE) che risultano essere una importante componente degli investimenti privati nell’economia italiana. Nel 2024, infatti, gli investimenti diretti esteri (IDE), sono cresciuti più in Italia (+5%) che in Francia e Germania, con 224 progetti di investimento, in crescita di 10 rispetto al 2023 (Fonte: EY). Una tendenza positiva stimata anche per il biennio 2025-26.
Trainanti le IDE nel settore dei servizi digitali e nell’IT che rappresentano i settori più attrattivi (25% del totale): aspetto molto rilevante vista l’importanza che questo comparto ricopre nell’economia; in crescita rilevante anche il numero di progetti nei settori dei prodotti industriali, dei servizi finanziari, dell’utility & supply e costruzioni.
Hanno invece registrato un calo i settori dei beni di consumo, in particolare il tessile, l’abbigliamento e il pellame, e il settore salute e benessere, sia per quanto riguarda il farmaceutico che i dispositivi medici.
Gli Stati Uniti si confermano il primo Paese investitore in Italia, sebbene la loro quota sia scesa dal 19% al 16%. Al contempo, è cresciuta la quota di investitori europei, con la Germania che quasi raddoppia il numero di progetti in Italia, passando dall’8% del 2023 al 14% del 2024. Bene anche la Francia che cresce di un punto percentuale dal 12 al 13%.
Continua, inoltre, la tendenza di riduzione degli investimenti provenienti dalla Cina (dal 5 all’1%), che sta concentrando le proprie risorse sul mercato interno o su altre aree geografiche, come l’Africa (Fonte: EY).
Un risultato in crescita che si è potuto conseguire grazie anche agli effetti positivi delle attività di promozione dell’Italia come destinazione per gli investimenti (Asia, Medio Oriente, Singapore, Emirati Arabi Uniti, Giappone, etc.).
Le IDE continuano a mostrare una forte polarizzazione geografica, concentrandosi principalmente nelle regioni del Nord-Ovest (in particolare in Lombardia con il 52% del totale e in Piemonte con l’11% del totale). Meno brillante il Nord-Est e Centro Italia, dove si osserva un decremento degli investimenti, mentre la percentuale nel Sud rimane stabile (Fonte: EY).
Buon andamento degli investimenti privati nazionali anche per il «ritorno del Made in Italy», dove negli ultimi tre anni, alcune delle principali famiglie imprenditoriali italiane hanno investito circa 2 miliardi di euro per riacquisire brand italiani da anni di proprietà estera. Alcuni esempi in proposito sono Prada che ha riportato in Italia Versace; Ariston che ha acquisito Riello e NewPrinces che ha rilevato Plasmon.
Una tendenza positiva generale che probabilmente continuerà ad interessare gli investimenti pubblici e privati anche nel 2026 in tutte le loro componenti che trainerà la crescita dell’economia italiana nonostante la fine del PNRR, con aumenti della produttività e, auspicabilmente, anche dei salari.





