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Perché in Germania si dibatte sulle pensioni

Germania Pensioni

Cosa si dice in Germania su pensioni, lavoro e crisi energetica. L’approfondimento di Pierluigi Mennitti da Berlino

 

Nell’assopita capitale tedesca, oltre all’allarme per l’energia e al dibattito fra le seconde file sul prolungamento delle centrali nucleari, c’è un altro tema che muove le acque della politica in ferie: quello del lavoro.

Le cifre sui tassi di occupazione sono le uniche buone notizie che arrivano di questi tempi sul fronte dell’economia, ma i numeri rischiano di ingannare. È vero che prima dell’invasione russa dell’Ucraina le attività produttive erano in ripresa, seconda scossa dopo le pause del covid, ma è anche grazie alla penuria di manodopera, e non solo di quella qualificata, che il tasso di disoccupazione resta basso. C’è più offerta che domanda di lavoro in molti settori economici e il declino demografico dei prossimi decenni farà peggiorare la situazione.

Le imprese stesse sono alla ricerca di soluzioni possibili. Robusta è da tempo la ricerca di forza lavoro dall’estero, ormai come detto non più solo altamente qualificata, ma gli ostacoli della burocrazia tedesca e la diminuita accettazione di politiche di immigrazione da parte di fasce crescenti della società rende questa strada più impervia.

Le proposte avanzate, soprattutto con l’occhio alla curva demografica, si intrecciano inevitabilmente con le questioni pensionistiche. E così il presidente dell’associazione dei datori di lavoro Gesamtmetall, Stefan Wolf, fa un tutt’uno e si lancia a favore di un aumento graduale dell’età pensionabile a 70 anni. “Se si considera lo sviluppo demografico e gli oneri che gravano sui fondi previdenziali e pensionistici, le riserve sono state esaurite”, ha detto in un’intervista ai quotidiani del gruppo Funke, “dovremo lavorare di più e più a lungo”.

Proposte come queste, che prevedono riforme capaci di incidere in maniera strutturale sul sistema previdenziale tedesco, richiedono necessariamente l’intervento della politica. Ed è al governo che Wolf si appella per l’azione: “Gradualmente, dovremo arrivare all’età pensionabile di 70 anni, anche perché l’età della vita continua ad aumentare e il sistema non sarà più finanziariamente sostenibile nel medio termine”.

Mantenere più a lungo in attività i sessantacinquenni farà bene agli equilibri pensionistici ed eviterà i pericolosi vuoti di personale in molti settori lavorativi, anche pubblici: nei prossimi anni, ad esempio, nel settore del pubblico impiego si teme l’esodo della generazione dei baby boomers, un buco che non sarà possibile rimpiazzare in pieno con nuove assunzioni e che rischia di lasciare scoperti molti rami del servizio pubblico. Un anticipazione di quel che potrà accadere si vede già in alcuni settori dell’amministrazione pubblica, nelle scuole, finanche nel trasporto pubblico.

Ma il governo attuale, nonostante i propositi riformistici della prima ora, non appare sensibile su questo tema. In base all’attuale situazione giuridica, il limite di età per il pensionamento senza detrazioni sarà gradualmente innalzato da 65 a 67 anni entro il 2029. E per il ministro del Lavoro Hubertus Heil (Spd) questo è sufficiente, non c’è bisogno di ulteriori correzioni. Già lo scorso maggio, dopo un appello di un folto gruppo di economisti per il pensionamento a 70 anni, aveva dichiarato: “Abbiamo concordato nella coalizione che non aumenteremo l’età pensionabile legale. E questo non cambierà”.

Per dare sollievo alla crescente carenza di manodopera, Siegfried Russwurm, presidente dell’associazione degli industriali (il Bdi, Bundesverband der Deutschen Industrie, equivalente della Confindustria italiana), aveva di recente proposto una misura diversa. “Personalmente sono molto favorevole a un aumento facoltativo delle ore di lavoro settimanali, naturalmente con una compensazione salariale completa”, aveva detto Russwurm all’inizio di luglio, sostenendo che l’introduzione di una settimana di 42 ore sarebbe certamente più facile da attuare rispetto a una riforma generale del pensionamento a 70 anni.

In precedenza, anche Michael Hüther, direttore dell’Istituto dell’economia tedesca di Colonia (IW), centro di ricerca vicino ai datori di lavoro, si era espresso a favore di una settimana lavorativa di 42 ore come modello standard. Una pressione che non sembra suscitare grande eco nei partiti di maggioranza come d’opposizione, completamente assorbiti dai timori legati all’inflazione e alle sfide energetiche d’autunno. L’unico ad aver partecipato al dibattito di imprenditori ed economisti è stato l’ex leader della Spd ed ex ministro dell’Economia Sigmar Gabriel, che si è espresso a favore della settimana di 42 ore. Ma il suo è ormai un giudizio da opinionista e non certo da politico in grado di influenzare le scelte del suo partito.

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