Economia

Perché il raffreddore della Germania per l’Italia (che esporta molto a Berlino) si può trasformare in una polmonite

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A partire dal 2012 il driver dello sviluppo italiano è stato soprattutto l’estero, mentre la domanda interna è rimasta, più o meno, stagnante. È quindi evidente che se la congiuntura internazionale peggiora (e in Germania la crescita rallenta), quell’unico motore entra in panne ed ogni ipotesi di sviluppo per l’Italia è trascinata verso il basso. L’analisi di Gianfranco Polillo

 

Se decrescita debba essere, che decrescita sia. Ma che sia anche felice è tutto da dimostrare. Le ultime esperienze fanno intravedere l’esatto contrario. Consumi che ristagnano, risparmi che aumentano, nel tentativo di costituirsi una piccola assicurazione sulla vita, in vista di tempi ancora peggiori. Clima di fiducia da parte delle imprese e delle famiglie in continua caduta. Nello spartito dell’economia italiana, quanto a previsioni sui futuri andamenti, siamo ormai ad un crescendo rossiniano, in cui prevale il segno negativo.

Le prime impostazioni governative, lo scorso ottobre, erano state all’insegna di un ottimismo grossolano, con una previsione di crescita per l’anno in corso che si assestava intorno all’1,5 per cento. Presentate alla Commissione europea, nell’ambito delle tradizionali procedure di bilancio, la reazione, dopo un primo momento di sbigottimento, era stata piuttosto dura ed aveva costretto il Ministro dell’economia a retrocedere verso un sempre improbabile 1 per cento. Comunque leggermente più realistici rispetto alla proposta iniziale.

I vari centri studi italiani, che si occupano di previsioni ed andamenti congiunturali, avevano ritenuto, fin dall’inizio, questa secondo previsione poco probabile. Secondo i loro “modelli”, bene che andava, l’asticella non avrebbe superato lo 0,5 per cento. Nessun esponente governativo si era preso, comunque, la briga di contestare questa nuova indicazione. Che, invece, veniva confermata da Banca d’Italia, nel suo “Bollettino economico”, suscitando la reazione stizzita di Luigi Di Maio, pronto a distribuire patenti di inaffidabilità. Quelle previsioni – fu il commento – in passato furono sempre sbagliate per eccesso. Oggi l’Istituto cambia metodologia e guarda al peggio.

Mai una risposta fu così scarsamente profetica. Il modello previsionale della Banca rimaneva quello degli anni precedenti. Se eccesso di ottimismo si era manifestato in precedenza, gli stessi difetti sarebbero emersi nel periodo successivo. E così è stato. La correzione più corposa è stata, subito dopo, quella indicata dalla Commissione europea, che ha rivisto al ribasso le stime indicate solo a distanza di qualche mese. Tasso di crescita per il 2009 pari solo allo 0,2 per cento. Valore confermato sia dalle stime del Fondo monetario internazionale che da Fitch, nel suo ultimo rating per l’Italia. Fiato sospeso in attesa di conoscere le successive valutazioni di Moody’s (15 marzo) e Standard&Poor’s (26 Aprile).

Il colpo di grazia è invece stato dato dall’Ocse, nel suo Interim Economic Outlook. Ad un più generale ridimensionamento delle prospettive di crescita, che riguarda l’intera economia internazionale, la collocazione italiana è sconfinata in territorio negativo. La previsione é che il 2019 si chiuderà con una caduta del Pil dello 0,2 per cento in termini reali. Con una recessione, quindi, che da “tecnica” come indicato dall’Istat per l’ultimo semestre del 2018, diventa “effettiva”. Incrociamo, pertanto, le dita: in attesa dell’imminente giudizio delle altre Agenzie di rating, calendarizzate, come già indicato, nelle prossime settimane.

Sono valutazioni realistiche? Difficile rispondere. A monte di ciascuna valutazione esiste un modello econometrico, che risponde a determinate caratteristiche. Naturalmente se, nonostante le relative differenze, il giudizio dei singoli Istituti tende a convergere verso un determinato approdo finale, qualche ragione vi deve pur essere. Piuttosto che soffermarsi su una semplice aritmetica del decimale, conviene, allora, cercare di capire quale siano gli elementi più di fondo che condizionano, in negativo, l’economia italiana.

Il primo nodo che viene al pettine, è la sua eccessiva dipendenza dalle esportazioni. A partire dal 2012 il driver dello sviluppo italiano è stato soprattutto l’estero, mentre la domanda interna è rimasta, più o meno, stagnante. A dimostrazione di questo squilibrio macroeconomico, basti citare il forte attivo delle partite correnti della sua bilancia dei pagamenti: circa il 2,5 per cento del Pil all’anno. È, quindi, evidente che se la congiuntura internazionale peggiora, quell’unico motore entra in panne ed ogni ipotesi di sviluppo è trascinata verso il basso. Nelle valutazioni dell’Ocse, l’economia tedesca è prevista in forte rallentamento: dall’1,1 allo 0,7 per cento. Quel suo raffreddore, per l’Italia che esporta molto in quel Paese, si trasforma in una polmonite.

La domanda interna, a sua volta, non tira per ragioni diverse. C’è, innanzitutto, troppa disoccupazione riflesso del mancato sviluppo degli investimenti, nonostante l’esistenza di un eccesso di risparmio, destinato a prendere la via dell’estero. Il carico fiscale sulle famiglie e le imprese rimane eccessivo, ed esso frena sia gli investimenti, sia i consumi. Questi ultimi, a loro volta, subiscono un’ulteriore contrazione a causa delle incertezze del quadro politico. E della forte divaricazione programmatica che caratterizza i due principali protagonisti: Lega e 5 Stelle. Non far comprendere quale possa essere la reale direzione di marcia – la TAV insegna – porta gli operatori economici a ritardare le decisioni di investimento, esaltando gli elementi negativi di una cattiva congiuntura, e le famiglie a tentare di risparmiare, nel timore di un futuro ancora peggiore.

Ed ecco allora il perché di tanto patema d’animo, senza voler minimamente toccare argomenti ben più complessi: le riforme non fatte, la qualità delle regolazione, la situazione delle banche, il debito pubblico e via dicendo. Argomenti le cui soluzioni richiederebbero una coesione destinata a non coinvolgere solo le forze di governo, ma investire la stessa opposizione. Elemento quanto meno lunare, considerato il settarismo che pervade il clima politico italiano. Quindi nessuna meraviglia circa il dato previsionale. Naturalmente si può sempre sperare che, alla fine, passi la nottata. Ma poi nessuna meraviglia se il risveglio potrebbe essere anche peggiore.

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