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Commercio, come si agita la Germania fra Usa, Ue, Cina e India

Cosa pensa e come si muove la Germania, con qualche contraddizione, in campo commerciale. L'approfondimento di Liturri

“Follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi”, è la celebre frase attribuita ad Albert Einstein, perfetta per raccontare la visita di due giorni del Cancelliere tedesco Friedrich Merz in India, appena terminata. La Germania continua a non capire che si commercia prima e meglio con i propri vicini – soprattutto quando si condivide un mercato unico di rilevanti dimensioni e si ha il vantaggio di una moneta unica relativamente sottovalutata – anziché andare a cercare consumatori a migliaia di chilometri di distanza. Nonostante questo approccio sbilanciato sia la causa principale dell’attuale recessione tedesca, da Berlino non deflettono.

Apparentemente non serve a nulla sapere che lo stesso Financial Times ha denunciato ieri che il commercio intra-UE ha registrato un calo per la prima volta in quasi un decennio, escludendo il periodo pandemico, secondo quanto riporta una bozza del rapporto annuale sul mercato unico della Commissione Europea. La quota del commercio tra Stati membri sul PIL dell’UE è scesa dal 23,5% nel 2023 al 22% nel 2024, segnando la prima flessione anno su anno dal 2016. Parallelamente, i tempi per elaborare e approvare standard europei per i beni sono aumentati da 3,2 a 4 anni. Dati che rafforzano gli avvertimenti di figure come Christine Lagarde, che ha definito il mercato interno “fermo”, in un contesto di minacce esterne crescenti come dazi americani e concorrenza cinese. Il rapporto ha evidenziato miglioramenti in ambiti come il riconoscimento delle qualifiche professionali e l’adozione digitale, ma denuncia un netto peggioramento in altri settori, tra cui un calo del 22% della quota europea negli investimenti diretti esteri negli ultimi cinque anni e regole nazionali frammentate che complicano le attività transfrontaliere.

Nel rapporto che sarà pubblicato entro fine mese e potrebbe subire modifiche, si legge che «Il Mercato Unico rappresenta il nostro migliore strumento per contrastare le pressioni esterne, ed è giunto il momento di valorizzarne i punti di forza».

Il problema sono sempre le barriere interne che equivalgono a tariffe molto elevate. Il Ft riporta che «La Banca Centrale Europea stima che i costi nascosti nel commercio di beni all’interno dell’Unione Europea equivalgano a una tariffa del 65 per cento, stima che sale al 100 per cento nel caso dei servizi».

Ignorando del tutto queste considerazioni, Merz si è presentato in India accompagnato da un plotone di 23 amministratori delegati di alto livello di imprese tedesche e, ovviamente, l’agenda economica ha dominato i colloqui col Premier indiano Narendra Modi.

A partire dall’accordo di libero scambio Ue-India, per il quale Merz ha espresso forte ottimismo e ha ipotizzato la possibilità concreta di concluderlo e firmarlo entro la fine di gennaio 2026, in occasione del vertice UE-India previsto il 27 gennaio a New Dehli.

Quell’accordo è considerato una chiave per sbloccare il potenziale economico degli scambi tra Berlino e New Dehli: ridurrebbe dazi su auto, dispositivi medici, vini/alcolici, macchinari industriali, prodotti chimici e tessili, facilitando esportazioni tedesche in India e viceversa.

Da notare che la Germania resta il partner commerciale UE più importante per l’India (anche se a livello mondiale è solo intorno al 12° posto) e i due leader hanno accolto con soddisfazione il record storico del commercio bilaterale raggiunto nel 2024. Un’ulteriore crescita degli scambi deriverà da una dichiarazione d’intenti sottoscritta durante la visita con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione economica bilaterale promuovendo investimenti reciproci e joint ventures. In totale, durante la visita sono state firmate circa 27 dichiarazioni di intenti e accordi prevalentemente di natura commerciale.

Nel 2024 la Germania ha esportato verso l’India beni per un valore di circa 18 miliardi di dollari e importato per circa 15 miliardi, conseguendo così un surplus di 3 miliardi. Poco più del 1% dell’export complessivo del gigante tedesco, per il quale l’India è intorno al ventiduesimo post tra le destinazioni del proprio export. Ancora modesto, rispetto al peso di Usa, Cina e Italia, rispettivamente pari al 10%, 7% e 5%, ma in forte crescita, considerate le potenzialità del Paese asiatico.

Dopo il Mercosur, sul quale la Germania è accusata dai francesi di aver forzato la mano per anticipare l’entrata in vigore del trattato commerciale, Merz è quindi alla disperata ricerca di fatturato per le proprie imprese in ogni angolo del pianeta, continuando, come se nulla fosse accaduto negli ultimi anni, sulla stessa linea strategica che ha portato la Germania a diventare l’anello più vulnerabile dell’Occidente. Un generatore strutturale di squilibri macroeconomici contro i quali da tempo gli Usa lanciano avvertimenti. Ma pare che a Berlino non abbiano capito l’antifona nemmeno dopo aver visto “esplodere” due gasdotti e aver attraversato una crisi dei prezzi energetici che ha messo in ginocchio l’industria teutonica.

Le leve sono sempre quelle. Importazione di materie prime, prodotti finiti e forza lavoro a basso costo, in modo da tenere bassa l’inflazione, e crescita che arriva dai consumi del resto del mondo. Uno schema in cui tutto sembra funzionare perfettamente fino a quando uno shock esogeno qualsiasi fa saltare l’ingranaggio. Oppure salgono alla ribalta i cinesi ad applicare meglio e più rapidamente la stessa strategia.

Allora viene da interrogarsi perché non sia sufficiente il mercato unico della Ue per garantire benessere ai tedeschi e agli altri 26 Paesi Ue. Perché cercare aree di libero scambio altrove, quando i tedeschi ce ne hanno una molto grande proprio sotto i piedi? Un mercato con circa 450 milioni di consumatori, seconda economia mondiale dopo quella degli Usa, con un Pil di 18.000 miliardi. Un mercato unico che è nato proprio per costituire un’area di libero scambio ampia e relativamente immune da shock economici e geopolitici. Un perfetto ammortizzatore, almeno così ci è stato venduto oltre trent’anni fa. Invece oggi la Ue ha un grado di apertura al commercio internazionale pari al 50% del PIL, circa il doppio di quello Usa. Un vantaggio, fino a quando si viaggia col vento in poppa della globalizzazione. Un enorme fattore di vulnerabilità quando il vento cambia e commerciare con i propri vicini diventa un fattore critico di successo o almeno di sopravvivenza.

Proprio lunedì sul quotidiano Tagesspiegel si parlava di «punto di non ritorno» per l’economia tedesca ed è stato riportato il dato record dei fallimenti societari registrati nel 2025, con previsione di ulteriore aumento nel 2026.

Perpetuando questa fallimentare strategia, da Berlino ottengono due non invidiabili risultati. Il primo è quello di accentuare le divisioni con l’amministrazione Trump, da cui però dipendono 538 miliardi di dollari di acquisti di prodotti UE nei primi undici mesi del 2025 (556 nel 2024). Appena sfiorati dai terremoti veri o falsi del 2025. Il secondo è quello di trascinare l’Italia sulla strada sbagliata, offrendoci una ragione in più per stare dalla parte degli Usa, in questo scontro epocale.

Invece gli inglesi, che di commercio internazionale hanno una certa esperienza e hanno le mani libere, ieri non hanno avuto timore di riconoscere sul Daily Telegraph che «Donald Trump controlla il mondo e la Gran Bretagna dovrebbe lasciarglielo fare».

Ma questo i tedeschi non riescono proprio a capirlo e perseverano nel ripetere la stessa azione, sperando che fornisca un esito diverso.

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