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Bilancio

Vi svelo la prossima fuffa burocratica orwelliana sull’Esg

Esg e dintorni. Portata ed effetti del recepimento in fieri della direttiva europea 2022/2464 (Corporate Sustainability Reporting Directive). L'approfondimento di Giuseppe Liturri

 

Mentre negli Stati Uniti Esg è diventato un acronimo la cui pronuncia è quasi vietata, si avvicina a grandi passi, proveniente da Bruxelles, un altro adempimento, che somiglia all’ennesimo balzello sotto mentite spoglie, per le nostre imprese: il report di sostenibilità rispetto ai fattori Esg (ambiente, sociale e governo societario).

Il pallino è nelle mani della Commissione Politiche Ue del Senato – che ha avviato il 22 dicembre l’esame del testo già approvato dalla Camera della legge di delegazione europea 2022-2023 – e del relatore di maggioranza, senatore Domenico Matera, da cui abbiamo ricevuto la conferma che l’esame in sede referente sarà concluso al più tardi entro fine mese, per arrivare immediatamente dopo all’esame dell’assemblea.

L’esame degli emendamenti è cominciato mercoledì 24 con l’esito prevedibile di vederli tutti accantonati o respinti. Per il semplice motivo – di cui abbiamo avuto diretta conferma da fonti parlamentari della maggioranza – che si tratta di emendamenti provenienti tutti dall’opposizione (Pd e M5S) e che ormai i giochi si sono chiusi con l’approvazione del testo alla Camera. E a Palazzo Madama non c’è alcuna voglia di modificare alcunché per mandare il testo in terza lettura a Montecitorio.

Il timore è che un eventuale allungamento dei tempi possa indurre l’Unione europea ad aprire procedure di infrazione nei confronti dell’Italia per mancata attuazione delle direttive che intanto sono giunte a scadenza.

La legge di delegazione consta di 19 articoli, con cui si attua il recepimento di 20 direttive e di una decisione, e con cui si dispone l’adeguamento della normativa nazionale a 9 regolamenti europei.

La direttiva che qui ci interessa è la 2022/2464 (Corporate Sustainability Reporting Directive), di cui si occupa l’articolo 13 del Ddl, per stabilire i principi e criteri direttivi specifici che guideranno il governo nel recepimento e nella stesura del decreto legislativo che disciplinerà questo nuovo obbligo per le imprese.Tale decreto attuativo, come annunciato qualche giorno fa dal dirigente del Mef, Stefano Cappiello, sarà reso disponibile in consultazione agli operatori interessati.

Poiché la delega deve essere esercitata dal governo entro il 6 marzo 2024, quattro mesi prima della scadenza del termine per il recepimento, nel nostro caso fissato dalla UE al 6 luglio 2024, il Senato deve fare in fretta, perché poi il governo avrà tempi ristrettissimi per scrivere i decreti delegati. A tale proposito il senatore Matera ci ha riferito che “solo in tale sede vi sarà la possibilità di valutare i margini di discrezionalità consentiti dalla direttiva per adeguare l’attuazione alle specificità della realtà imprenditoriale nazionale”.

La rendicontazione diversa da quella finanziaria non nasce con questa direttiva, ma esiste dal 2016. La novità prevista per i prossimi anni – con un calendario graduale – è quella di estendere la platea delle imprese interessate e allargare la massa di informazioni da fornire, con specifica attenzione ai fattori Esg. Le imprese coinvolte a livello Ue dovrebbero passare da 11.700 a 49.000 di cui circa 4.000 soltanto in Italia. Oltre alle imprese pubbliche e a tutte le quotate sui mercati regolamentati, anche PMI in quest’ultimo caso, saranno coinvolte (dai bilanci dell’anno 2025) anche le grandi imprese non quotate. Basterà superare due su tre soglie dimensionali – 20 milioni di attivo, 40 milioni di fatturato e 250 dipendenti – e l’adempimento scatterà. Soglie che rimandano a dimensioni aziendali non proprio di una multinazionale, ma che coinvolgono la spina dorsale del nostro tessuto produttivo.

La legge ormai in dirittura d’arrivo al Senato fornisce al governo – nel ruolo di legislatore delegato – la possibilità di “esercitare, ove ritenuto opportuno, le opzioni normative previste dalla direttiva 2022/2464, tenendo conto delle caratteristiche e delle peculiarità del contesto nazionale di riferimento, dei benefici e degli oneri sottesi alle suddette opzioni, della necessità di garantire la tutela dei destinatari di tali informazioni di sostenibilità, nonché l’integrità e la qualità dei servizi di attestazione della conformità della rendicontazione di sostenibilità, tenuto conto anche della fase di prima applicazione della nuova disciplina”.

Insomma, ci sono tutte le leve affinché il governo tenga contodelle peculiarità delle nostre imprese e non le appesantisca di adempimenti francamente eccessivi. Per le quotate invece sarà la Consob ad essere investita dei poteri di vigilanza, indagine e sanzionatori per assicurare il rispetto dell’obbligo di rendicontazione.

Perché davvero si fatica a trovare l’utilità di tale adempimento. Interessa i consumatori? No, a meno di immaginare la “casalinga di Voghera” intenta a spulciare i report di sostenibilità prima di andare a fare la spesa. Interessa gli investitori? Nemmeno, perché l’illusione di un trattamento preferenziale per le imprese più sensibili ai fattori Esg è svanita nel nulla. Come certificano i dati in arriva da Regno Unito e Usa, che hanno ricevuto ampio risalto sul Wall Street Journal e sul Financial Times.

Le imprese dovranno pubblicare le informazioni necessarie sia per comprendere come i fattori di sostenibilità influenzino lo sviluppo, la performance e la posizione commerciale dell’azienda (la prospettiva “inside-out”), sia per la comprensione di come le attività dell’azienda impattino sulle persone, sulla società e sull’ambiente (la prospettiva “outside-in”). Piani, obiettivi, modalità di attuazione, procedure, ruolo degli organi societari, indicatori di performance. Resta da capire cosa scriveranno in quel rapporto, ad esempio, i produttori di armi. Un diluvio di dati la cui produzione costerà, sarà l’ennesimo balzello, ed i cui benefici sono tutti da dimostrare. Il tutto generato dall’ubriacatura ideologica del Green Deal di questa Commissione e trascurando che le imprese cercano la sostenibilità da sempre, perché devono confrontarsi con i clienti, rispettare le leggi e gestire il rischio d’impresa. Il tutto con l’incredibile beneplacito delle associazioni imprenditoriali.

Tali e tanti sono i dubbi e i mal di pancia tra le imprese che proprio mercoledì l’Europarlamento ha approvato una proposta della Commissione per ritardare di altri 2 anni l’applicazione di 8 standard settoriali di rendicontazione. Si tratta dei nuovi standard europei di rendicontazione della sostenibilità (“Esrs”), che si articolano in due standard “trasversali” (o cross cutting), cinque standard ambientali, quattro standard sociali e uno standard di governance. Un percorso di guerra.

Allora – in ossequio alla massima secondo cui se una cosa non serve a nulla, allora serve a qualcos’altro – questo ennesimo carico burocratico europeo servirà per una “torsione ideologica” della finalità e della gestione d’impresa. Non basterà più osservare le leggi, bisognerà anche spiegare cosa si fa per salvare il pianeta, salvo non esserci alcuna relazione causa effetto tra le azioni e i risultati. Roba da far sfigurare Orwell.

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