Economia

Fubini del Corriere strapazza le previsioni del governo nella Nadef su debito e non solo

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Come Federico Fubini del Corriere della Sera ha commentato le previsioni su crescita e debito contenute nella Nadef (Nota di aggiornamento del Def) del governo

 

La Nota di aggiornamento al Def (Nadef) approvata ieri cerca di rispondere, mettendo in programma — a meno di ricadute gravi del Covid — un calo abbastanza rapido del debito dal 158% del prodotto di adesso al 151,5% del 2023. Ma come?, si chiede Federico Fubini, vicedirettore del Corriere della Sera e firma del giornale di Rcs.

Ecco le previsioni ufficiali di crescita «programmata», quella che si dovrebbe raggiungere grazie alle misure del governo: più 6% nel 2021, più 3,8% nel 2022, più 2,5% nel 2023.

L’intera traiettoria calante prevista per il debito si basa sull’aspettativa di una crescita reale e nominale (cioè con l’aggiunta dell’inflazione, in realtà per ora sottozero) che dovrebbe diventare fortissima non solo nel 2021 ma anche negli anni seguenti, sottolinea Fubini: “È legittimo nutrire dei dubbi. Nel 2021 può esserci in effetti un qualche rimbalzo automatico in confronto al 2020 — quest’anno abbiamo attraversato interi mesi di paralisi — anche se la spinta aggiuntiva dal Recovery fund europeo sarà appena di qualche decimale di punto. Ma dopo il 2021 com’è possibile che l’Italia cresca in appena due anni quasi il doppio di quanto sia cresciuta negli ultimi venti? La risposta del governo è che tutto questo dovrebbe accadere grazie ad altre misure espansive, cioè facendo più deficit (nel 2022) e poi persino durante una prima stretta netta di bilancio nel 2023”.

Due dettagli segnalano le possibili fragilità di un simile impianto, secondo l’editorialista del Corriere della Sera: “Nel 2022 la crescita «programmata» grazie alle politiche di spinta del governo è dello 0,8% superiore alla crescita «tendenziale» (cioè quella senza spinta del governo) e il deficit «programmato» è di 0,6% più del deficit «tendenziale». In sostanza uno 0,6% di deficit in più produrrebbe uno 0,8% di crescita in più: ogni euro di debito in più innescherebbe 1,33 euro supplementari di espansione dell’economia. Possibile? Chissà, evitiamo processi alle intenzioni. Ma nei nove anni a partire dal 1999 ci sono voluti 2,9 euro di debito totale — pubblico e privato — per produrre un solo euro di crescita; e nei sette anni dopo il 2013 ci sono voluti 2,2 euro di debito totale — pubblico e privato — per il solito euro di crescita”.

Un effetto moltiplicatore così alto della spesa pubblica o del taglio delle tasse, come quello che prevede il governo nei prossimi tre anni, probabilmente non si è mai visto in Italia nemmeno durante il boom dei nostri padri e dei nostri nonni, ha scritto Fubini: “Tra l’altro questo effetto soprannaturale dell’investimento pubblico sull’economia sembra essere ancora più pronunciato nel 2023: a fronte di un deficit più basso del tendenziale (-0,4%), con una stretta di bilancio, abbiamo una crescita più alta del tendenziale (di 0,7%)”.

Conclusione: “Dai numeri, si direbbe che il governo abbia scelto per gli anni post Covid una linea di disavanzo supplementare permanente finanziata con impatti di crescita immaginari. Salvo non dirci che accadrebbe se questi impatti poi non dovessero verificarsi nella realtà”.

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