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Perché le tesi di Boeri e Perotti sulla flat tax non convincono

Putin

Che cosa sostengono gli economisti Boeri e Perotti sulle proposte di flat tax di Salvini, Berlusconi e Meloni. L’analisi di Gianfranco Polillo

 

Che per la sinistra del PD il nemico da battere sia soprattutto Giorgia Meloni è fin troppo evidente. Fatti fuori dal partito i riformisti, di vario rito e credo politico, non rimane loro che esaltare la concorrenza. Sperare cioè che la sommatoria dei voti tra la Lega e Forza Italia, sia tale da mettere in ombra l’eventuale successo dei “patrioti”. Nella versione aggiornata e corretta di un antifascismo di ritorno, capace di estendere il sistema delle proprie alleanze ed isolare l’avversario. Che, se invece vincesse, sarebbe in grado di determinare un piccolo cataclisma. Facendo venir meno quell’antica pregiudiziale – l’antifascismo appunto – che, in Italia, è stata uno dei grandi collanti della Prima e della Seconda Repubblica.

L’importanza della posta in gioco, spiega non solo le prese di posizioni di diversi politici (cosa naturale). Ma la discesa in campo di personalità più sensibili ai temi di carattere cultural – programmatico, piuttosto che alla politique d’abord. Due pezzi da novanta, come Tito Boeri e Roberto Perotti che, dalle pagine di Repubblica, prendono di mira le differenti posizioni espresse sulla politica fiscale dai tre partiti componenti la coalizione di centro destra. Salvando la Lega e Forza Italia, ma condannando, senza possibilità d’appello, la tesi di Fratelli d’Italia. “Iniqua, costosa e inapplicabile. Quella di FdI è una ‘fake tax’.

Ed allora “si” alla flat tax, sia pure nelle due differenti versioni (Lega, Forza Italia). Assolutamente da respingere al mittente l’ipotesi di poter tassare, con un’aliquota diversa, gli incrementi di reddito maturati nell’anno di imposta. La flat tax proposta dalla Lega e da Forza Italia, scrivono i due economisti, “sono criticabili per tanti motivi (…) ma hanno una loro coerenza interna”. Riconoscimento importante, seppure tardivo. Quella di Fratelli d’Italia, invece, è “la proposta di politica economica più balzana”. Di politica economica, non di politica fiscale. Benché sia la proposta poi “entrata nel programma ufficiale della destra.”

Quindi la spiegazione, smentendo uno dei cavalli di battaglia della sinistra, per i due autori, la flat tax di Salvini e Berlusconi non è per nulla “incostituzionale”. Ne eravamo consapevoli. Entrambi le ipotesi – aggiungono – “sono progressive”. Ricordano, infatti, che nell’attuale regime dell’IRPEF, la progressività è garantita da due elementi: le deduzioni concesse (in percentuale minore al crescere dell’imponibile) e la progressività delle aliquote (crescenti al crescere del reddito). Con la flat tax l’aliquota rimane fissa, ma rimangono le deduzioni. Vale a dire gli sconti o le tax expenditures, come dicono gli economisti. La progressività, pertanto, si riduce, ma non scompare.

La proposta di Giorgia Meloni è invece sicuramente “incostituzionale”. Non ne saremmo così convinti, tanto più che questo, secondo i nostri critici, “è l’ultimo dei (relativi) problemi”. La sua eventuale introduzione metterebbe in crisi il “principale ‘stabilizzatore automatico” keynesiano”. Lasciando meno soldi nelle tasche di coloro che già guadagnano meno. Favorendo invece coloro che “sono in fase di reddito ascendente”. Il che è giusto dal punto di vista della “domanda”. Ma più che compensato dagli eventuali effetti positivi di una politica dell’”offerta”. Dato che l’incentivo fiscale spinge per un maggior impegno individuale.

Seguono quindi una serie di esempi, volti a dimostrare le infinite possibilità di elusione. Una volta chiarita che la proposta “lungi dal semplificare il sistema tributario, aumenta di fatto il numero delle aliquote Irpef” per giungere infine alla conclusione: “è difficile evitare la sensazione che sia stata fatta sola per riuscire a utilizzare in qualche modo il termine “flat tax” tanto di moda, e tanto cara agli alleati”.

Una sorta di “doppiezza” quindi, per utilizzare un termine caro alla sinistra. Rivolta a contenere le promesse, un po’ da marinaio’, di chi vorrebbe sparare alla luna, per guadagnare un pugno di consensi in più. E quindi ridurre quelle distanze che i sondaggi non fanno che evidenziare. Anche se poi quelle promesse, in qualche modo, dovrebbero essere onorate. Dando luogo a quelle critiche che gli stessi due autori, in tante altre occasioni, non hanno risparmiato. Ma che oggi, per motivi abbastanza evidenti, preferiscono derubricare.

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