Economia

Che cosa succederà senza il Fiscal compact?

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L’analisi dell’editorialista Roberto Sommella sul futuro post Fiscal Compact

In attesa di sapere come prenderà forma a metà ottobre la legge di Bilancio, che sarà poi inviata alle Camere e a Bruxelles, l’Italia deve fare molta attenzione a non mandare messaggi sbagliati. Un conto è criticare l’architettura, a volte barocca, delle istituzioni europee, facendo anche immaginare un’uscita da questo consesso. Si tratta di un argomento forte, discutibile, ma non del tutto campato in aria in un’ottica sovranista. Un altro è invece far passare l’idea che si voglia uscire dall’euro per riappropriarsi della sovranità monetaria e magari ripartire da un nuovo matrimonio fra Tesoro e Banca d’Italia. Questa seconda opzione è suicida per un Paese che ha 4 mila miliardi di risparmio finanziario, denominato in moneta unica e 2.300 miliardi di debito pubblico, quasi tutto anch’esso denominato in euro.

LE SFIDE DELL’ITALIA IN EUROPA

La differenza tra l’aspirazione del governo Conte a cambiare con i comportamenti l’Ue, prima ancora che con le riforme, quando lascia spazio alla sensazione che si rimpiangano gli anni della lira crea incertezza negli investitori, nervosismo sui mercati e richiesta di maggiori rendimenti in chi compra Bot e Btp. L’esito di questo corto circuito è l’innalzamento dello spread alla quota rossa di 300 punti base. È il momento di agire con grande cautela perché c’è ancora spazio di manovra, considerando i tre interrogativi fondamentali di questo momento di grande nervosismo sui listini dopo l’avvio ufficiale del braccio di ferro tra Roma e la Commissione europea. Riguardano il futuro delle norme contabili dell’austerity targata Berlino, l’assetto dei mercati dopo la fine del Qe, il giudizio autunnale delle agenzie di rating sull’Italia.

COSA SUCCEDERA’ QUANDO SI CHIUDERA’ L’OMBRELLO DELLA BCE

Sul primo punto occorre chiedersi cosa succederà il 31 dicembre di quest’anno quando sarà decretata la chiusura dell’ombrello salva-spread della Bce, che già dal 1° ottobre ha cominciato a ridurre la potenza di fuoco del riacquisto dei titoli di Stato dei Paesi membri, portandola da 30 a 15 miliardi di euro al mese dopo aver acquistato la bellezza di 2.400 miliardi. A dispetto di quanto si pensi comunemente, il presidente dell’Eurotower, Mario Draghi, ha già stabilito il proseguimento, sotto diverso nome, del Qe anche nel 2019, attraverso una nuova operazione di pulitura di bond governativi già emessi. Nei fatti, quindi, per tutto il prossimo anno e chissà per quanto ancora, perché il board di Francoforte non l’ha ancora deciso, la Bce continuerà a comprare titoli di Stato.

IL DESTINO DEL FISCAL COMPACT

Altro interrogativo interessante e per certi versi dimenticato dopo anni di dibattiti riguarda il destino del Fiscal compact. Il trattato che stabilisce la riduzione a tappe forzate del debito pubblico sopra il 60% del pil sarebbe dovuto essere recepito con voto del Parlamento europeo nelle leggi comunitarie. È accaduto per Schengen e Dublino, tanto per fare qualche esempio. Ebbene, Strasburgo non ha calenderizzato la proposta della Commissione europea che trasformava l’accordo in qualcosa di cogente per tutti e molto probabilmente e ormai non lo farà; quindi ogni Paese d’ora in poi si regolerà sulla base di quanto è stato inserito in Costituzione. Che, come ha ricordato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, prevede l’equilibrio dei conti pubblici e il voto parlamentare su ogni scostamento del disavanzo in casi di emergenza.

L’IMPORTANZA DELLE ELEZIONI EUROPEE

Il parlamento italiano potrà quindi assegnarsi la flessibilità che desidera, perché il Fiscal compact di fatto non esisterà più e l’esecutivo dovrà rispondere solo alla Carta Suprema e agli uffici della Commissione; i quali, in piena campagna elettorale per le elezioni del maggio del 2019, potranno varare nei confronti dell’Italia una procedura d’infrazione dai tempi però biblici, come sanno bene Francia e Germania. In entrambi i casi ricordati si può dire che il fattore tempo, almeno 12 mesi, e l’aria di smobilitazione a Palazzo Berlaymont giocano in favore di Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Se sapranno documentare bene le future spese per 27 miliardi di euro.

IL VERDETTO DELLE AGENZIE DI RATING

Il terzo e ultimo elemento da valutare è quello del prossimo giudizio delle agenzie di rating sul merito di credito del Belpaese. Qui il discorso si fa più complicato perché non si tratta di convincere Pierre Moscovici o Jean Claude Juncker, ma coloro che ci presteranno i prossimi 340 miliardi di euro. Per questo mese è atteso il verdetto di Standard & Poor’s e Moody’s sul debito italiano, visto che Fitch ha rinviato il giudizio al prossimo anno.

IL CALENDARIO

La prima delle sorelle del rating emetterà il responso il prossimo 27 ottobre, a legge di Bilancio varata, e attualmente il suo voto all’Italia è BBB, due scalini sopra i junk bond, mentre la seconda parlerà il 31 ottobre (voto Baa2). Detto che questo grado di credito è del tutto ingiustificato considerando la forza dell’economia italiana, le prossime saranno settimane di passione. I conti vanno fatti presto e bene, non tanto per gli occhiuti controllori di Bruxelles e dell’Ecofin, già in campagna elettorale, quanto per chi mastica molto poco la politica e guarda solo all’affidabilità dal debitore. La sfida è tutta lì: evitare in ogni modo che l’ultimo Capodanno del Fiscal compact diventi anche quello dell’euro.

 

Articolo pubblicato su Mf/Milano finanza

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