Economia

Fca, Psa, Mediobanca, Generali. I subbugli industrial-finanziari analizzati da Cingolani

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Fca-Psa

Meglio Psa che Renault per Fca? Francesi alla guida e Agnelli alla cassa nella nuova Casa auto? Nella filiera Unicredit-Mediobanca-Generali manovre macroniane? Le domande di Arnese, le risposte di Cingolani. Parte “Botta e risposta con Cingolani”, il nuovo appuntamento su Start: i fatti economici e finanziari analizzati e commentati dall’editorialista e saggista, Stefano Cingolani, in una conversazione con il direttore di Start, Michele Arnese

Meglio Psa che Renault per Fca? Approdo inevitabile una fusione del genere per Fca? Unirsi per sopravvivere?

Crescere o sparire è la logica ferrea dell’industria di massa, a cominciare dall’automobile, l’industria che ha dominato il Novecento. Ma lo è ancor più oggi che l’auto si trova davanti alla maggiore innovazione distruttiva: il superamento del motore a scoppio. Non so se l’auto elettrica sarà davvero la soluzione di questo secolo, ma tutti i grandi gruppi stanno investendo qui. La Fca è rimasta indietro, Marchionne non ci credeva così come non credeva all’ibrido (e ha avuto effetti persino sulla Ferrari in F1 rimasta indietro per anni rispetto alla Mercedes). Quindi inviterei a guardare alla fusione Fca-Psa senza paraocchi.

Non c’erano alternative?

La migliore mossa sarebbe stata la scalata a GM, ma è stata bloccata non solo dal vertice della GM, ma dalla proprietà, influenzata anche da Warren Buffett. Renault non era il partner giusto per il peso eccessivo dello Stato. La fusione con Peugeot era stata discussa più volte negli anni, rifiutata prima dalla divisione interna alla famiglia Peugeot, poi dal governo francese.

Psa e Fca sono davvero complementari? O non si rischiano sovrapposizioni? E riusciranno a sfondare in Cina?

Le sovrapposizioni sono un falso problema, oggi non esistono più stabilimenti rigidi mono-produttivi. Il problema viene dalla domanda: il mercato occidentale è saturo, il Sud America (Brasile e Argentina dove Fca è forte) è nel caos, quanto durerà la Cina?

“Francesi alla guida, Agnelli alla cassa”, ha titolato Mf ieri. Mi pare una sintesi azzeccata. Forza Tavares ora?

Dopo la morte di Marchionne non ci sono più grandi ceo nell’auto, gente carismatica e con forte autorità. C’era Ghosn, ma è finito nei pasticci nipponici. Tavares ha dato ottime prove. Quanto a chi comanda davvero, la questione non è né nazionale né solo finanziaria. Anche la fusione Luxottica Essilor ha dimostrato che comanda chi ha il potere tecnologico, la capacità gestionale e la forza di investire. Essilor ha la tecnologia, Luxottica il design. Prevale la tecnologia. Sarà così anche con Psa-Fca? Io penso che Peugeot sia più avanti nel cammino elettrico, anche se indietro rispetto a Renault e lontanissima da Volkswagen.

Maggioranza del cda per Psa, maxi cedola per gli azionisti di Fca. Exor gongola. Gongolerà anche l’Italia?

Elkann ha da tempo scelto di trasformare Exor in una grande holding, lo si è visto quando ha comprato a prezzi elevatissimi Partner Re e anche l’Economist. Tutto il gioco degli scorpori a cominciare da Ferrari va in questo senso. Non so se gongola o no, fatto sta che Fca cominciava ad avere problemi e quest’anno si riaffacciano i debiti e anche Partner Re ha i conti in rosso. Insomma ha bisogno di incassare. Quanto all’Italia è da tempo fuori dai giochi della grande industria e della grande finanza. Qui siamo al piccolo è bello. Con forze politiche come la Lega che pensano di premiare le partite Iva che non pagano le tasse e poi strepita contro la lesa italianità. Le vanno dietro i pentastellati scappati di casa (copyright Calenda) e Zingaretti che insegue l’agenda degli altri perché manca di una strategia sua.

Sei troppo cattivo sulle partite Iva… ma torniamo alla auto. E non solo. Ora Psa, le mire dei francesi di Axa sulla cassaforte di Generali. La Lega spara contro Unicredit capeggiata dal francese Mustier che asseconderebbe la salita di Del Vecchio (con la Luxottica abbastanza francese con Essilor) in Mediobanca per portare in Francia le Generali.

Di colonizzazione francese si è cominciato a parlare con l’Unità d’Italia quando di Rothschild ramo parigino avevano in mano la Rendita del Regno (cioè il debito pubblico). In tempi più recenti a battere su questo tasto è stata la propaganda leghista che, quando non è vuoto risentimento, viene utilizzata da chi vuole difendere il suo potere attuale. Delle mire di Axa su Generali si scrive da decenni (e anch’io ho contribuito quando c’era Antoine Bernheim). Insomma déja vu. E veniamo a Mediobanca. Come la vedo io l’attacco non è all’Italia, ma al management e a Nagel in particolare. Unicredit vorrebbe liberarsi di Mediobanca, Del Vecchio vorrebbe ridimensionarla dentro Generali per diventare lui il perno di un nocciolino privato ammantato di tricolore. Forse gli darà spago Benetton (ci sono vecchi rapporti di amicizia), non so Caltagirone. Il francese che conta è Bolloré il quale è incastrato su altri due fronti (Mediaset e Tim), e al momento non ha amici politici in Italia.

Nella filiera Unicredit-Mediobanca-Generali si scorgono manovre macroniane in Italia, denuncia lo storico ed economista Giulio Sapelli? Timori reali o polemiche sterili?

Le Generali, così come Unicredit, stanno al centro della Mitteleuropa. Io guarderei alla Zurich di Greco più che ad Axa. Ma anche qui vale il discorso Psa-Fca. Le grandi banche e le grandi assicurazioni europee sono ancora troppo piccole rispetto a quelle americane. E la globalizzazione è un dato di fatto checché ne dicano i nazional-populisti. Mustier vuole mettere tutte le operazioni tedesche in una banca e far diventare Unicredit una holding. E voleva comprare Commerzbank. Anche in questo caso guarderei alla Germania più che alla Francia dove non è mai decollato il matrimonio con Société Générale. Adesso il gran nemico dei nazional-populisti è Macron, prima era Hollande e prima ancora Sarkozy nemico pubblico n.1 di Berlusconi. Ma ricordo anche Chirac. Mitterrand no perché era amico di Craxi. Possiamo andare indietro al generale de Gaulle o Leon Blum o dove volete. Mi dispiace che il professor Sapelli abbia lasciato l’economia industriale per l’ideologia.

Riferisco a Sapelli… Magari vorrà replicare.

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