Economia

Chi tutela (e chi non tutela) l’accordo Trump-Juncker su dazi e dintorni

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L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta sull’accordo commerciale fra Trump e Juncker 

Brutta storia, quella a cui si sta dando avvio con l’accordo firmato alla Casa Bianca tra il Presidente americano Donald Trump e quello della Commissione europea Jean-Claude Junker: l’export automobilistico tedesco è salvo, e dunque la missione a Washington è stata portata a termine con successo. Vengono protette anche le subforniture manifatturiere italiane alla Germania; ma il costo dell’accordo si scarica su tanti altri settori, in primo luogo sulla nostra agricoltura. È una storia vecchia, che si ripete: a Bruxelles, prevalgono gli interessi industriali che si coalizzano; gli altri pagano il conto.

IL DOSSIER GNL USA

C’è anche da considerare l’impegno europeo ad importare GNL dagli Usa, per diversificare le fonti di approvvigionamento: “è un messaggio ad altri” ha esplicitato Junker, illustrando alla stampa questo punto dell’accordo. Trova così una risposta l’obiezione che il Presidente americano Trump aveva mosso alla Germania nel corso dell’ultimo Consiglio generale della Nato, quando aveva stigmatizzato che, mentre gli Usa spendono fior di miliardi di dollari per la difesa militare della Germania dalla Russia, Berlino versa bei denari a Mosca per comprarne il gas.

I DUE OBIETTIVI

Per le prossime trattative tra Usa ed Ue, si prevedono due obiettivi: l’azzeramento delle barriere tariffarie, non tariffarie e degli aiuti di Stato, relative ai prodotti industriali, fatta eccezione per le auto; la riduzione di quelle esistenti nel settore dei servizi e del commercio di prodotti chimici, farmaceutici e medicali.

COME CONTRASTARE LA AMBIZIONI CINESI

Si delinea, infine, una strategia volta a contrastare le ambizioni cinesi definite nel progetto “Made in Cina 2025”: occorre riformare il Wto al fine di dare seguito alle reiterate richieste americane in materia di protezione delle tecnologie innovative e di rimozione dell’onere di condividere i brevetti con i partner industriali. Sarà quindi una lotta contro il tempo, visto che la segmentazione delle relazioni economiche globali sta facendo emergere invece due blocchi contrapposti, non più su base ideologica ma di integrazione di filiere: quello Atlantico da una parte, e quello che integra i Paesi Brics dall’altra.

EFFETTO RIMBALZO DEI DAZI

Nella partita dei dazi sul commercio internazionale, siamo giunti dunque al rinterzo. Come in una partita al biliardo, tocca all’Europa rimediare agli effetti di sponda determinati dalle imposizioni iniziali americane e dalle successive contromisure cinesi. I dazi per 50 miliardi di dollari, imposti dagli Usa sulle importazioni cinesi con una tariffa del 25 su una serie di prodotti tecnologici, avevano portato già il 6 luglio alla introduzione di un prelievo di analoga entità complessiva sulle esportazioni americane in Cina, con una tariffa del 25% anche sui semi di soia. La risposta cinese aveva un obiettivo politico ben preciso: colpire i coltivatori americani, concentrati negli Stati della “Corn Belt”, che rappresentano la base più solida del consenso espresso a favore di Donald Trump nel corso delle presidenziali: un colpo basso in vista della tornata di mid term, che si terrà a novembre.

IL CAPITOLO SOIA

La posta in ballo si era fatta pesante: il prezzo dei futures per la soia americana era precipitato, passando dai 1.045 dollari per partite da 5000 bushel fissati il 28 maggio scorso agli 819 dollari del 13 luglio. Per i produttori, un bagno di sangue. La Casa Bianca aveva da tempo predisposto le misure volte a tamponare le perdite derivanti agli agricoltori americani per i minori ricavi ed il pericolo di invenduto: il 24 luglio, giusto alla vigilia dell’incontro con il Presidente della Commissione europea Junker, ha annunciato un pacchetto di aiuti di emergenza da 12 miliardi di dollari, predisposto dal Segretario per l’Agricoltura, Sonny Perdue. In questo modo, però, sarebbe stato il contribuente americano a doversi fare carico delle perdite subite per le contromisure cinesi: per Donald Trump, che si vanta di essere un deal-maker, sarebbe stato uno smacco pesante, che sarebbe stato fatto valere dalla opposizione democratica. Se l’export americano della soia rappresenta il 40% del mercato mondiale, le importazioni cinesi arrivano al 60% di questo mercato: asimmetrico e segmentato, considerando che ci sono produzioni Ogm ed Ogm free.

IL RUOLO DELL’ITALIA NEL DOSSIER AGRICOLO

L’Italia, ad esempio, è il maggior paese produttore di soia europeo, ma esclusivamente di Ogm free. Ciononostante, la produzione italiana ed europea è insufficiente rispetto alla domanda degli allevatori, per cui occorre ricorre all’import da Paesi extra Ue, principalmente da Brasile, Usa, Canada ed Argentina, in grande maggioranza produttori di soia Ogm. In mancanza di una filiera agroalimentare certificata Ogm free, la produzione italiana non solo non riesce né a valorizzare la sua specificità Ogm free, ma è anche pesantemente condizionata dall’andamento dei prezzi sul mercato internazionale.

LA GEOPOLITICA AL SAPOR DI SOIA

L’assorbimento da parte dell’Europa della produzione americana di soia che non è più importata dalla Cina, che infatti si sta rivolgendo al Brasile ed alla Argentina che non impongono i dazi americani, porterà a deprimere l’agricoltura europea, ed in particolare quella italiana. Con questo accordo, quindi, non saranno più i contribuenti americani a doversi tassare per 12 miliardi di dollari, per finanziare il piano di aiuti straordinari per compensare i minori ricavi degli agricoltori americani. Il prezzo della soia, per quanto in ripresa immediatamente dopo l’annuncio dell’accordo, è ancora più basso di oltre il 20% rispetto al 2017.

LE CAPACITA’ NEGOZIALI DI TRUMP

Trump ha dimostrato ancora una volta di essere un ottimo deal-maker, ad esclusiva tutela degli interessi americani: prima ha minacciato sfracelli, salvo poi a trovare nell’Europa un comodo materasso su cui scaricare l’onere delle contromisure cinesi sulla soia americana; stringe l’Unione europea a sé: per mettere in difficoltà l’export energetico russo e per fronteggiare la sfida della Cina. Difficile essere “migliori alleati” di così.

LA MORALE DELL’ACCORDO TRUMP-JUNCKER

Junker ha protetto la produzione automobilistica tedesca e la filiera italiana, scaricando il costo dell’accordo con gli Usa sugli altri interessi debolmente rappresentati a Bruxelles: palla in buca, la solita.

(articolo pubblicato sul settimanale Milano Finanza)

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