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Perché Bruxelles strattona Sanchez in Spagna sul dossier lavoro

Spagna Salario Minimo

Che cosa sta succedendo fra Commissione europea e governo spagnolo. L’approfondimento di Giuseppe Liturri

 

A Madrid è già in scena l’anteprima dello “spettacolo” che potremmo vedere in versione completa nelle prossime settimane in Italia, dal titolo: Niente riforme, niente soldi del Recovery Fund.

Ieri tutti i principali quotidiani spagnoli (El Pais, La Vanguardia, La Razon, ABC, El Mundo) hanno riferito della convulsa giornata di lunedì, quando il vertice tra il Partito Socialista del Premier Pedro Sanchez e Podemos si è chiuso con un nulla di fatto e ha lasciato il governo sull’orlo di una crisi formale. Non a caso si è precipitato sulla scena il Commissario UE Paolo Gentiloni che lunedì e martedì ha avuto una fitta serie di colloqui con i rappresentanti delle istituzioni spagnole, per fare sapere una cosa molto semplice: la riforma del mercato del lavoro introdotta dal premier del Partito Popolare Mariano Rajoy non si tocca. La flessibilità introdotta con diversi interventi legislativi a cavallo tra 2012 e 2013 è condizione essenziale per lo sviluppo dell’economia spagnola e, aspetto proprio non secondario, per il pagamento delle rate del Recovery Fund.

Sanchez è in difficoltà con i suoi alleati di Podemos perché gli accordi che hanno portato al governo di coalizione prevedevano addirittura la cancellazione di quella riforma che tra 2012 e 2014 è riuscita nell’intento di abbassare la disoccupazione (in special modo quella giovanile, giunta al 50%) solo attraverso una drastica riduzione dei salari che sono decresciuti su base annua fino al 5% tra 2012 e 2014. Una macelleria sociale che ha lasciato evidenti cicatrici sulla pelle dei giovani spagnoli e non solo.

Ora Sanchez è passato alla formula più sfumata della “riforma con il consenso di tutte le parti sociali”. Lo scontro minaccia anche la tenuta stessa del governo. Da una parte Yolanda Diaz, battagliera ministro del lavoro, dall’altra Nadia Calvino, ministro dell’economia e con una lunga carriera alle spalle all’interno della Commissione UE, ben spalleggiata dal governatore della Banca di Spagna Pablo Hernandez de Cos.

Quest’ultimo ritiene che la flessibilità garantita dalla riforma del mercato del lavoro è ancora necessaria in questo particolare momento, perché le trasformazioni in atto in conseguenza della crisi devono essere accompagnate da strumenti che consentano di cogliere le diverse specificità aziendali. Da qui la prevalenza degli accordi individuali su quelli settoriali, fiore all’occhiello di quella riforma. De Cos ha anche agitato lo spauracchio della revisione al ribasso delle stime di crescita del PIL per il 2021 e 2022, ora lievemente al di sotto del 6% per entrambi gli anni.

Insomma, siamo alle solite. Come se dal 2011 non fosse accaduto nulla e non ci fosse stata alcuna lezione da imparare. Le (fallimentari e socialmente costose) prescrizioni di politica economica sono sempre le stesse: competitività ottenuta comprimendo il costo del lavoro, all’insegna del motto “qualsiasi lavoro (a qualsiasi prezzo) è meglio di nessun lavoro”. Pazienza se la domanda interna soffre e i giovani spagnoli cercano lavoro all’estero.

Ora sta a Sanchez ricomporre la frattura o piegare il capo ai soliti diktat di Bruxelles. Nel frattempo a Roma possono cominciare il giro di riscaldamento, perché le richieste e il metodo usato dalla Commissione sarà lo stesso. Senza sconti.

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