Economia

Eni, Leonardo-Finmeccanica, Cdp. Ecco i compiti delle aziende strategiche (e della politica)

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Che ruolo può svolgere oggigiorno la grande impresa a partecipazione pubblica (Eni, Cdp, Leonardo e così via) nella definizione degli interessi nazionali? Risponde Alessandro Aresu, consigliere scientifico di Limes, direttore scientifico della Scuola di Politiche e blogger di Start Magazine.

Che ruolo può svolgere oggigiorno la grande impresa a partecipazione pubblica (Eni, Cdp, Leonardo e così via) nella definizione degli interessi nazionali?

Un ruolo importante ma allo stesso tempo rischioso. Se considerato in termini di mera “supplenza” verso lo Stato e verso la cultura di un Paese, esso rientra in una categoria di Cassese, quella della “fuga dallo Stato”. Per fare esempi relativi alle aziende citate, non è che puoi realizzare la progettazione delle opere solo con Cdp, non è che puoi gestire la politica estera solo con l’Eni. Non puoi vivere solo e soltanto di toppe permanenti, ancor più se hai un vincolo politico che non ha più equilibrio. La vicenda di Leonardo ha mostrato il peso negativo delle oscillazioni politiche sulle scuole manageriali, anche qui in riferimento all’elemento che ho toccato prima: una politica debole, con partiti o movimenti che non durano nel tempo e con forti oscillazioni nervose, risponde esercitando in modo quasi esclusivo il potere di nomina, riducendo a questo il potere. Quello delle scuole manageriali è un tema essenziale, sistematicamente sottovalutato nell’Italia seguita al “sistema Beneduce”.

A mio avviso, se vogliamo sintetizzare, nella grande impresa a partecipazione pubblica vi sono tre elementi molto importanti.

II primo è agire secondo una reale definizione di ciò che è strategico, soprattutto nelle acquisizioni (secondo me, strategica è, in estrema sintesi, l’alta tecnologia, ma va definito con una chiarezza che tuttora manca al nostro sistema). Altrimenti rientri nella logica delle toppe o del tenere in piedi ciò che non ha senso, invece di concentrarti su altro (la “bussola”). E il tempo del mondo non ce lo consente.

Il secondo elemento è una consapevolezza geopolitica, storica, geografica comune, che dovrebbe caratterizzare il nucleo della grande impresa pubblica, che attualmente non si scorge.

In terzo luogo, l’azione sulla capacità scientifico-tecnologica del Paese: anche questa dovrebbe tornare a essere pienamente parte della nostra “storia civile”.

Questi tre elementi dovrebbero interagire, come visione generale, nelle differenze che ovviamente ci sono tra le diverse società, tenendo sempre presente il loro rapporto con il mercato.

Come può l’Italia ovviare alle grandi debolezze e criticità del suo sistema finanziario, fonte di fragilità?

nzitutto, con la crescita del suo potere negoziale nell’ambito europeo: un’azione silenziosa, concertata, determinata, che non si faccia mai disorientare dalle chiacchiere. Un’azione che può essere svolta solo se non si delegittimano i funzionari, se non si delegittimano a vicenda le varie istituzioni coinvolte, se si conoscono i processi negoziali, se si costruiscono alleanze adeguate. Come ho argomentato, penso inoltre anche che l’Italia avrebbe bisogno di ministri dell’economia politici, altrimenti l’uso del tecnico di turno diventa un diversivo o un meccanismo di delegittimazione reciproca sul piano interno.
E vale anche su questo il discorso sull’autolesionismo della separazione impossibile tra industria e finanza.

In prospettiva, lei giudica sostenibile la possibilità di un’Italia attivamente protagonista nella “Nuova Via della Seta”? Ritiene che tale progetto, se ben gestito, possa valorizzare la posizione italiana del Mediterraneo?

Ritengo positivo che su questo tema ci sia stato un embrione di dibattito nel nostro Paese. In termini di metodo, è sempre importante che sulle grandi scelte si ragioni e si oppongano argomenti e opzioni alternative.

Giudico in ogni caso errato l’argomento avanzato dalle istituzioni per avvalorare la partecipazione italiana: si è sostenuto che un documento politico sia un volano economico per recuperare un divario, mentre accordi economici di vasto respiro sono stati, sono e saranno firmati dall’Italia e da tutti gli altri attori con Pechino a prescindere da questa adesione. Un’adesione che ha dunque più carattere geopolitico o perlomeno segnaletico. Quindi l’argomento per l’aderenza italiana è stato sbagliato, ma non è detto che non dia dividendi in termini di crescita dell’interscambio, che forse sarebbero arrivati comunque visto che non abbiamo la controprova. Come si è già visto, e come era ampiamente prevedibile, è arrivata anche la controffensiva di Washington: un aspetto estremamente sensibile considerando la situazione di difesa e di sicurezza del nostro Paese. Vista questa breve “analisi costi/benefici geopolitica”, ciò che avrei fatto o consigliato io è: firmare accordi tra imprese ovviamente sì, firmare quel “Memorandum” (ma ancor prima avviare le sue trattative) no.

Più in profondità ritengo, come ho scritto tempo addietro su Limes, che l’interesse cinese per il sistema italiano non riguardi gli investimenti greenfield, che riguardano un aspetto generale di competitività del Paese. I cinesi possono realizzare qualcosa, in termini di centri di ricerca, come già fatto in passato (sempre senza “Memorandum”). Non credo però che i cinesi costruiranno grandi infrastrutture in Italia, per esempio. La resistenza di vaste parti del popolo italiano alle grandi infrastrutture e le difficoltà di realizzazione sono problemi per tutti gli investitori.

Figuriamoci se il Partito Comunista Cinese fa l’elogio delle “piccole opere”, come si sente dire in Italia a prescindere dai governi. Quindi il Partito Comunista su questo non butta i soldi, che non sono illimitati, soprattutto in questa fase su cui vi sono conflitti interni. Diverso il caso dell’acquisizione di alcuni asset, soprattutto in ambito di infrastrutture e di telecomunicazioni. Per questo la Cina è disposta a pagare di più, forse molto di più, e potrebbe farlo, mettendo così lo Stato italiano davanti a scelte difficili. Rispetto agli investimenti degli Stati Uniti, i cinesi promettono alle realtà manifatturiere italiana una maggiore penetrazione nel loro mercato in crescita: un aspetto tutto da verificare, come è da verificare un’integrazione tra imprese italiani e cinesi in infrastrutture all’estero.

In questo scenario in evoluzione, il conflitto tecnologico tra Washington e Pechino è la grande questione del mondo in cui viviamo. Quindi quasi tutto può essere visto nella prospettiva di questo conflitto, compreso ciò che non lo è. Pertanto, i risultati italiani si misureranno molto sull’esito di questo conflitto. Il mondo in cui il primato tecnologico americano sarà davvero scardinato a Shenzhen e quello in cui il Partito Comunista Cinese cadrà davvero sotto i colpi di Washington sarebbero molto diversi. Attenzione però a non sopravvalutare gli interessi dei due contendenti in ciò che ci riguarda intimamente: mi pare che il coinvolgimento di Washington e di Pechino in alcune partite mediterranee di primaria importanza per l’Italia (parlo della Libia), per loro volontà, sia molto inferiore a quello, per esempio, di Abu Dhabi. È comunque evidente che anche sul piano culturale la Cina abbia accresciuto la sua presenza nel Mediterraneo, basti pensare ai rapporti con Israele e la Santa Sede.

(estratto di un’intervista pubblicata su Osservatorio Globalizzazione, qui l’intervista integrale)

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