Economia

Ecco le sciocchezze fiscali su Flat tax e riforma tributaria. Il commento di Polillo

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Il tema vero è in che modo una riforma del sistema fiscale possa contribuire allo sviluppo complessivo del Paese, nel rispetto di un ragionevole principio di progressività. Ma occorre quella serietà di analisi e di proposte che la “lotta continua” per accrescere il proprio consenso elettorale rende impraticabile. Il commento di Gianfranco Polillo

La sfida ormai è a tutto campo. Lega e 5 Stelle sono molto più di separati in casa. Si guardano in cagnesco per punzecchiarsi continuamente nella quotidianità del governo. Difficile raccapezzarsi e quindi cercare si scorgere quel filo rosso, se ancora esiste, che dovrebbe orientare le scelte di fondo di una comunità che vive ancora sprofondata nella crisi del 2007-2008. Unico Paese, in ambito europeo, che da quel fossato non è mai uscito. Ciò che manca è una comune visione, che poi è la base di un possibile impegno programmatico. Il famoso “contratto di governo”, che ne doveva rappresentare un possibile compromesso, non ha retto alla prova del budino: spazzato via da risultati elettorali che avevano segnato l’inizio di legislatura, ribaltando i rapporti di forza tra i due protagonisti. Mentre l’opposizione, a sua volta, non sa che pesci pigliare. In tempi normali, la scelta più opportuna, non tanto da un punto di vista politico, ma istituzionale, sarebbe stata quella di nuove elezioni politiche. Com’è avvenuto in altri Paesi: dalla Grecia, alla Spagna, all’Austria.

Ed invece è mancata la sponda del reciproco riconoscimento: ingrediente essenziale dell’unità nazionale. Ha prevalso il sospetto che nei luoghi, che contano, potessero prevalere elementi di manovra. Trame rivolte a prefigurare soluzioni in aperto contrasto con quei risultati elettorali, dietro il fragile argomento che quei mutamenti dei rapporti di forza non riguardavano le politiche, ma semplici elezioni europee. E la situazione si è impantanata. Ed è inevitabile che, ogni qual volta che si smarrisce l’idea fondante di una comune impostazione programmatica, siano gli elementi identitari a prevalere. In questo caso la logica degli schieramenti, con le loro propaggini a livello europeo (leggi la scelta dei nuovi vertici), ha preso il sopravvento. E con essa è venuta meno ogni possibilità di operare. Domani sapremo, se anche in Europa, quelle divisioni si saranno ulteriormente consolidate.

Sono questi gli ingredienti di fondo che riaffiorano continuamente nella politica di tutti i giorni. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, da giurista qual è, dovrebbe conoscere la differenza tra Costituzione scritta e Costituzione materiale. Basterebbe, in proposito, rileggere gli scritti di Costantino Mortati. Tener quindi conto, nel rivendicare le sue prerogative (la manovra si decide a Palazzo Chigi nei tempi indicai dal Presidente del consiglio), che la sua stessa legittimazione non è più quella dello scorso anno. E che quindi è necessario, se non si vuole andare ad un rimpasto di Governo, moltiplicare le sedi di confronto, alla ricerca di quel compromesso che è necessario per riconciliare i due poli del dilemma. L’esperienza della Prima Repubblica, da questo punto di vista, dovrebbe ancora insegnare qualcosa. Obiettivo primario è infatti quello di ritrovare un minimo comune denominatore che consenta al partito di maggioranza relativo, che non sono più i 5 stelle, di rispondere pienamente al nuovo mandato elettorale.

Se questo non avviene, lo stillicidio delle punture di spillo diventa inevitabile. Ed ecco allora che ad ogni proposta formulata, fa seguito una nuova contro-proposta. Bianco e nero, con il risultato di giungere a sfumature di grigio che, troppo spesso, generano risultati inconcludenti. A ciò si aggiunga che quei risultati elettorali non hanno solo determinato il ribilanciamento dei rapporti di forza tra i due principali protagonisti. Ma che, a loro interno, il dibattito è divento più articolato. Sono emersi i distinguo, se non vere e proprie contrapposizioni. Nella Lega, l’insofferenza è cresciuta rispetto ad un compagno di viaggio conosciuto al momento dell’imbarco. Nei 5 stelle, invece, incombe la sensazione di un possibile disastro, certificato dai risultati elettorali ed alimentato da sondaggi che ne evidenziano il progressivo ridimensionamento. Ed ecco allora la tentazione di rovesciare il tavolo, in un mitico ritorno alle origini. La crisi della Giunta torinese: ieri fiore all’occhiello che avrebbe dovuto far dimenticare il disastro di Virginia Raggi. Ad un Di Maio, sempre più isolato all’interno del Movimento, fanno da controcanto le prese di posizioni di Roberto Fico, le battute al vetriolo di Beppe Grillo, le cattiverie di Alessandro Di Battista, alla continua ricerca di un casus belli che faccia di nuovo risorgere il grido di “onestà, onestà, onestà”. Mentre Davide Casaleggio, con i suoi silenzi da sfinge, tiene tutti sulla corda.

Se la barca va – come si diceva una volta, guardando alla crescita del Pil – queste piccole scosse telluriche sarebbero senza conseguenza. Ma l’Italia si trova a navigare in acque procellose. Ha bisogno di timonare tra secche e scogli affioranti. Ci sono riforme da fare, come quelle del fisco, dove è fin troppo facile farle arenare tra mille pretesti. Troppo favorevole ai ricchi: una delle tante voci. Sennonché questi ultimi contribuiscono in modo determinate al gettito dell’Irpef. Secondo gli ultimi dati del Dipartimento delle finanze del Mef (Statistiche sulle dichiarazioni fiscali – analisi dei dati Irpef – anno d’imposta 2017) coloro che hanno dichiarato un reddito imponibile superiore ai 70 mila euro all’anno sono pari al 3,57% dei contribuenti italiani. In compenso pagano il 28,54 per cento dell’Irpef. Si deve sono aggiungere che fino a 26 mila euro di imponibile, i contribuenti sono pari al 66,31 per cento, ma il loro contributo è solo del 25,62 dello sforzo fiscale totale. Fino a che punto deve arrivare la progressività dell’imposta? Senza la spinta della crescita, che migliori le condizioni degli ultimi, non ci può essere limite alle forme di esproprio fiscale.

Del resto, al netto delle agevolazioni concesse, circa la metà dei contribuenti italiani ha un’aliquota media effettiva inferiore al 15 per cento. Per loro la flat tax esiste da tempo. Non ha quindi senso continuare ad avvelenare i pozzi, in nome di sacri principi. Il tema vero è in che modo una riforma del sistema fiscale possa contribuire allo sviluppo complessivo del Paese, nel rispetto di un ragionevole principio di progressività. Ma per misurarsi con un problema così complicato, non solo in Italia ma in Europa, occorre quella serietà di analisi e di proposte che la “lotta continua” per accrescere il proprio consenso elettorale rende impraticabile.

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