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Ecco come Mps (e non solo) vince il palio dei paradisi fiscali

Che cosa emerge da uno studio dell’Osservatorio europeo sulla fiscalità che ha preso in esame i dati pubblici di 36 istituti nel periodo 2014-20. Caso Mps

I conti delle banche vanno in paradiso grazie ai paradisi fiscali?

“Nonostante l’importanza crescente di questo tema nel dibattito pubblico e nel mondo politico, le banche europee non hanno ridotto in modo significativo il ricorso ai paradisi fiscali”: gli istituti europei realizzano annualmente circa 20 miliardi di euro di profitti, il 14% del totale, in 17 Paesi con fiscalità favorevole e tra gli istituti europei che più vi fanno ricorso c’è Monte dei Paschi di Siena (Mps). Quasi il 50% degli utili pre tasse nel periodo 2018-20 è stato contabilizzato in questi territori.

E’ quanto evidenzia un rapporto dell’Osservatorio europeo sulla fiscalità (Eu Tax Observatory), un laboratorio di ricerca indipendente finanziato dall’Ecole d’economie di Parigi e dalla Commissione europea.

IL COMMENTO

«Le banche europee non hanno ridotto l’utilizzo dei rifugi fiscali dal 2014 al 2020 – scrivono i ricercatori Giulia Aliprandi, Mona Barake e Paul-Emmanuel Chouc -. Iniziative più ambiziose sarebbero auspicabili, a partire dalla tassa minima globale del 25%».

I DATI

L’Osservatorio ha preso in esame i dati pubblici di 36 istituti nel periodo 2014-20 individuando 17 Paesi come destinazione privilegiata dei profitti: Bahamas, Isole vergini britanniche, Cayman, Jersey e Guernesey, Gibilterra, Hong Kong fino a Malta e Lussemburgo. Paesi, osserva lo studio, dove gli utili per dipendente arrivano a 238mila euro a fronte dei 65mila degli altri territori.

LE BANCHE EUROPEE

Per l’Osservatorio, e’ Hsbc l’istituto che ha piu’ familiarita’ con questa pratica avendo contabilizzato il 62% degli utili pre-tasse in Paesi con fiscalità agevolata tra il 2018 e il 2020. Al secondo posto c’e’ appunto il Monte dei Paschi di Siena con il 49,8% nel periodo 2018-20: peraltro alla banca toscana spetta la variazione più significativa rispetto al triennio 2014-16 in cui la quota era del 30,3%. Standard Chartered e’ terza nel 2018-20 con il 30% circa.

NON SOLO MPS

Tra le altre banche italiane considerate, Intesa Sanpaolo ha una quota di utili pre-tasse che fanno capo a questi Paesi pari al 24,6% nel 2018-20 (era il 12,5% nel 2014-16), Unicredit del 4,1% nell’ultimo triennio (era l’11%).

I PAESI

La ricerca punta ad analizzare la porzione di profitti che le banche europee realizzano nei Paesi a fiscalità agevolata. In questa definizione – secondo la ricerca – rientrano 17 Stati (come le Cayman e le Bermuda ma anche l’Irlanda e Hong Kong), che hanno due caratteristiche: una tassazione inferiore al 15% ed elevati utili per dipendente. “Non si tratta dunque in tutti i casi di veri e propri paradisi fiscali, quelli ufficialmente riconosciuti come tali e inseriti nelle blacklist di Unione europea, Ocse o Fmi. Infatti la ricerca li chiama «tax havens» (rifugi fiscali) e non «tax heavens» (paradisi appunto)”, ha sottolineato il Sole 24 Ore.

I NUMERI

A prescindere dalle definizioni, dai dati emerge che le 36 banche realizzano in media il 65% dei profitti fuori dai confini nazionali, aggiunge il quotidiano economico-finanziario: “E il 14%, come detto, lo producono nei “paradisi” fiscali. Ma l’aspetto più interessante è proprio che gli utili per dipendente sono molto più elevati nei Paesi a fiscalità agevolata (238mila euro) che altrove (65mila euro in media). «Questo – si legge nella ricerca – suggerisce che i profitti registrati nei rifugi fiscali siano in realtà in gran parte prodotti in altri Paesi dove i servizi sono stati effettivamente offerti»”.

REAZIONI E COMMENTO. FONTE: SOLE 24 ORE

“Ma alcune banche incluse nella ricerca (tra cui le italiane Intesa e Mps) non si riconoscono nei dati. Mps (che secondo la ricerca fa il 49,8% dei profitti pre-tasse nei paradisi fiscali) commenta in maniera netta: «La ricerca non rappresenta correttamente la realtà di Mps in quanto basata su informazioni incomplete». La banca rileva che il dato è falsato dal burden sharing nel 2017 di strumenti subordinati quotati in Lussemburgo. Gli autori dello studio sono già in contatto con l’istituto senese, per capire se si tratti effettivamente di un’interpretazione errata.

A prescindere dal caso Mps, altre banche contestano i risultati dello studio. Per esempio Intesa Sanpaolo, che risulta fare il 24,6% dei profitti nei Paesi a fiscaltà agevolata con un aumento del 12,2% rispetto al periodo 2014-2016. Due i motivi. Da un lato – fanno sapere dall’istituto milanese – «la metodologia utilizzata, considerando anche l’articolazione dei dati pubblici, produce distorsioni sul risultato dell’effective tax rate». Dall’altro Intesa contesta il fatto che tra i paradisi fiscali la ricerca consideri Paesi dell’Eurozona come il Lussemburgo e l’Irlanda, mesi «allo stesso livello per esempio di Panama». Stessa contestazione arriva da Deutsche Bank, che riferisce di essere presente in circa 60 Paesi, «nessuno dei quali è nella lista Ue dei paradisi fiscali». Idem per HSBC, banca che secondo lo studio fa il 62,3% dei profitti nei paradisi. Il portavoce – contattato da Bloomberg – sottolinea che il motivo è legato al fatto che HSBC è la prima banca di Hong Kong, inclusa dallo studio nella lista dei paradisi fiscali.

Il punto è che i ricercatori – contattati – individuano come «rifugi» fiscali Paesi con certe caratteristiche: tasse sotto il 15% e elevati utili per dipendente. Possono essere opinabili, certo. Lo studio può aver giocato sulle parole «haven» (rifugio) e «heaven» (paradiso). Vero. Ma le caratteristiche di questi Paesi sono ben definite”.

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