Economia

Ecco come e perché Trump e Merkel bisticciano su Huawei, South Stream e spese militari

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Tutte le ultime tensioni fra il presidente americano Donald Trump e la cancelliera tedesca Angela Merkel nell’approfondimento di Tino Oldani, firma di Italia Oggi

Al contenzioso già ampio tra Donald Trump e Angela Merkel, si aggiunge un nuovo capitolo. Secondo German Foreign Policy, il presidente Usa «sta prendendo in considerazione l’ipotesi di richiedere denaro per il dispiegamento delle truppe statunitensi in Germania».

La cosa non è nuova. In Corea del Sud una prassi simile è in vigore da tempo: il governo di Seoul contribuisce infatti per metà al costo dei 28 mila soldati Usa dislocati sul proprio territorio nazionale come deterrente verso la Corea del Nord di Kim Jon-un, con una spesa annua di 925 milioni di dollari. Ora Trump vorrebbe fare la stessa cosa in Germania, dove sono dislocati 33 mila soldati Usa nelle basi Nato. Ed è evidente che, in questo caso, la posta in gioco, prima ancora che economica, sarebbe soprattutto politica.

Sul piano formale, il presidente Usa potrebbe giustificare la richiesta ricordando alla Merkel che la Germania è ancora troppo lontana dal contribuire alle spese Nato con il 2% del proprio pil, come si era impegnata a fare entro il 2024, al pari di tutti gli alleati Usa. Il suo contributo è fermo all’1,37%, ma nel budget federale tedesco, presentato di recente dal ministro delle Finanze Olaf Scholz, è previsto addirittura che scenda all’1,25% nel 2023. Un trend che l’ambasciatore americano a Berlino, Richard Grenell, fedelissimo di Trump, ha definito «di per sé inaccettabile, oltre che un segnale preoccupante».

Ma l’eventuale richiesta Usa di pagare una sorta di «tassa di stazionamento» per i propri militari dislocati in Germania, sottolinea German Foreign Policy, colpirebbe al cuore l’ambizione politica della Merkel di puntare a una «autonomia strategica» del proprio paese, con l’ambizione di farne «una potenza globale», capace di confrontarsi con le superpotenze Usa, Cina e Russia.

Una simile ambizione non è affatto campata in aria, ma è il tema principale di uno studio recente compiuto da un pensatoio finanziato dalla Cancelleria di Berlino, la Fondazione Wissenschaft Politik (Swp), dove si afferma che «l’autonomia strategica nei confronti degli Stati Uniti condurrebbe allo status di potenza globale».

Un obiettivo per il cui raggiungimento, la Fondazione Swp consiglia di «espandere la propria opzione in politica estera» anche nei confronti degli Stati Uniti. Tanto più che «la politica estera dirompente e irregolare dell’amministrazione Trump sfida l’Ue a definire e proteggere gli interessi europei in maniera più forte». Non solo: Berlino e Bruxelles, «anche per il periodo che seguirà alla fine della presidenza Trump, dovranno prepararsi ad affrontare sempre più polemiche, dibattiti aperti e anche conflitti con gli Stati Uniti».

A giudicare dalle sue mosse più recenti, sembra proprio che la Signora Merkel abbia fatto di tali consigli le linee guida del governo tedesco, fino a scontrarsi più volte con Grenell, l’ambasciatore Usa a Berlino. Il caso più recente riguarda l’ipotesi di coinvolgere la compagnie telefonica cinese Huawei, autentica bestia nera di Trump, nella costruzione della rete 5G in Germania. Per Grenell, la posizione tedesca di non escludere Huawei dal progetto (esclusione che l’amministrazione Trump va invece chiedendo a tutti gli alleati, compresa l’Italia) potrebbe mettere a rischio la collaborazione tra i servizi di intelligenze tra Usa e Germania. Un altolà così perentorio, che in Germania è stato respinto all’istante da tutti i partiti.

Il primo a insorgere è stato il vicepresidente del Bundestag, Wolfgang Kubicki, liberale, che ha chiesto al ministro degli Esteri, Heiko Maas, di far dichiarare l’ambasciatore Usa «persona non gradita», spiegando: «Siamo un paese sovrano e non dobbiamo dare l’impressione che gli ambasciatori di altri Paesi possano determinare la nostra politica interna». Pollice verso anche da uno dei maggiorenti della Spd, Carsten Schneider: «Il signor Grenell è un caso di avaria diplomatica totale».

Quanto ad Angela Merkel, che di solito affida simili risposte al proprio portavoce, è intervenuta di persona con parole molto dure: «Ci sono due cose di cui non ho nessuna considerazione: la prima, che si discuta pubblicamente di questioni sensibili legate alla sicurezza; la seconda, di escludere un partecipante solo perché viene da un certo paese. Pertanto, pur non essendo ingenuo di fronte alla Cina, dove valgono tutt’altre norme rispetto all’Europa, il governo tedesco ha deciso di porre in maniera molto chiara dei paletti in merito alla sicurezza».

Già che c’era, la cancelliera ha ribattuto a Trump e Grenell anche sulle spese per la difesa: «Intendo raddrizzare la questione. La fetta di pil destinata alla difesa negli ultimi dieci anni è sempre cresciuta, e continuerà a crescere anche l’anno prossimo, all’1,37%. Ma la pianificazione finanziaria a medio termine non può essere presa come parametro. Decisiva è invece la spesa di anno in anno, e questa viene corretta ogni volta verso l’alto». La Germania, ha aggiunto, aumenterà la sua quota, però «sarebbe un errore puntare sulle spese per la difesa in senso strettamente militare, bisogna ragionare anche in termini di prevenzione delle crisi e di sviluppo».

Non una parola, invece su un altro tasto polemico su cui era intervenuto Grenell, il gasdotto North Stream 2, in costruzione nonostante l’embargo economico Usa-Ue verso la Russia di Putin, e nonostante i ripetuti inviti di Trump a non farlo. Un paio di mesi fa l’ambasciatore Grenell aveva addirittura minacciato di sanzioni le imprese tedesche impegnate nella sua costruzione, attirandosi anche in quel caso le risposte sdegnate dei politici tedeschi. Ma non della Merkel. Un silenzio giustificato, a quanto pare, dal fatto che Grenell aveva minacciato le sanzioni solo contro le imprese, ma non contro il governo: dettaglio sottile, che però non era sfuggito alla cancelliera, decisa più che mai a chiudere il suo mandato a testa alta, con l’affermazione di una «autonomia strategica» e del relativo «status di potenza globale» della Germania. Alla faccia di Trump.

(articolo pubblicato sul quotidiano Italia Oggi)

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