Economia

Vi svelo tutte le vere divergenze tra Romano Prodi e Paolo Savona

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L’articolo di Tino Oldani, firma del quotidiano ItaliaOggi, sulle vere divergenze tra Romano Prodi e Paolo Savona

Una settimana fa le elezioni politiche anticipate sembravano inevitabili. Il presidente Sergio Mattarella aveva convocato l’ex funzionario del Fmi Carlo Cottarelli per affidargli l’incarico di formare un governo di tecnici, e portare l’Italia alle urne.

Al capo dello Stato non era piaciuto il nome di Paolo Savona per il ministero dell’Economia, proposto dalla coalizione Lega-5stelle, a suo dire per le tesi dell’economista sulla necessità di un «piano B» per l’eventuale uscita dall’euro.

I giornaloni, ignorando di proposito gli scritti di Savona, convinto europeista, ma anche critico verso le troppe anomalie della costruzione europea, corsero unanimi in soccorso del Quirinale, nonostante l’errore palese insito nel pregiudizio di Mattarella. E accusarono l’economista di essere anti-euro e favorevole all’uscita dell’Italia dalla moneta unica. Una classica «fake new», come si dice oggi delle bufale.

Tra i più lesti a cavalcare la bufala, Romano Prodi ha scritto un editoriale sul Messaggero per dire che le elezioni anticipate sarebbero state un referendum sull’euro. Cosa assai probabile, come si è visto dalla immediata reazione dei mercati.

Ma invece che all’errore di Mattarella, anche Prodi ne ha attribuito la responsabilità a Savona, pur senza farne il nome: «Devo mettere in guardia il cittadino italiano di fronte alle nefaste conseguenze che l’uscita dall’Euro (da notare la maiuscola; ndr) e la rottura dei legami con l’Europa porterebbe alla nostra economia e alla nostra sicurezza». E giù bordate contro «coloro che ci vogliono fuori dall’Euro e dall’Europa, come un vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro».

Che Prodi non ami Savona, non è una novità per chi ne segue da tempo il cursus honorum. Ma è vero anche il contrario, come emerge da alcune pagine dell’autobiografia di Savona («Come un incubo e come un sogno»; Rubbettino), dove l’economista, 82 anni in ottobre, racconta mezzo secolo di storia economica dell’Italia, vissuta come testimone e protagonista in numerosi eventi.

Così, a pagina 139, la penna dell’economista torna a 25 anni fa, al 1993, quando il premier Carlo Azeglio Ciampi lo nominò ministro dell’Industria, con delega al riordino delle Partecipazioni statali. Annota Savona: «Dopo l’arresto del presidente dell’Iri (Franco Nobili; ndr), a seguito del rifiuto di Bruno Visentini di sostituirlo, fu affidata la guida a Prodi, che capiva la mia obiezione, ma perseguiva un suo disegno indipendente. Fu inevitabile il conflitto».

(QUI GLI ESTRATTI DELL’ULTIMO LIBRO DI PAOLO SAVONA)

Quale fosse l’obiezione che Prodi capiva, ma non condivideva, è presto detto. Studiando il riordino delle Partecipazioni statali, soprattutto dell’Iri, ente gravato da debiti enormi, Savona (d’intesa con Ciampi) aveva concordato una sorta di «accordo globale» con la Francia, «seguendo le linee di una tradizione di legami che risalivano all’unità d’Italia e si erano rafforzati dopo la caduta del fascismo».

All’epoca, l’asse franco-tedesco non esisteva ancora, il Muro di Berlino era caduto da soli quattro anni e la Germania era lontana dal diventare la prima potenza europea. Per questo, su input di Ciampi, Savona intavolò delle trattative con il governo francese per verificare se fosse interessato alle privatizzazioni di alcune imprese di Stato, così da ridurre il debito Iri, e di riflesso quello dello Stato.

Il 2 febbraio 1994, dopo un incontro a Parigi tra Savona e il ministro francese dell’Industria, Gérard Longuet, fu redatto un «Memorandum di accordo» che riguardava quasi tutti i settori della politica industriale in cui i due paesi si impegnavano a collaborare: telefonia, siderurgia, componentistica, energia, chimica, aeronautica, difesa, trasporto aereo, ferrovie, automazione.

«Per la telefonia», precisa Savona, «Longuet offrì un accordo immediato Stet-Alcatel, sul quale era in corso un braccio di ferro tra il nostro governo e Prodi». Le divergenze con Prodi sulla telefonia si spiegavano con il fatto che quest’ultima «interessava la Olivetti del gruppo De Benedetti, sostenuto da Repubblica ed Espresso», gruppo che poi ottenne la concessione per il secondo operatore telefonico (Omnitel), a cui ambivano anche i francesi.

Lo scontro tra Ciampi-Savona da un lato, e Prodi dall’altro, emerse in un vertice a palazzo Chigi per dare una risposta al governo francese. «Prodi si dichiara contrario sia all’accordo globale con i francesi, sia all’alleanza per la sola telefonia», ricorda l’economista. «Anche sulla siderurgia mostra incertezze, e per la prima volta Ciampi si adira veramente e capisce che Prodi segue disegni politici diversi dai nostri (infatti mi dicono che parla apertamente contro il governo Ciampi, ambendo a sostituirlo, cosa che come noto non avvenne subito, a causa dell’ascesa di Berlusconi)».

Che sarebbe finita così, a Savona l’aveva predetto in privato Enrico Cuccia, presidente di Mediobanca, allora il pivot più autorevole della finanza in Italia: «Cuccia concorda sulla necessità delle privatizzazioni e sull’alleanza che avevo in mente, ma sui ritardi decisionali mi avverte che il governo «danza sul Titanic del debito dell’Iri, il problema più urgente da risolvere»; manifesta una disistima totale per Prodi, affermando che «con il suo faccione gioioso maschera il nulla».

Conclusione politica, riferita ad oggi: «La storia successiva registra che i francesi hanno scalato la telefonia e ampliato la loro posizione nel sistema bancario (Credito Italiano, ora Unicredit, dopo avere scalato Bnl con Bnp Paribas), oltre una significativa presenza in Mediobanca e in Assicurazioni Generali, senza dare alcun contributo al riequilibrio dell’asse franco-tedesco, anzi rafforzandolo in funzione anti-italiana».

Insomma, se c’è qualcuno da ringraziare per avere ridotto l’Italia a un «vaso di coccio» in Europa, quello non è affatto Savona, ma Prodi. Con i giornaloni adoranti ai suoi piedi, specie quelli di un gruppo che ebbe in dono il secondo telefonino, e lo rivendette ai tedeschi per fare cassa, non avendone compreso l’enorme potenziale. Gli stessi che oggi pretendono di dare lezioni sull’Europa.

(TUTTE LE SOAVI BORDATE DI SAVONA A BANCHIERI, MAGISTRATI ED EDITORI)

(Articolo pubblicato su ItaliaOggi)

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