Economia

Perché la Nadef non convince

di

Manovra

L’intervento di Michele Poerio (presidente nazionale FEDER.S.P.eV.) e Carlo Sizia (comitato direttivo nazionale FEDER.S.P.eV.) sulla Nota di aggiornamento al documento di economia e finanza per la legge di bilancio 2019-2021 

Ai primi di ottobre, dopo varie fibrillazioni ed alcune modestissime correzioni per prevenire i malumori di Bruxelles, è stata approvata dal Consiglio dei Ministri la Nota di aggiornamento al nostro Def 2019-2021, atto preliminare di riferimento necessario per la manovra di bilancio del prossimo triennio.

Dai dati (ancora un po’ “ballerini”, al momento) emerge che la prossima manovra vale circa 40 mld. di euro, a fronte di coperture che non superano i 13 – 15 mld. Si tratta, insomma, di una manovra in deficit per almeno 25 mld., frutto di un aumento programmato del nostro rapporto deficit/Pil per il 2019 al 2,4% (rispetto all’1,6% programmato per il 2018, quindi + 0,8 punti percentuali), mentre l’impegno del Governo Gentiloni (prima) e del Governo Conte (poi), nei confronti dei nostri partner europei, era stato di ridurre il nostro deficit di 0,6 punti percentuali, quindi lo scostamento è stato di 14 frazioni di punto e, tenuto conto che ogni frazione di punto vale circa 1,8 mld., il nostro deficit “aggiuntivo” supererà di poco i 25 mld. nel 2019, e non è destinato a ridursi neppure nel 2020 e 2021 il nostro deficit strutturale (cioè il deficit nominale depurato dal ciclo economico, soprattutto la bassa crescita, e dalle misure una tantum, che rappresentano lo spazio di “flessibilità” concesso dal fiscal compact, di cui abbiamo sempre goduto), nonostante la riduzione programmata del deficit nominale del 2020 al 2,1% ed all’1,8% nel 2021 (rispetto al 2,4% inizialmente programmato per l’intero triennio della manovra in esame).

Gli altri dati programmatici per il prossimo triennio sono: + 1,5% del Pil nel 2019, + 1,6% nel 2020, + 1,4% nel 2021 ( nessuna Istituzione o Centro di analisi e previsione stima per l’Italia un tale incremento); deficit strutturale fisso all’1,7% per l’intero triennio; riduzione del rapporto debito/Pil al 129,2% nel 2019 (rispetto al 130,9 del 2018), al 126,7% nel 2020 e al 124,6 nel 2021; saldo primario (Pil depurato dagli interessi sul debito) all’1,3% nel 2019, all’1,7% nel 2020 e al 2,1% nel 2021; confermate le clausole IVA, almeno parziali, sul 2020 e 2021.

Le ipotesi più accreditate circa la articolazione dei costi e delle coperture della manovra 2019 (e nel triennio) sono le seguenti, relativamente ai costi: 3,4 mld per nuovi investimenti pubblici (circa 15 mld. promessi nel triennio); 3,4 mld. di maggiori interessi sul debito cumulato ( +15 mld. circa nel triennio); 3,5 mld. di spese non rinviabili (rinnovi contrattuali, missioni all’estero, F.S.N., ecc.); 12,5 mld. per bloccare la clausola di salvaguardia degli aumenti IVA. Quasi altrettanti costi sono previsti per soddisfare (almeno parzialmente) le troppe promesse elettorali del M5S (1,5 mld. per il Fondo “danneggiati” dalle Banche; 9 mld. per il reddito e le pensioni di cittadinanza; 1 mld. per rafforzare e riformare i Centri per l’impiego) e della Lega (7 mld. per superare, almeno parzialmente, la legge Fornero attraverso la pensione anticipata a quota 100, cioè con requisiti vincolanti di almeno 62 anni di età e 38 di contribuzione; 2 mld. per la flat tax al 15% per le partite IVA individuali e piccole imprese ammesse al regime forfettario dei minimi fino al reddito di 65.000 €/anno; 1 mld. per nuove assunzioni nelle Forze dell’ordine).

Per quanto riguarda le coperture, esse si limitano ad una quindicina di mld., per ben che vada, e cioè: 3,6 mld. di tagli ai bilanci dei vari Ministeri; 2,8 mld. derivati dal Fondo per il reddito d’inclusione per essere assorbiti nel nuovo reddito di cittadinanza; 1,5 mld. dal taglio dell’Ace (Aiuto alla crescita economica, che consente oggi di detassare la parte di reddito corrispondente all’incremento del patrimonio netto di un impresa per accantonamento di utili, ovvero nuovi apporti di capitali) e dalla cancellazione dell’Iri (Imposta sul reddito di impresa), che doveva esordire nel 2019, consentendo così a circa 2 milioni di partite IVA di applicare la tassazione fissa al 24% (anziché ad aliquote Irpef), come per le Società di capitali; da 3 a 5 mld., proventi una tantum originati dalla cosiddetta “pace fiscale” (rottamazione-ter, definizione agevolata delle controversie tributarie, dichiarazione integrativa che consentirà ad imprese e contribuenti di integrare i versamenti di imposte dovute per le annualità – dal 2013 al 2017 – ancora soggette ad accertamento); 1 mld. di nuove tasse sulle Banche; 1,2 mld. circa dalla riduzione delle spese militari e 1 o 2 mld. dai tagli alla marea delle attuali deduzioni e detrazioni, pur senza affrontare una vera riforma fiscale organica.

Dall’insieme delle misure anzidette ( depressive o, al contrario, di stimolo) dovrebbe verificarsi un freno al Pil 2019 stimato al – 0,4%, a fronte di un incremento dell’1% pieno, con saldo finale quindi di + 0,6% calcolato dal Mef per il prossimo anno, portando così l’incremento del Pil previsionale al +1,5%. Si tratta di una previsione realistica o di un semplice azzardo?

VALUTAZIONI E COMMENTI

1. Di fronte ad un incremento così provocatorio del deficit 2019, la Commissione Ue (Vice Presidente Valdis Dombrovskis e il Commissario agli Affari monetari, Pierre Moscovici), con Nota 5/10/2018, hanno anticipato che i nuovi obiettivi di bilancio sembrerebbero, a prima vista, riflettere “ una deviazione significativa rispetto al percorso raccomandato dal Consiglio”, e sono quindi “ fonte di grande preoccupazione”. La provocazione è stata in realtà tripla, infatti ben sapendo che alla Ue interessava solo il saldo 2018 del nostro deficit (previsto all’1,6%, ma oggi stimato all’1,8%) ed il rapporto deficit/Pil 2019, si è soltanto ridotto (rispetto alle prime intenzioni) il rapporto deficit/Pil 2020 al 2,1% ed all’1,8% nel 2021, lasciando invariato proprio il rapporto deficit/Pil del 2019 al 2,4%, elevando peraltro la previsione dell’incremento del nostro Pil 2019 all’1,5% e nel biennio successivo rispettivamente all’1,6 ed all’1,4% (obiettivi ritenuti dai più largamente improbabili). Quindi è rinviata a dopo il 2021 la riduzione del rapporto deficit/Pil, che è costantemente sceso (secondo dati ufficiali Eurostat) negli ultimi anni, dopo il picco 2009 al 5,2%, in particolare dal 3% nel 2014 al 2,9% nel 2015, al 2,5% nel 2016 (Governo Renzi), al 2,4% nel 2017 (Governo Gentiloni) ed all’1,6 (o più probabilmente all’1,8%) nel 2018 (Governo attuale), sconfessando così gli accordi tra Italia ed Unione europea di una progressiva convergenza verso lo zero per cento del rapporto anzidetto, in coerenza con il principio del pareggio di bilancio di cui all’art. 81, 6° comma della Costituzione, come sostituito dalla legge costituzionale 1/2012 ed applicato dalla legge 243/2012, nonché dell’equilibrio dei bilanci cui sono tenute le pubbliche amministrazioni (art.97, 1° comma, Costituzione).

2. Ancor più degli aspetti quantitativi, preoccupano gli aspetti qualitativi dell’ipotesi di manovra, infatti come può esistere un reddito (di cittadinanza), senza titolarità di un lavoro ? (le 6 od 8 ore settimanali da dare ai Comuni per interventi di pubblica utilità paiono una barzelletta); con la realtà del nostri Centri per l’impiego (sforniti di personale e mezzi, in numero di 552 per più di 8.000 Comuni italiani, non collegati tra di loro, né con le banche-dati nazionali) come è possibile formare ed offrire vere opportunità di lavoro agli attuali disoccupati ed evitare che tale misura, elargita a pioggia, si trasformi in un disincentivo al lavoro?; anche l’erogazione del sussidio con una card elettronica, a parte le deroghe ai principi di riservatezza delle persone, come può evitare gli abusi di chi lavora in nero e spende in contanti, pur beneficiando della card, ovvero di coloro che contravvengono al precetto di Luigi Di Maio di fare solo spese “morali”?; che logica economico-finanziaria sta alla base di chi pensa di affrontare impegni strutturali e permanenti (reddito e pensione di cittadinanza; pensioni anticipate con quota “100”, ecc.) ricorrendo a deficit aggiuntivo, con la nostra realtà di debito cumulato?; che principio morale, e pratica di onestà, sostiene la cosiddetta “pace fiscale”, schiacciando ancora una volta l’occhiolino agli evasori ?; quale concreto vantaggio si dà alle partite IVA individuali ed alle piccole imprese se da un lato si promette loro flat tax al 15% e dall’altro si tolgono Ace ed Iri in una sterile partita di giro?; e che ne è della flat tax per il personale dipendente ed i pensionati, veri “eroi” sul fronte del gettito fiscale del nostro Paese?

3. La arroganza e presunzione dei due Vice Presidenti del Consiglio nel presentare la Nota di aggiornamento al Def derubricano, nei fatti, quello che dovrebbe essere un documento di politica di bilancio a manifesto di propaganda elettorale, senza tener conto delle possibili conseguenze. Infatti lo spread BTP/bund è già cresciuto di 100 punti dall’insediamento del Presidente Giuseppe Conte. D’altra parte , quando non si padroneggiano i conti pubblici (è il caso dei due nostri Vice Presidenti del Consiglio) e nel contempo si minacciano o mortificano i tecnici (ad esempio il Ministro dell’Economia, prof. Giovanni Tria), la rovina è dietro l’angolo. Tocca tuttavia, per competenza, proprio al Ministro Tria cercare di ricomporre i cocci, mediando con l’Europa, dopo un approccio della prossima manovra di bilancio intesa come sfida alla Commissione europea, alle regole comuni, all’euro. Come ammoniva Mario Draghi, le parole scomposte dei nostri governanti, certamente inesperti e privi di diplomazia, hanno fatto e fanno danni all’Italia, figuriamoci documenti (come la Nota di aggiornamento al Def), che non sono “coraggiosi”, ma solo improvvisati ed imprudenti. Si direbbe che i leader della Lega e del M5S siano impegnati a destabilizzare l’equilibrio politico europeo piuttosto che ricercare, con gradualità e lungimiranza, un nuovo equilibrio economico italiano, che non può prescindere dalla riduzione di deficit e debito, senza ricorrere, sempre e solo, a “mance” elettorali ed assistenziali, credendo di “comprare consenso”, che invece sfugge se non si affrontano seriamente i problemi del lavoro, dell’occupazione, dell’evasione, della giustizia, dell’immigrazione, della correttezza ed onestà della vita pubblica e privata, da cui solo potrà derivare vera crescita. Ricordiamo alla Lega che i sondaggi, oggi favorevoli, sono virtuali e volubili!

4. Siamo in una situazione simile al 2014, cioè alla vigilia delle elezioni europee (maggio 2019), con l’aggravante oggi del conflitto permanente Lega-M5S che, a dispetto del “contratto di Governo”, non sono praticamente d’accordo su nulla. In queste circostanze, c’è la tentazione di superare ogni limite, costi quel che costi. Anche Matteo Renzi aveva fatto lo stesso errore con l’elargizione degli 80 euro mensili ed una manciata di altri bonus promozionali, del tutto inefficaci ma capaci di dissestare i bilanci del Paese. Questo metodo non funziona e non porta fortuna, anche se Matteo Renzi non lo ammetterà mai. Ne è prova che gridi “vergogna” per il deficit/Pil 2019 al 2,4%, quando tale rapporto durante i suoi Governi non è mai sceso sotto il 2,5%. Tuttavia sono oggi peggiorate le condizioni extra-nazionali: fine del quantitative easing, aumento del costo del petrolio e del denaro, guerra dei dazi, ecc.

5. Non crediamo facciano bene alla credibilità del Paese, ed agli italiani tutti, insistere sulla retorica dell’avvocato “difensore del popolo”(attribuitosi dal Presidente Conte), sulla carnevalata del M5S dal terrazzo di Palazzo Chigi per festeggiare una “vittoria del popolo”, che suonerà invece come una sconfitta per l’Italia e gli italiani, se non si correggeranno misure e contenuti del provvedimento nel prosieguo dell’iter parlamentare. Come non crediamo giovi all’Italia (né alla Lega) esibire al pubblico televisivo il Presidente della Commissione Bilancio della Camera, Claudio Borghi, di cui sono noti gli atteggiamenti provocatori e le costanti critiche alla moneta unica europea, o dare spazio eccessivo alle teorie, ormai datate, del Ministro Paolo Savona sul piano B di un eventuale uscita dall’euro, ovvero ostentare una alleanza europea con “compagni” scomodi come il primo Ministro Viktor Orban o Marine Le Pen.

6. A nome della FEDER.S.P.eV., bocciamo pertanto misure, criteri, contenuti, della Nota di aggiornamento al Def 2019-2021, come peraltro hanno già fatto i mercati, l’Ufficio parlamentare di bilancio, la Banca d’Italia, il Fondo monetario internazionale ed autorevoli esponenti della Commissione europea, in attesa di prossime, sostanziali ed equilibrate modifiche. L’iter della prossima manovra di bilancio e provvedimenti collegati è ancora lungo, le occasioni di revisione non mancheranno.

7. Ribadiamo, infine, le piena contrarietà della FEDER.S.P.eV. nei confronti del disegno di legge Molinari (Lega)- D’Uva (M5S), Atto Camera 1071, che contiene un insieme di iniquità, illegittimità costituzionali, addirittura bestemmie in termini di lesioni di diritti quesiti e di voluta confusione tra previdenza ed assistenza, ai danni della solita categoria di pensionati su cui si sono già accaniti i Governi dal 2008 ad oggi (11 anni consecutivi), vale a dire i titolari di pensioni medio-alte, impropriamente definite “d’oro”, promettendo fin da ora che faremo parecchia attenzione, con i nostri prossimi voti, di non favorire forze politiche capaci solo di fare demagogia, produrre slogan, mistificare la realtà, negare diritti acquisiti ed ormai consolidati da decenni. Non cerchiamo ciarlatani per l’Italia, ma statisti all’altezza del compito.

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