Economia

Decreto Rilancio, cosa c’è e cosa non c’è

di

centemero gualtieri

Analisi senza sconti del Decreto Rilancio. L’intervento di Raffaele Lauro, scrittore, saggista, già prefetto e senatore della Repubblica

Prima di inoltrarsi nella “selva oscura” (il Sommo Poeta perdoni il riferimento allegorico!) delle centinaia di articoli del terzo decreto economico del Governo Conte, ancora in forse sulle coperture, intitolato temerariamente “Rilancio” e ribattezzato ironicamente “Ritardo” dal neo-Pasquino (il web ha sostituito la celebre statua romana, sotto la quale comparivano, dal XVI al XIX secolo, le “pasquinate”, satire in versi che interpretavano il malumore popolare contro il potere politico, quando incapace, arrogante o corrotto!), non si può sottacere, in premessa, un commento sulle ultime performance televisive del premier Conte, in perfetta continuità con le precedenti. Mai il servizio pubblico, in particolare il TG1, è apparso così asservito al governo e, in particolare, al primo ministro pro-tempore, mandando in onda immagini, in stile zarista-putiniano, mentre attraversa le sale dorate del Cremlino. Un piccolo zar nostrano!

Anche se affiora, qua e là, qualche generica e superficiale presa d’atto (l’amara realtà del nostro paese comincia a imporsi anche ai ciechi e ai sordi!) del sostanziale fallimento attuativo del precedenti decreti-legge, il “Cura Italia” e il “Liquidità”, ribattezzati “Ammazza Italia” e “Illiquidità”, si confermano i toni trionfalistici del suo retorico argomentare e dei suoi narcisistici autoriferimenti, mostrandosi recalcitrante persino alle domande dei rappresentanti della stampa libera (sublime di arroganza la replica difensiva, degna di miglior causa, alle critiche rivolte all’operato di Domenico Arcuri, il fornitore mancato delle “mascherine” a prezzo politico, per le quali sarebbe stato sufficiente non un commissario straordinario, piuttosto un bravo addetto agli acquisti di una media impresa!). Si continua a praticare il “rovescio delle responsabilità” del governo centrale sulle regioni, al quale si oppone soltanto il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, e si ventila, con espressioni sibilline, la prospettiva di una patrimoniale sui risparmi degli italiani. Si avvalora, altresì, un aspetto veramente drammatico, la totale mancanza di un metodo di governo, di una strategia per la ripresa, di un’idea di futuro per il nostro martoriato paese, di una visione “macroeconomica” delle misure, che risultano ancora frammentarie, dispersive, inattuabili, meramente assistenzialistiche, in quanto non accompagnate da investimenti significativi (il volume delle risorse impiegate non si tradurrà, a breve, in una forte domanda aggregata ai fini, attraverso i consumi, di stimolare la ripresa produttiva e lo sviluppo). Si registra ancora un rinvio a un nuovo decreto (perché, maledizione, rinviare sempre?) sulla semplificazione e sulla deburocratizzazione, stile nuovo ponte di Genova, con sospensione temporanea del codice degli appalti, unica strada per sbloccare tutti i cantieri e recuperare la perdita del PIL, che rischia di viaggiare, a fine anno, sulle due cifre. Si invoca, ahinoi!, sempre per il futuro, una legge-quadro per ovviare all’anarchia istituzionale, ancora in atto, tra Stato e Regioni e si fa rifermento all’esigenza di un grande riforma fiscale, promessa di tutti i governi, anch’essa rinviata a data da destinarsi (perché non da subito, chi lo impedisce?). Si occulta, infine, ai cittadini, in assoluta malafede, il quadro finanziario dell’Italia e le sue rischiose prospettive. Manca sempre, nel complesso, un “discorso di verità” sullo stato reale dell’economia nazionale, sulla fragilità della finanza pubblica e sulla debolezza degli scenari economici-sociali, almeno per l’immediato futuro.
Su questo sistematico occultamento della realtà, ormai sotto gli occhi di tutti, riguardante anche i colpevoli ritardi cumulati agli inizi di questa tragedia pandemica nell’adozione tempestiva di misure di contenimento del contagio, ne risponderanno personalmente, in primis, il cosiddetto “Avvocato del Popolo” (di quale popolo?) e i ministri competenti, insieme con i partiti della maggioranza che li sostengono: il M5S, il PD, Italia Viva, Liberi e Uguali. E, a cascata, i presidenti delle regioni e i sindaci, che si sono resi corresponsabili, di destra e di sinistra.

Pur nella consapevolezza della inedita e straordinaria complessità della situazione, sanitaria ed economica, che sta mettendo in ginocchio il mondo, permane un giudizio di inadeguatezza e di totale insufficienza sull’operato del Governo Conte, nonostante il gradimento dei sondaggi, indotti dalla propaganda, e le opinioni semi assolutorie di alcuni commentatori, come, ieri, Paolo Mieli su “Il Corriere della Sera”. Anche perché il peggio deve ancora arrivare, nonostante l’augurio che il 18 maggio possa segnare una svolta in positivo: un augurio dettato più dalla speranza che da un’analisi realistica della situazione, che coinvolge l’intera classe politica. Ne dovranno, infatti, rispondere, moralmente e politicamente, anche le cosiddette opposizioni di centro destra, completamente frammentate e in competizione tra loro. I divergenti e concorrenziali disegni partitici di Salvini, della Meloni e del redivivo Berlusconi, impediscono un’incisività parlamentare sugli atti del governo ed evidenziano, allo stato, l’inidoneità del centro destra a essere e ad apparire all’opinione pubblica, come una credibile alternativa di governo. Questa avvertita inidoneità, istituzionale, politica e programmatica, del centro destra rappresenta la vera forza unificante del Governo Conte, cementata dal collante del potere e dal poltronismo, grillino e democratico: praticamente una polizza sulla sopravvivenza dell’esecutivo! Per uscire dall’angolo delle proteste inutili, il centro destra, ammesso e non concesso che ne abbia la volontà e la capacità, dovrebbe creare un governo-ombra e presentarsi all’opinione pubblica con un programma organico di riforme strutturali, a partire dalla riforma fiscale. In tal modo darebbe, anche a livello internazionale, l’idea di una legittima e credibile alternativa di governo, da verificare elettoralmente, capace di rimediare agli errori e alle manchevolezze del Governo Conte.

IL NUOVO “CAPOLAVORO LEGISLATIVO”: 55 MILIARDI DI ELARGIZIONI, SENZA INVESTIMENTI, NÈ PUBBLICI, NÈ PRIVATI. L’AVVOCATO E IL PROFESSORE IGNORANO KEYNES?

Sin dal primo approccio al testo si capisce che il “nuovo capolavoro legislativo” del duo Conte-Gualtieri si presenta come un coacervo inorganico di norme e di rimandi legislativi, manchevole di una visione unitaria, di una filosofia sistematica: un tipico frutto malato di apporti diversi, non ricondotti (forse non riconducibili?) a sintesi, di contributi ministeriali contrastanti, di richieste provenienti da variegate forze politiche, economiche e sociali, non coniugate ma accolte alla rinfusa e, infine, di rimaneggiamenti giuridici dell’ultima ora, senza alcun coordinamento, sotto la mannaia della mancanza di copertura finanziaria. In poche parole, un tentativo maldestro e mal riuscito di accontentare tutti, con mance, elargizioni, ma niente di risolutivo per il futuro. Ci vorranno settimane di studio da parte di attrezzati studi legali e di commercialisti per districarsi in questo ginepraio e per capire, ad esempio, il funzionamento dei fondi istituiti per settori e classi sociali, le decine di soglie di accesso a detrazioni e agevolazioni, fino ad arrivare all’oggetto misterioso del contributo a fondo perduto. Da questo ginepraio si salva solamente il consistente stanziamento per la sanità, che appare adeguato anche a fronteggiare nuove ondate epidemiche.
Per cui, anche l’intento puramente risarcitorio, attraverso le elargizioni, che sostanzia la natura del provvedimento, rischia di essere vanificato da procedure farraginose e da lungaggini. Dei 55 miliardi stanziati quando il 25% arriverà materialmente ai cassaintegrati e ai lavoratori autonomi, quando il 20% alle imprese, quando il 10% agli Enti Locali, quando il 10% alla Sanità, quando il 10% al Turismo e al Commercio (e come?), e quando il residuo ad altre categorie sociali e in agevolazioni fiscali? Come si riuscirà ad individuare i veri danneggiati dalle restrizioni anticontagio, siano essi imprese, professionisti, commercianti, artigiani, lavoratori del turismo e dei trasporti, colf e badanti, nonché le procedure di risarcimento? Ci vorranno, quindi, almeno due mesi per la conversione in legge, con centinaia di emendamenti, per cui anche gli effetti minimi delle elargizioni non faranno da moltiplicatore, prima di settembre-ottobre, quando entrerà in gioco la preparazione della legge di bilancio 2021.
Chi ha impedito al governo di inserire, in premessa al decreto, le norme di semplificazione, di sburocratizzazione, di sblocco dei cantieri e, persino, i principi di una legge-delega al governo per la riforma generale del fisco, che avrebbe recato più libertà alle imprese, più efficienza agli apparati pubblici e più operatività al sistema previdenziale e bancario? Il Governo Conte, in tal modo, avrebbe potuto farsi perdonare tutti gli errori precedenti, approfittando di una situazione eccezionale per varare riforme strutturali, altrettanto eccezionali, attese da tempo. Il rinvio a un “periodo di maggiore stabilità” ha evidenziato la mancanza di coraggio e di adeguatezza del premier al difficile tempo presente. Domande senza risposta, tranne i sorrisi “rassicuranti” e “sereni” del ministro dell’Economia e delle Finanze, che, visti i precedenti, non rassicurano e non rasserenano nessuno, anche perché accompagnati dai soliti e ormai irritanti slogan governativi: aiuteremo tutti, non lasceremo indietro nessuno, capiamo la rabbia, ma gli italiani sapranno mostrare, ancora una volta, le loro virtù civili e lo spirito di coesione nazionale. Non si fidi, signor ministro, di questa sua rinnovata retorica buonista, perché se dovesse fallire l’intento risarcitorio anche di questo provvedimento, per i prevedibili ritardi, la rabbia popolare non alimenterà più le virtù civili degli italiani, ma il disordine sociale. Il governo ne ha consapevolezza? Appare evidente che il vulnus anche di questo terzo decreto sia riconducibile al fattore tempo, non preventivato neppure nei precedenti provvedimenti.
Resta la questione di fondo, che riduce questo decreto alla pura contingenza: come mai non si è colta nemmeno questa occasione per accompagnare alla contingenza (i richiamati risarcimenti, puramente assistenzialistici) massicci investimenti produttivi, favorendo, accanto a quelli pubblici, gli investimenti privati, che stanno praticamente a zero, attraverso lo sblocco di procedure ostative, a partire dalla sospensione del codice degli appalti, e lo sgravio di vincoli fiscali, facendo così ripartire dalla crisi un nuovo sviluppo e la ripresa. Il PD si è definitivamente piegato, sostenendo i redditi di sussistenza, alla miopia assistenzialistica del M5S, una miopia che condurrà, a breve, a un neo-statalismo economico? L’avvocato e il professore ignorano Keynes? Questi “peccati originali” presenti anche nel terzo decreto non potranno neppure essere corretti in sede parlamentare, a causa delle prevedibili risse che si scateneranno per la spartizione delle residue spoglie finanziarie, a favore delle rispettive “clientele elettorali”.

IL FRAGILISSIMO QUADRO FINANZIARIO E IL RISCHIO DEFAULT SENZA GLI AIUTI EUROPEI

Ieri è iniziato favorevolmente il collocamento, per ottanta miliardi, di nuovi titoli di Stato, i Btp Italia, a cinque anni, che renderanno agli investitori, rispetto ai Btp sempre a cinque anni, circa un punto in più, il 2,2% annuo rispetto all’1,3%. Calcolando il tasso medio di inflazione nel periodo, il rendimento reale sarà prossimo al 3%. Un vero affare per i risparmiatori. I titoli continueranno ad andare a ruba, ma costeranno al nostro debito pubblico un occhio della fronte: una strada obbligata per il governo al fine di reperire gli ottanta miliardi necessari a coprire le manovre dei tre decreti economici. Altrimenti le mance e le elargizioni, pur disperse in mille rivoli, non potrebbero essere onorate. Elargizioni tutte a debito, senza neanche uno straccio di investimenti. Ci troviamo di fronte a un quadro di finanza pubblica esposto ai venti della speculazione. I titoli del nostro debito pubblico e, di recente, anche quelli del nostro sistema bancario, sono stati valutati dalle agenzie di rating e di credito un gradino sopra il declassamento a spazzatura: junk bond. Le nostre banche, oltre alla dannosa eredità dei derivati, sono imbottite dei nostri titoli di Stato, come pure la BCE, attraverso le operazioni provvidenziali di quantitative easing, volute da Mario Draghi, che hanno evitato, all’Italia e alla Spagna, la bancarotta, il default. Un fragilissimo quadro finanziario, dunque, che, senza gli aiuti europei, non potrebbe reggere, a meno che Conte non abbia già programmato, per l’estate 2020, una patrimoniale sui risparmi degli italiani, ancor più pesante di quella imposta dal governo di Giuliano Amato nell’estate 1992: un prelievo forzoso dai conti correnti deciso nottempo per il salvataggio della lira. Ma neppure una patrimoniale, lacrime e sangue, rimedierebbe del tutto alla situazione. Amara conclusione: l’Italia e il governo non saranno in grado, senza gli aiuti europei, di gestire il debito pubblico. Senza i q. e. e gli acquisti asimmetrici della BCE, senza l’accesso ai prestiti del MES, senza i crediti agevolati della BEI e senza il RECOVERY FUND EUROPEO, il nostro debito pubblico non sarà più sostenibile esclusivamente dai mercati. Un buon inizio viene dell’accordo Merkel-Macron, annunziato ieri, per una proposta di cinquecento miliardi a fondo perduto, da non rimborsare, reperiti mediante bond continentali della Commissione e destinati ai paesi più colpiti dalla pandemia, tra i quali l’Italia, alla quale potrebbero essere assegnati cento miliardi senza pesare sul nostro debito pubblico. Se ne facciano, quindi, una ragione, senza sbraitare boiate quotidiane, tutti gli anti europeisti di ordinanza, al governo e all’opposizione, pullulanti nel M5S, nel PD, nella Lega e in Fratelli d’Italia.

L’INGOVERNABILE SISTEMA FISCALE. IL BLUFF DEL DUO CONTE-GUALTIERI SULLA CANCELLAZIONE PER GIUGNO DELLA SOLA IRAP. IL “GENOCIDIO FISCALE” DELLE PICCOLE E MEDIE IMPRESE

Le misure fiscali contenute nel terzo decreto, ai fini della ripresa, sono insufficienti, contraddittorie e inefficaci, specie per le piccole e medie imprese, ai fini di un recupero della liquidità, vitale per riaprire l’attività, come ha ben analizzato il Centro Studi di Unimpresa. Cancellare, per giugno, l’IRAP (al 4%), Imposta regionale sulle attività produttive, e lasciare inalterate l’IRES e l’IRPEF rappresenta pura propaganda, non una misura tangibile di alleggerimento della morsa fiscale. Le imprese e i contribuenti italiani, quindi, dovranno versare, a fine giugno 2020, cioè tra poche settimane, l’IRES, Imposta sul reddito delle società, l’IRPEF, Imposta sul reddito delle persone fisiche e l’IMU, Imposta municipale unica. Senza prendere in considerazione l’incidenza degli ISA. Un impatto del 24% per le imprese e di oltre il 40% per alcune ditte e lavoratori autonomi. Secondo calcoli verificati, si tratterebbe, tra saldi 2019 e primi acconti 2020, di un prelievo fiscale dell’ordine di 29 miliardi di euro, che prosciugherà, qualora ancora esistesse, tutta la liquidità residua delle imprese per la ripresa, senza avere neppure la speranza di una riforma fiscale organica a breve, che superi un sistema iniquo, vessatorio e controproducente ai fini dello sviluppo. Il “genocidio fiscale” delle piccole e medie imprese inciderà pesantemente sul futuro delle entrate erariali. Si vedrà nei prossimi giorni, ma si paventa, a ragione, che non riapriranno molti degli esercizi commerciali, come già avvenuto ieri. I fatti si incaricheranno di svelare il bluff del duo Conte-Gualtieri sulla cancellazione, per giugno, dell’IRAP. Un boomerang per l’esecutivo!

LO SCHIAFFO DI CONTE AL TURISMO E AL MONDO DELLO SPETTACOLO. “PROVA D’ORCHESTRA” (1979) DI FEDERICO FELLINI. LA METAFORA DEL PRESENTE: BRANCOLARE NEL BUIO

Non dissimile dal trattamento riservato agli altri comparti risulta quanto previsto, nel terzo decreto economico, per il turismo e per lo spettacolo. Dopo il riconoscimento pubblico, anche se ritardato, fatto dal premier Conte, al contributo recato dal turismo all’economia nazionale (il 13% del PIL, nel 2019, pari a 40 miliardi di euro), e dopo le proposte avanzate dalle associazioni di categoria legate all’economia turistica nazionale e dai comuni a prevalente economia turistica, come, ad esempio, la costiera sorrentino-amalfitana, ci si aspettava un insieme di misure idonee a sostenere e a rilanciare questo prezioso settore dell’arte dell’ospitalità, famosa nel mondo. Il risultato? Molto modesto, quasi offensivo per gli operatori, uno schiaffo: un fondo per il turismo e uno per la promozione finanziariamente insignificanti; i contributi per le spese di sanificazione del tutto insufficienti; un bonus vacanze fino a 500 euro, ma solo per le famiglie con un ISEE fino a 40mila euro e sotto forma di tax credit, nonché risorse finanziarie limitate per poter ristorare i comuni, seppur non in toto, delle minori entrate dalla tassa di soggiorno. Anche per lo spettacolo un’analoga sottovalutazione del settore della creatività, l’altra eccellenza nazionale, con le stesse modeste elargizioni, accompagnate, peraltro, da considerazioni banali verso gli artisti come “coloro che ci fanno divertire”. Un’espressione infelice, un altro schiaffo, che ha provocato sconcerto, irritazione e disapprovazione da parte di attori, registi, autori e cantanti. Forse Conte pensa di trovarsi ancora nel Medioevo, con le compagnie dei girovaghi, i menestrelli e i pagliacci di corte prezzolati per far divertire il sovrano e la nobiltà? Analizzando questo decreto e parlando di artisti, sovviene un film di Federico Fellini, “Prova d’orchestra”, presentato al Festival di Cannes nel 1979, che il grande maestro riminese definiva scherzosamente un “filmetto”, mentre rimane, dopo più di quattro decenni, un’autentica profezia della poetica felliniana, una perfetta alchimia tra sogno, memoria e realtà: la metafora di un brancolare nel buio che non offre allo spettatore la speranza d’una via di uscita. Una metafora del presente, signor primo ministro, la metafora del suo operato, che non diverte affatto, ma fa riflettere amaramente sul nostro futuro, come paese, come popolo, come nazione!

 Raffaele Lauro

Scrittore, saggista, già prefetto e senatore della Repubblica (www.raffaelelauro.it)

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