Economia

Dazi Usa, ecco gli Stati che saranno colpiti davvero (non solo la Cina). Report Confindustria

di

Trump

Che cosa sostiene un report dell’ufficio studi di Confindustria che oggi fa il punto su portata ed effetti della nuova politica commerciale americana 

Quali sono i paesi potenzialmente più danneggiati dai dazi USA su acciaio e alluminio? I principali fornitori sono Canada (26% dell’import americano) e Unione europea (16% nel suo complesso). Seguono Russia, Corea del Sud, Messico e Cina, che pesa per meno del 6% degli acquisti. Tra i paesi europei, la Germania detiene una quota di quasi il 5% e l’Italia del 2%. Utilizzando stime del Dipartimento del Commercio americano, una tariffa del 25% determina una riduzione del 38,5% dell’import di acciaio e una del 10% un calo del 17,3% dell’import di alluminio. Se i dazi venissero applicati a tutti i partner commerciali, la minore domanda estera USA ammonterebbe a 14,1 miliardi di dollari all’anno, pari al 3,5% delle importazioni mondiali di acciaio e alluminio.
Tuttavia, le esenzioni temporanee, riguardando quasi il 70% dell’import totale, rendono l’impatto significativamente inferiore, con una riduzione degli acquisti USA all’estero di circa 5 miliardi. I paesi più colpiti sono la Russia (con una perdita stimata in 830 milioni di dollari), la Cina (670 milioni), il Giappone (673), Taiwan (503) e la Turchia (473). L’impatto potrebbe essere maggiore e soprattutto più a lungo termine, se le imprese esportatrici più grandi o comunque in grado di multinazionalizzarsi (che sono quelle che pesano di più per l’export totale) decidessero di trasferire parte della produzione all’interno dei confini USA, per non perdere i propri clienti, con una perdita di capacità produttiva nel paese di origine.

Inoltre, ci sono rilevanti effetti indiretti, che coinvolgono tutti i paesi, compresi quelli esentati dai dazi o comunque poco esposti al mercato USA. Il primo consiste nella distorsione dei flussi commerciali per i quali il mercato americano diventa off-limits, che si dirigeranno verso le destinazioni rimaste accessibili. Un caso concreto riguarda le aziende italiane che vendono tondi per cemento armato, che possono temere la maggiore competizione nei loro principali mercati di sbocco, come l’Algeria, di prodotti provenienti, per esempio, dalla Turchia. Più in generale, tenderanno ad aumentare i flussi in entrata nell’Unione europea, che nel complesso è il primo importatore mondiale di acciaio e alluminio. È anche vero che, se verrà confermata l’esenzione dai dazi, gli esportatori europei saranno avvantaggiati da un guadagno di competitività sul mercato americano, che rappresenta il secondo importatore mondiale di acciaio e alluminio, rispetto a quelli soggetti alle tariffe.

Il secondo effetto agisce attraverso le catene globali del valore: un’azienda che vede ridursi le proprie vendite di acciaio o alluminio negli Stati Uniti taglia anche gli acquisti di beni interni dai propri fornitori, sia domestici sia esteri, cosicché la minore domanda si trasmette a monte della filiera produttiva. In questo modo l’impatto negativo si moltiplica, sia all’interno del comparto dei metalli sia in altri settori come l’estrazione di minerali, l’energia e gli altri servizi di utility. Per le aziende italiane questo effetto sarebbe significativo soprattutto se venissero colpiti dai dazi anche gli esportatori europei, perché l’integrazione produttiva con le altre imprese in Europa è particolarmente forte e capillare. Per esempio, la minore attività delle aziende siderurgiche tedesche, prime esportatrici negli USA, si tradurrebbe anche in un calo della domanda di input intermedi ai loro fornitori italiani: un canale quantitativamente rilevante, dato che la Germania è il primo mercato di sbocco dell’acciaio e dell’alluminio italiani. Esiste, infine, un effetto aggregato, nella misura in cui le perdite di occupazione e redditi pongono un freno alla domanda interna.
La trasmissione lungo le catene globali del valore, peraltro, sarebbe molto significativa nel caso dei dazi USA sui prodotti cinesi, specie high-tech, perché incorporano in larga misura beni intermedi provenienti da altri paesi. Secondo stime OCSE, più del 40% del valore dell’export manifatturiero cinese viene dall’estero, specie dall’Asia (Giappone, Corea del Sud, ecc.), dall’Europa e dagli stessi Stati Uniti.

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