La raffica di dazi che ha caratterizzato il 2025 si è fatta sentire sull’economia globale, ma con effetti meno meccanici di quanto inizialmente previsto. I numeri diffusi in questi giorni offrono infatti un quadro più articolato, in cui Stati Uniti e Cina mostrano traiettorie differenti ma intrecciate, con la politica – e in particolare il fattore Trump – a fare da filo conduttore.
COSA SUCCEDE ALL’INFLAZIONE AMERICANA
Negli Stati Uniti, l’inflazione ha chiuso il 2025 con un aumento del 2,7% rispetto al 2024. Il dato “core”, che esclude le componenti più volatili come alimentari ed energia, si è attestato al 2,6% su base annua. A dicembre, l’indice dei prezzi al consumo (Cpi) è cresciuto dello 0,2% rispetto a novembre, un ritmo inferiore alle attese degli analisti e coerente con un rallentamento graduale delle pressioni inflazionistiche.
QUAL E’ STATO L’EFFETTO DAZI PER GLI STATI UNITI?
Si tratta di numeri che sorprendono soprattutto se letti alla luce dell’intensificazione delle tariffe doganali nel corso del 2025. All’inizio dell’anno, l’inasprimento dei dazi deciso dall’amministrazione Trump – che ha colpito una vasta gamma di beni importati, dai prodotti manifatturieri ai componenti industriali – aveva alimentato il timore di un’accelerazione dei prezzi al consumo. Secondo il New York Times, tuttavia, l’effetto dei dazi “ha in parte esaurito la sua spinta sui prezzi”, senza innescare una nuova fiammata inflazionistica.
IL COMMENTO TRATTO DAL NEW YORK TIMES
Una spiegazione risiede nella capacità di imprese e distributori di assorbire parte dei maggiori costi. “La vera sorpresa è che i dazi non sembrano più riversarsi sui prezzi finali”, ha osservato Samuel Tombs di Pantheon Macroeconomics, citato dal quotidiano americano. Le aziende hanno in parte ridotto i margini, in parte riorganizzato le catene di fornitura, spostando la produzione dalla Cina verso Paesi con tariffe più basse, come il Messico o alcune economie del Sudest asiatico.
COSA E’ SUCCESSO AI PREZZI IN AMERICA
Anche la composizione dell’inflazione racconta una storia meno lineare. A dicembre, i prezzi delle auto usate sono diminuiti dell’1,1% su base mensile, mentre quelli degli elettrodomestici sono scesi del 4,3%, contribuendo a contenere il dato complessivo. Al contrario, le tariffe aeree sono balzate del 5,2% e i prezzi dei generi alimentari sono aumentati dello 0,7% nel solo mese di dicembre, il rialzo mensile più rapido dal 2022.
IL FATTORE TRUMP
Su questo sfondo economico si innesta la dimensione politica. Il presidente Donald Trump ha utilizzato i dati sull’inflazione per rilanciare la pressione sulla Federal Reserve, chiedendo nuovi e significativi tagli dei tassi di interesse. In un post, Trump ha definito i numeri “grandiosi” e ha attaccato nuovamente il presidente della Fed, Jerome Powell, accusandolo di essere in ritardo nel sostenere l’economia.
LE TENSIONI FRA CASA BIANCA E FED
Secondo il New York Times, la tensione tra la Casa Bianca e la banca centrale è andata oltre le dichiarazioni pubbliche. La scorsa settimana il Dipartimento di Giustizia ha infatti intensificato le pressioni su Powell con un’indagine sui costi di ristrutturazione della sede della Fed a Washington, un’iniziativa che il numero uno dell’istituto ha interpretato come un tentativo di coercizione politica.
LE MOSSE DELLA FED
Dal punto di vista macroeconomico, la Fed si muove con cautela. Dopo tre tagli dei tassi nella seconda metà del 2025, l’orientamento prevalente è quello di una pausa, anche perché il mercato del lavoro resta solido: a dicembre il tasso di disoccupazione è sceso al 4,4%. Inoltre, la produttività del lavoro ha registrato un’accelerazione significativa, crescendo a un ritmo annualizzato del 4,9% nel terzo trimestre del 2025, un fattore che aiuta a contenere le pressioni sui prezzi. Inoltre, come ricordano diversi economisti citati dal New York Times, l’effetto espansivo delle riduzioni del costo del denaro potrebbe non essersi ancora pienamente manifestato sui prezzi.
IL SURPLUS COMMERCIALE DELLA CINA
Se negli Stati Uniti il tema è capire quanto i dazi abbiano davvero inciso sull’inflazione, in Cina la prospettiva è diversa. Pechino ha chiuso il 2025 con un surplus commerciale record di circa 1.189 miliardi di dollari, una cifra paragonabile al Pil di un’economia del G20 come l’Arabia Saudita. Solo a dicembre, l’avanzo ha raggiunto i 114,1 miliardi di dollari, in miglioramento rispetto ai 111,6 miliardi di novembre, sebbene leggermente sotto le attese degli analisti.
I FATTORI CHE INCIDONO SUL DATO COMMERCIALE CINESE
Il surplus è stato trainato da esportazioni particolarmente robuste, cresciute del 6,6% su base annua a dicembre, contro un aumento del 5,9% registrato a novembre. Ma a sorprendere è stata anche la dinamica delle importazioni, salite del 5,7%, ben oltre le previsioni di consenso. “La forte crescita delle esportazioni contribuisce ad attenuare la debole domanda interna”, ha affermato Zhiwei Zhang, capo economista di Pinpoint Asset Management, citato da Reuters. “Insieme al boom del mercato azionario e alla stabilità delle relazioni tra Stati Uniti e Cina, è probabile che il governo mantenga invariata la propria politica macroeconomica almeno nel primo trimestre”.
LE ESPORTAZIONI CINESI VERSO GLI STATI UNITI SONO CROLLATE
La chiave di lettura, sottolineata da Reuters, è la diversificazione geografica. Le esportazioni verso gli Stati Uniti sono crollate del 20% nel 2025, penalizzate dai dazi, ma quelle verso l’Africa sono aumentate del 25,8%, mentre le spedizioni verso l’ASEAN sono cresciute del 13,4% e quelle verso l’Unione europea dell’8,4%. In parallelo, il deprezzamento controllato dello yuan ha rafforzato la competitività dei prodotti cinesi sui mercati internazionali.
IL PARADOSSO FRA USA E CINA
Mettendo in relazione Stati Uniti e Cina, emerge un paradosso. I dazi americani hanno generato ingenti entrate fiscali – circa 287 miliardi di dollari nel 2025 – e hanno contribuito a ridisegnare le catene globali del valore. Ma non sono riusciti a ridurre in modo significativo il surplus commerciale cinese, che anzi ha toccato nuovi massimi. Pechino, dal canto suo, ha trasformato la pressione esterna in un incentivo a espandersi ulteriormente in altri mercati, rafforzando la propria presenza globale.
PRESENTE E FUTURO DEL COMMERCIO TRA USA E CINA
Nel complesso, il 2025 appare come un anno di adattamento più che di rottura. L’“epoca dei dazi” non ha prodotto shock immediati, ma ha accentuato tendenze di fondo: negli Stati Uniti, un’inflazione più resiliente del previsto (al di sopra del target del 2% della Fed, ma senza esplosioni) e un confronto sempre più acceso tra politica e banca centrale; in Cina, un modello di crescita sempre più sbilanciato sull’export, con surplus record che rischiano di alimentare nuove tensioni geopolitiche. Anche con l’Europa, sempre più preoccupata per l’eccesso di capacità produttiva cinese in settori come l’auto elettrica, il solare e l’elettronica. Non a caso, Pechino ha iniziato a inviare segnali di moderazione, ad esempio eliminando alcuni rimborsi fiscali all’export nel settore solare, storica fonte di attrito con Bruxelles.






