Economia

Dal gioco legale a ristoranti senza dehor, chi si lamenta per le riaperture

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GIOCO RIAPERTURE

Non si litiga solo sull’ora del coprifuoco: il decreto sulle riaperture scontenta molteplici categorie economiche, a iniziare da quelle del gioco legale che sostengono di essere state dimenticate dall’intervento dell’esecutivo.

Le quattro organizzazioni degli esercenti del gioco legale, tra cui Acadi-Associazione Concessionari dei Giochi Pubblici aderente a Confcommercio, esprimono “sconcerto e infinita preoccupazione per l’assenza di indicazioni sulle riaperture del gioco legale nella bozza del decreto Covid”.

GIOCO LEGALE ESCLUSO DALLE RIAPERTURE?

“Il Governo, anche alla luce della drammatica situazione economica del Paese, ha deciso di riaprire nelle prossime settimane praticamente tutte le attività economiche, compresi cinema, teatri, palestre – affermano le organizzazioni – ma ancora una volta non troviamo alcun cenno sulla riapertura delle sale da gioco, chiuse da 300 giorni”. La situazione economica delle aziende del settore, che non hanno goduto al momento di alcun ristoro, è drammatica: 12mila punti vendita chiusi, indotto completamente fermo, oltre 60mila lavoratori a rischio. “Siamo stupefatti che il settore del gioco rimanga praticamente l’unico escluso dalle previsioni di riapertura – concludono le associazioni di settore – nonostante l’impegno ad una riapertura in sicurezza e sostenibile. Confidiamo che nel testo definitivo il Governo possa indicare una data certa di riapertura, coerentemente con quanto è accaduto per tutti gli altri settori economici”.

Ma non mugugnano solo i rappresentanti del mondo del gioco legale, saltato a piè pari dalle riaperture. Il decreto scontenta anche i ristoratori. Fipe, la relativa associazione di categoria, sottolinea come riaprire solo le attività che hanno i tavolini all’esterno “significhi prolungare il lockdown per oltre 116mila pubblici esercizi”. Il 46,6% dei bar e dei ristoranti italiani non ha infatti spazi all’aperto, una percentuale peraltro che nei centri storici, soggetti a regole molto più stringenti, aumenta considerevolmente. “Se questo è il momento del coraggio dice Fipe – che lo sia davvero. I sindaci mettano a disposizione spazi extra per le attività economiche che devono poter apparecchiare in strada ed evitare così di subire, oltre al danno del lockdown, la beffa di vedere i clienti seduti nei locali vicini”.

Per la federazione la data del 26 aprile da sola “non basta. Dobbiamo dare una prospettiva a tutti gli imprenditori. Bisogna lavorare da subito a un protocollo di sicurezza sanitaria stringente, che consenta la riapertura anche dei locali al chiuso e bisogna darci un cronoprogramma preciso, a partire dal 26 aprile. Non c’è più tempo da perdere. Nelle prossime ore chiederemo all’Associazione nazionale dei Comuni italiani di collaborare con noi per spingere i sindaci a concedere il maggior numero di spazi esterni extra, in via del tutto eccezionale e provvisoria, agli esercizi che in questo momento ne sono sprovvisti. Sarebbe un bel segnale di unità e di voglia di uscire dal pantano tutti insieme”.

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