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Cosa si dice (e non si dice) sul contributo di solidarietà

Conte Quirinale

Aumentare le tasse sui ceti che producono o tagliare le unghie ai furbetti del “salario di cittadinanza”: quelli con Porche e Ferrari nel garage? Il commento di Gianfranco Polillo

 

La sinistra italiana ci ha provato di nuovo, utilizzando il sindacato come testa d’ariete, ma alla fine è stata respinta con perdite. Il “contributo di solidarietà” a carico dei redditi più alti per finanziare il caro bollette, non vi sarà, grazie all’opposizione di uno schieramento che va da Salvini a Renzi e che, nell’ultimo Consiglio dei ministri, ha costretto Mario Draghi a riporre nel cassetto la proposta iniziale.

La strategia – come riferisce Claudia Fusani su Il Riformista – era stata ben pensata. I sindacati all’attacco per reclamare maggiori risorse a sostegno dei redditi più bassi. Il Governo che concede altri 800 milioni per contrastare gli eventuali aumenti dei costi di elettricità e gas. Una richiesta ulteriore è di 300 milioni, impossibili da trovare, dopo aver rischiato il fondo del barile. Ed ecco allora la pensata: ridurre “ulteriormente” – vedremo tra un attimo perché – l’effetto di trascinamento della riforma fiscale sui redditi superiori a 50 mila euro l’anno. Una sorta di “mini- patrimoniale”, come giudicata, seppure impropriamente, dallo schieramento di centro destra.

I dubbi non sono pochi: a partire dalle previsioni circa il futuro aumento dei costi del metano e più in generale dei prodotti petroliferi. Era stata Nomisma Energia ad ipotizzare un aumento delle tariffe elettriche del 50 per cento e del 17/25 per cento per il gas. Secondo quelle stime il metano dovrebbe aumentare a 1,4 euro al m3 contro lo 0,9 e l’elettricità a 250 megawatt ora contro le normali 40/50 degli ultimi tempi. Difficile entrare nel merito. Non è stato detto, infatti, per quanto tempo si prevede che quei prezzi rimarranno tali. Un conto, infatti, che si tratti di un mese o di un trimestre. Un altro che il periodo si allunghi all’anno solare. Da semplici cronisti, poi, ci limitiamo ad osservare che il parere dei vari gestori dei fondi è meno allarmistico. “L’offerta di gas è idonea al periodo, non ci sono carenze di stoccaggio, – questo uno dei tanti commenti – e la domanda non è altissima, a causa di meno freddo del previsto”. Al tempo stesso il prezzo del brent (petrolio) che lo scorso 25 novembre aveva raggiunto gli 81,91 dollari al barile, ha chiuso a 69,91 con una caduta del 15 per cento in poco più di un mese. Quindi adelante con juicio.

Comunque sia la previsione a cura dell’economista esperto di energia, Davide Tabarelli, ha rimesso in moto un processo, destinato, forse per la prima volta, a mettere in difficoltà lo stesso Mario Draghi. Che è stato poi costretto a ritirare la proposta del “contributo di solidarietà”. Giochi concomitanti con le prossime elezioni presidenziali? Chissà: sotto il cielo della politica a pensar male si fa peccato. Ma forse a volte è necessario. Comunque sia – questo è il punto – le motivazioni addotte non sembrano giustificabili. Si è detto che l’obiettivo era quello di congelare l’effetto di trascinamento sui redditi più alti delle variazioni intervenute nella riduzione del numero delle aliquote fiscali: da cinque a quattro. Ma questo non è vero. Quella sterilizzazione era già avvenuta portando il vecchio scaglione 55.000 – 75.000 a 50.000 ed aumentando la relativa aliquota dal 41 al 43 per cento.

Se oggi si fanno i conti, prescindendo completamente dalle agevolazioni fiscali concentrate sui redditi più bassi, l’effetto di trascinamento residuo per i redditi superiori ai 75.000 euro è di 70 euro l’anno. Leggermente maggiore, invece, quello riferito ai redditi compresi tra i 50.000 ed i 75.000. Si va da un massimo di 470 euro all’anno ad un minimo di 170. Colpirli ulteriormente avrebbe, tuttavia, significato mortificare un ceto generalmente fortemente professionalizzato. Il che spiega come mai Matteo Renzi si sia dissociato dalle posizioni dei sindacati e della sinistra. “Ma che gente è questa”: ha scritto Piero Sansonetti. Quella che di fronte alle allarmanti cifre fornite dall’ultimo rapporto del Censis sulla povertà decide di lasciarli al “buio e senza acqua calda” costretti a cucinare “raccogliendo un po’ di legna nei boschi”.

Difficile dargli torto, sempre che le previsioni di Nomisma risultino veritiere. Ma il tema centrale non era quello del “ristoro”, bensì della copertura finanziaria del provvedimento. Aumentare le tasse sui ceti che producono o tagliare le unghie ai furbetti del “salario di cittadinanza”: quelli con Porche e Ferrari nel garage? Questo resta il dilemma.

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