Economia

Cosa ha fatto (e cosa non ha fatto) l’Inps durante il lockdown

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Gli interventi di integrazione salariale durante il lockdown. L’analisi di Giuliano Cazzola

Nel corso della crisi sanitaria ed economica, l’Inps è stato al centro di polemiche pressoché quotidiane – con particolare accanimento nei talk show – per la gestione dei regimi di cig e di integrazione salariale: polemiche che hanno fatto passare nell’opinione pubblica il messaggio secondo il quale queste prestazioni non venivano liquidate, se non con inaccettabili ritardi. Le denunce non sono del tutto prive di fondamento, come ha dimostrato una diffusa casistica resa nota da imprese ed associazioni datoriali. Di questi ritardi non sono state date quasi sempre spiegazioni esaustive, con riferimento sia a procedure normative non adeguate alle esigenze di efficacia della tutela, sia a ritardi di ordine burocratico nei diversi passaggi richiesti nell’estensione del cig in deroga alle regole di carattere generale. Questi fattori problematici non sono ancora stati chiariti in modo compiuto. Va data tuttavia atto all’Inps di avere fornito, nel XIX Rapporto per il 2019 presentato recentemente, un rendiconto molto dettagliato per quanto riguarda l’erogazione delle integrazioni retributive resisi necessarie durante il lockdown della prima metà dell’anno. Le statistiche sono relativamente aggiornate per larga parte del 2020. E ciò è sicuramente importante per disporre di un monitoraggio il più puntuale possibile, anche se l’epidemia è in grado di imporre mutamenti di scenario nel giro di pochi giorni.

È noto che le tutele sono state estese ai lavoratori ancora privi di sostegno al reddito in caso di sospensione del rapporto di lavoro (mediante l’attivazione della cassa integrazione in deroga) sia ai lavoratori che avevano superato i limiti di durata previsti dalle normative vigenti o gli ulteriori limiti previsti dai fondi di solidarietà ai sensi del d. Lgs 148/2015. Nei primi otto mesi del 2020  – è documentato nel Rapporto, sono state autorizzate complessivamente circa 3 miliardi di ore pari a due volte e mezzo il numero di ore autorizzate nel 2010 (1,2 miliardi di ore autorizzate), l’anno sotto questo profilo più pesante per le conseguenze della crisi finanziaria internazionale esplosa nel 2008; l’effetto dei provvedimenti normativi adottati in materia di integrazione salariale durante l’emergenza, ha cominciato ad avere un forte impatto in termini di ore autorizzate a partire dal mese di aprile 2020, nel quale sono state autorizzate complessivamente 855 milioni di ore; il mese di maggio  ha presentato valori confrontabili, mentre nei mesi successivi il livello delle ore autorizzate si è dimezzato pur mantenendo un valore molto consistente. Fino ad agosto – prosegue il Rapporto – le ore autorizzate a seguito dell’emergenza sanitaria, quindi con causale specifica Covid-19, sono state 2,8 miliardi, di cui 1,4 miliardi per cassa integrazione ordinaria, 887 milioni per assegni ordinari dei fondi di solidarietà e 548 milioni per la cassa in deroga. Questi dati si riferiscono alla decorrenza dell’autorizzazione da parte dell’Istituto a prescindere dal periodo effettivo di integrazione salariale per il quale è stata richiesta.

Per collocare temporalmente le ore di integrazione salariale richieste si è proceduto – spiega l’Inps – alla ripartizione per mese di competenza con il metodo pro rata temporis, cioè distribuendo le ore nei diversi mesi in modo uniforme nel periodo richiesto (si veda il relativo grafico). Un terzo delle ore (941 milioni) sono state autorizzate per il mese di aprile, unico mese intero di chiusura delle attività, per passare nel mese di maggio, quando si è verificata la graduale riapertura delle attività, a 781 milioni e nel mese di giugno a 416 milioni. Trasformando le ore in lavoratori se ne possono stimare 5,5 milioni nel mese di aprile; successivamente il numero di lavoratori equivalenti a tempo pieno in cassa integrazione a zero ore si è ridotto notevolmente con la contestuale diffusa ripresa delle attività economiche avvenuta a seguito dell’allentamento delle restrizioni, passando a 2,4 milioni nel mese di giugno. Per quanto riguarda la distribuzione delle ore autorizzate per settore di attività economica, il 57% è stato richiesto nei settori chiusi dal dpcm del 22 marzo 2020, mentre il 43% è stato richiesto nei settori cosiddetti essenziali, segno che comunque anche queste attività hanno risentito del lock down (mancanza di circolazione delle persone, caduta dell’indotto, eccetera). Circa il 63% delle ore sono state autorizzate nei seguenti settori: commercio e trasporti, terziario professionale, alloggio e ristorazione, servizi alla persona, costruzioni. Il metalmeccanico – indica il Rapporto – da solo ha avuto il 14% delle ore autorizzate.

La distribuzione delle ore dal punto di vista territoriale non ha riservato sorprese: ha aderito in toto alla struttura produttiva del Paese (e anche alla diffusione del contagio). Infatti il 56% delle ore totali sono state autorizzate in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte. In queste regioni la predominanza di Cassa integrazione ordinaria è collegata alla concentrazione di imprese industriali e dell’edilizia quindi assicurate per la CIG ordinaria, a differenza ad esempio del Lazio dove dei 233 milioni di ore il 67% è stato autorizzato per i fondi di solidarietà e cassa in deroga, indice della presenza meno rilevante di tali aziende.

 

Per cercare di dare una misura del reale utilizzo delle ore di integrazione salariale autorizzate si è considerato per singolo mese il rapporto tra le ore utilizzate e le ore autorizzate di competenza ricostruite. Purtroppo – sostiene l’Inps – l’indicazione esatta circa il numero di ore utilizzate è attendibile solo dopo un consistente lasso di tempo. Il processo delle integrazioni salariali infatti è complesso soprattutto nel caso della cassa in deroga. Al netto di ulteriori ritardi di pagamento o di trasmissione delle denunce retributive, si evince – si veda il grafico – un tiraggio del 63% per il mese di marzo e del 60% per il mese di aprile (mesi per i quali si può considerare quasi completamente definito il processo amministrativo), mentre nei mesi di maggio e giugno i valori sono decisamente più contenuti anche se ancora provvisori.

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