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Cosa faranno gli Stati Uniti con i dazi alla Cina?

Commercio Usa-cina

A luglio scadrà il primo blocco di dazi sulle importazioni cinesi imposti da Trump nel 2018. L’amministrazione Biden deve decidere se rinnovarli o no: da una parte c’è la necessità di contenere l’inflazione alta, dall’altra le pressione dei falchi anti-cinesi

 

Gli Stati Uniti stanno iniziando il processo di revisione dei dazi sulle merci importate dalla Cina in vista della loro scadenza nei prossimi mesi. Nonostante la rivalità economica e politica tra Washington e Pechino, alcuni politici americani vorrebbero quantomeno una riduzione delle tariffe in questione, in modo da attenuare l’impatto dell’inflazione alta sul potere d’acquisto dei consumatori.

I dazi erano stati imposti nel 2018 dall’ex-presidente Donald Trump e arrivarono a coprire – nella loro interezza – circa 350 miliardi di dollari di importazioni dalla Cina all’anno.

COSA HA DETTO L’UFFICIO DEL RAPPRESENTANTE PER IL COMMERCIO

Ieri l’Ufficio del rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti (USTR) ha fatto sapere che esaminerà i primi due blocchi di tariffe sulle importazioni: sono al 25 per cento, per un valore complessivo di 50 miliardi di dollari, scrive il Nikkei Asia.

I BLOCCHI DI DAZI

Il primo dei due pacchetti, da 34 miliardi, scadrà il 6 luglio, a meno che le aziende americane non chiedano la prosecuzione dei dazi, attivando il processo di revisione. Il secondo blocco, da 16 miliardi, scadrà invece il 23 agosto. Il terzo blocco – più corposo, da 200 miliardi – il 24 settembre. Trump aveva imposto ulteriori dazi per un centinaio di miliardi di dollari nell’autunno del 2019.

Le tariffe erano state applicate sulla base della sezione 310 del Trade Act del 1974, che prevede una revisione della loro “necessità” dopo quattro anni.

LA POSIZIONE DI YELLEN E LE ELEZIONI DI METÀ MANDATO

Lo scorso 22 aprile la segretaria al Tesoro Janet Yellen aveva detto a Bloomberg che l’amministrazione di Joe Biden vuole “fare tutto il possibile per abbassare l’inflazione”; in questo senso, dichiarò, l’abbassamento dei dazi sui prodotti cinesi avrebbe degli “effetti desiderabili”.

A novembre negli Stati Uniti si voterà per le elezioni di metà mandato, e il Partito democratico non vuole perdere il controllo della Camera e del Senato altrimenti l’agenda presidenziale potrebbe finire compromessa; per questo, la Casa Bianca sta dedicando tanta attenzione al contenimento dell’inflazione, la principale preoccupazione degli elettori.

LA POSIZIONE DI TAI E L’INFLAZIONE

Su posizioni opposte a quelle di Yellen è però la rappresentante per il Commercio Katherine Tai, che considera i dazi necessari a proteggere l’industria statunitense dalla concorrenza cinese.

A marzo l’indice dei prezzi al consumo negli Stati Uniti ha raggiunto l’8,5 per cento: è il valore più alto degli ultimi quarant’anni, causato in parte (la sua crescita era iniziata prima) dall’invasione russa dell’Ucraina, che ha aggravato gli intoppi alle filiere e la crisi energetica. Secondo le stime del Peterson Institute for International Economics, la cancellazione dei dazi sulle merci cinesi imposti da Trump favorirebbe un abbassamento di quell’indice di 1,3 punti percentuali.

È una previsione che tuttavia non convince Tai, che ha definito la ricerca dell’istituto “qualcosa tra la finzione e un interessante esercizio accademico”.

UNA DECISIONE DIFFICILE

La decisione non è semplice, per l’amministrazione Biden. Alcune aziende – specialmente quelle del settore dei servizi – vorrebbero un abbassamento dei dazi, che potrebbe favorire un calo dell’inflazione e portare benefici elettorali; d’altra parte, rimuovere le tariffe senza ottenere nulla in cambio dal governo di Pechino costerebbe al presidente molte critiche da parte dei “falchi” anti-cinesi, dentro e fuori il suo partito. Katherine Tai, ad esempio, ha detto che, nonostante i dazi, la Cina non ha modificato le sue pratiche sui furti di proprietà intellettuale o sui trasferimenti forzati di tecnologia.

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