Economia

Che cosa dovrebbe fare il governo dopo il monito di Fitch

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Il commento di Gianfranco Polillo dopo il report dell’agenzia di rating Fitch sull’Italia

Fitch, come del resto aveva fatto Moody’s, ha deciso di non decidere. E rinviare tutto a tempi migliori, quando si conosceranno i contenuti della legge di bilancio: oggi avvolti in un inquietante chiacchiericcio.

Nel frattempo, tuttavia, non ha esitato a lanciare un suo avvertimento. L’outlook da stabile è diventato negativo. Valore in linea con il sentiment del mercato che ha portato lo spread a sfiorare la soglia psicologica dei 300 punti base. Vedremo che succederà lunedì alla riapertura. Il nuovo allarme, infatti, potrebbe rendere ancora più difficile una situazione che facile non è.

Negli ultimi due mesi (giugno e luglio) le vendite dall’estero dei titoli italiani sono state pari a circa 70 miliardi. Più colpiti, ovviamente, i titoli pubblici. Ma le vendite non hanno risparmiato neppure i bond privati. Al punto da spingere le grandi aziende a modificare le loro politiche di emissione, nella speranza di non dover pagare pegno. Ossia di spuntare, in prospettiva, tassi migliori. Si calcola che il volume di questi rinvii sia stato pari a circa 30 miliardi. Sommando le due cose, si può quindi dire che il vuoto di domanda ha raggiunto la soglia dei 100 miliardi di euro.

Di questo dato Giovanni Tria, che finora ha garantito, seppure con le difficoltà indicate, la rotta, dovrà tener conto. Certo: meglio sarebbe stato anticipare la manovra, come spesso è avvenuto nella storia recente e passata, ma i complicati equilibri politici interni alla maggioranza lo hanno impedito. Scelta, comunque, tutt’altro che indolore. Un conto sarebbe stato partire con gli spread a 150 punti base. Altro è essere costretti ad operare con un loro valore doppio. Sempre che si arresti il movimento ascensionale.

In altri momenti, la pazienza delle agenzie di rating sarebbe stata apprezzata dai compagni di viaggio dell’avventura governativa. Avrebbe agito come cloroformio, spingendo tutti a trovare quel minimo comune denominatore in grado di smorzare i presagi più negativi. Nel mondo rovesciato dei teorici del cambiamento, si verifica invece il contrario.

Già si pensa alla fine prossima della legislatura – la tesi adombrata da Fitch – e quindi ci si prepara, con la necessaria demagogia, alla battaglia. Ed ecco, allora, la logica del tutto e subito. Salario di cittadinanza, riforma della legge Fornero, pensioni di cittadinanza, Flat Tax, nazionalizzazioni varie. E poco importa se il deficit di bilancio andrà oltre il 3 per cento, nella pericolosa illusione di imitare la Francia o la Spagna. Ma non le sottostanti politiche: lontane anni luce dal caos italiano.

Ci sarà comunque da battagliare, prima della non inevitabile resa. Dove e come? Questo sarà l’argomento dei prossimi giorni. E riguarderà un po’ tutto: dai rapporti con l’Europa, al tema delle statalizzazioni (Ilva compresa), agli assetti del welfare. Quel continuum logico, ancor prima che politico, rappresentato dagli interventi fiscali o parafiscali. Ad un ceto medio, impaurito e massacrato dalla crisi, la Lega aveva promesso una forma di riscatto, rappresentato dalla riduzione del carico fiscale. Si troverà, invece, di fronte a misure poco più che simboliche ed un attacco senza precedenti al suo sistema pensionistico.

Nel contratto di governo l’intesa raggiunta sembrava relativamente blanda. Al punto che si poteva ipotizzare un taglio delle pensioni più elevate intorno al 5 per cento. Sempre che fosse stato possibile procedere al ricalcolo. Comunque un criterio oggettivo, accompagnato da argomenti, giuridicamente poco sostenibili, viste le sentenze della Corte Costituzionale, ma sociologicamente in qualche modo giustificabili, in nome di un maggior equilibrio intergenerazionale. La proposta di legge, appena presentata (Molinari-D’Uva), ne svela invece le intenzioni recondite. A danno della classe media che è anche l’elettorato della stessa Lega.

L’autogol è stato fatto, innanzitutto, avendo abbassato il livello dell’asticella. Dai 5 mila euro netti a poco più di 3.800. Con l’obiettivo di allargare la platea, di coloro che dovrebbero scendere negli inferi. Quindi un meccanismo assolutamente cervellotico che comporta una penalizzazione pari a circa il 3 per cento l’anno. A seconda della distanza che intercorre tra il periodo di pensionamento è quello che secondo il parere non si capisce di chi avrebbe dovuto essere. Risultato? Un vero e proprio esproprio proletario, per garantire pensioni di cittadinanza a chi – come dimostrato da Alberto Brambilla – non ha mai versato una lira di contributi sociali.

Se si andrà avanti su questo terreno, è facile prevedere che non sarà una battaglia indolore, specie se la Flat Tax, com’è probabile, non avrà la stessa tempistica. Il grande pubblico si interessa poco (sbagliando) al rispetto dei parametri di Maastricht, ma in questo caso è in gioco l’ulteriore tenuta della classe media. Un ceto che rappresenta l’assoluta maggioranza degli italiani (circa l’85%) e che ha pagato tutto ciò che poteva pagare: dalla tassa sulla casa, ad un Irpef non giustificato dalla resa dei servizi pubblici, alla rassegnazione verso pubblici poteri.

Nodi che verranno al pettine, nel momento in cui si dovesse ricorrere a questa ulteriore forma di esproprio, per soddisfare l’invidia di chi si è sempre poco impegnato sul fronte del lavoro: dai centri sociali ai vari movimenti NO qualcosa. È bene che Matteo Salvini tralasci per un attimo di pensare solo agli immigrati, e ci metta la testa.

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