L’olio d’oliva non è solo uno dei prodotti simbolo della dieta mediterranea: è anche uno dei pilastri dell’agroalimentare europeo. L’Unione europea concentra circa il 61% della produzione mondiale, guida le esportazioni globali (65%) e resta il principale bacino di consumo. Un primato che, però, comporta una responsabilità: garantire che l’olio d’oliva che arriva sugli scaffali europei sia davvero quello che promette l’etichetta, dal punto di vista della qualità, della sicurezza alimentare e della tracciabilità.
È da questa consapevolezza che nasce la Relazione speciale 01/2026 della Corte dei conti europea, che passa al setaccio i sistemi di controllo dell’olio d’oliva nell’Ue. Il verdetto non è una bocciatura, ma neppure una promozione piena: il quadro normativo europeo è solido e dettagliato, ma la sua applicazione resta disomogenea, con zone d’ombra che rischiano di indebolire la fiducia dei consumatori e la credibilità del marchio “olio europeo”.
PERCHÉ LA CORTE DEI CONTI È INTERVENUTA
La Corte non ha scelto a caso il settore dell’olio d’oliva. Parliamo di un prodotto ad alto valore economico, spesso venduto come extra vergine a prezzi superiori rispetto ad altri oli vegetali, e quindi strutturalmente esposto a frodi, degradazione qualitativa e opacità lungo la filiera. L’audit aveva un obiettivo chiaro: verificare se i sistemi di controllo dell’Ue fossero davvero in grado di assicurare che l’olio venduto sul mercato europeo fosse genuino, sicuro e tracciabile.
L’analisi ha coperto il periodo 2018-2023 e ha coinvolto quattro Stati membri – Belgio, Grecia, Spagna e Italia – selezionati perché rappresentativi sia dei grandi paesi produttori sia dei mercati di importazione e consumo. La Corte ha esaminato l’impostazione delle regole, la loro applicazione pratica e la capacità della Commissione di esercitare una supervisione efficace.
REGOLE RIGOROSE, APPLICAZIONE A MACCHIA DI LEOPARDO
Il primo dato che emerge è paradossale: le norme Ue sull’olio d’oliva sono tra le più complete in assoluto, ma non sempre vengono applicate pienamente. I controlli di conformità – che combinano analisi chimico-fisiche e valutazioni organolettiche – individuano casi di non conformità, spesso legati alla degradazione dell’olio nel tempo. Tuttavia, in alcuni Paesi il numero minimo di controlli non viene raggiunto o le analisi di laboratorio risultano incomplete.
Qui si innesta uno dei rilievi più critici dell’audit: la Commissione europea dispone solo di una visione parziale dei sistemi di controllo nazionali. Le relazioni annuali e le riunioni tecniche non bastano a fornire un quadro completo. Bruxelles, in sostanza, non ha sempre contezza delle analisi dei rischi svolte dagli Stati membri, dei parametri effettivamente controllati e del funzionamento concreto dei sistemi sanzionatori. Un limite che riduce la capacità dell’esecutivo Ue di intervenire quando i controlli non sono all’altezza.
ANTIPARASSITARI PROMOSSI, ALTRI CONTAMINANTI BOCCIATI
Sul fronte della sicurezza alimentare, il giudizio della Corte è articolato. I controlli sui residui di antiparassitari nell’olio d’oliva prodotto nell’Ue funzionano in genere bene: esiste un programma coordinato a livello europeo e i casi di superamento dei limiti di legge sono rari.
Diverso il discorso per altri contaminanti, come idrocarburi degli oli minerali o plastificanti, che possono migrare nell’olio durante la trasformazione o l’imballaggio. Qui il quadro è più fragile: mancano talvolta limiti armonizzati a livello Ue, i piani di controllo nazionali sono eterogenei e non sempre basati su analisi dei rischi adeguatamente documentate. Il risultato è un sistema meno omogeneo e più difficile da monitorare.
IL PUNTO PIÙ DEBOLE: L’OLIO IMPORTATO DA PAESI EXTRA-UE
Il capitolo più delicato dell’audit riguarda l’olio d’oliva importato da paesi non Ue. L’Unione importa circa il 9% dell’olio d’oliva che consuma, ma – rileva la Corte – la presenza di antiparassitari e altri contaminanti nell’olio importato non viene controllata in modo sistematico.
Nei paesi analizzati, i controlli alle frontiere risultano assenti o sporadici e, in molti casi, l’olio importato non è nemmeno considerato esplicitamente nelle analisi dei rischi. Un’anomalia che crea una potenziale asimmetria che ha del paradossale: controlli stringenti sull’olio prodotto nell’Ue, maglie più larghe su quello che arriva dall’esterno. Un rischio non solo sanitario, ma anche di concorrenza sleale.
TRACCIABILITÀ: QUANDO L’ORIGINE SI PERDE LUNGO LA FILIERA
Altro nodo critico è la tracciabilità. La normativa Ue impone il principio “un passo indietro, un passo avanti”, ma mancano indicazioni chiare su come e quando effettuare i controlli. Nei casi di oli provenienti da più paesi o da miscele Ue-extra Ue, risalire all’origine reale diventa complesso, soprattutto quando la cooperazione tra autorità nazionali è debole. La Corte lo dice senza giri di parole: oltre i confini nazionali, la tracciabilità dell’olio d’oliva resta fragile.
ITALIA PROMOSSA (CON RISERVA)
Nel quadro disomogeneo che emerge dall’audit, l’Italia rappresenta uno dei sistemi più avanzati. I controlli coprono tutte le fasi della filiera, sono supportati da registri elettronici che tracciano la movimentazione di olive e olio e coinvolgono più forze di contrasto nella prevenzione delle frodi. Anche l’applicazione delle sanzioni risulta più rapida rispetto ad altri Paesi.
La Corte segnala inoltre alcune buone pratiche italiane, come l’obbligo di indicare l’anno di raccolta in etichetta in determinate condizioni e l’attenzione al commercio elettronico. Restano criticità, in particolare sui controlli alle frontiere per l’olio importato, ma il bilancio complessivo è positivo.
LE RACCOMANDAZIONI E LA RISPOSTA DI BRUXELLES
Sulla base delle criticità emerse, la Corte ha formulato cinque raccomandazioni alla Commissione europea: rafforzare la supervisione sui sistemi nazionali; chiarire le regole sulla miscelazione degli oli; migliorare gli orientamenti sui controlli dei contaminanti, includendo esplicitamente l’olio importato; fornire indicazioni più precise sulla tracciabilità; sostenere lo sviluppo e l’interoperabilità dei registri elettronici.
La Commissione ha accolto tutte le raccomandazioni, difendendo però l’impianto normativo esistente. Bruxelles sostiene che, nel complesso, il sistema Ue garantisce elevati livelli di qualità e sicurezza, ma si impegna a rafforzare il monitoraggio, a chiedere informazioni più dettagliate agli Stati membri e a migliorare la tracciabilità. In risposta all’audit, l’esecutivo comunitario riconosce che “un’estensione della supervisione dei sistemi di controllo degli Stati membri contribuirebbe a sostenere ulteriormente la qualità dell’olio d’oliva europeo e la fiducia dei consumatori”, assicurando che l’olio importato dovrà essere “considerato esplicitamente nelle analisi dei rischi, poiché dovrebbe essere controllato allo stesso modo della produzione Ue”. Con una precisazione non secondaria: l’onere amministrativo e i tempi di attuazione non saranno trascurabili.
UNA QUESTIONE DI CREDIBILITÀ EUROPEA
Il messaggio finale dell’audit è politico prima ancora che tecnico: l’Ue ha costruito un sistema di regole robuste, ma ora deve colmare il divario tra norma e prassi. In gioco non c’è solo la qualità dell’olio d’oliva, ma la credibilità dell’intero modello agroalimentare europeo, in un mercato globale sempre più attento a sicurezza, trasparenza e origine dei prodotti.






