skip to Main Content

Mes

Perché le tesi di Conte e Tria sul Mes non convincono

Che cosa ha scritto e che cosa non ha scritto l'ex ministro dell'Economia, Giovanni Tria, su Mes e dintorni

 

La ricostruzione dei fatti che hanno portato alla conclusione del negoziato della riforma del Trattato del Mes è come un cesto di ciliegie. Ognuno si diverte a scegliere quella più bella, ma è l’intero cesto che bisogna prendere per una corretta analisi di quegli eventi, in attesa che il Parlamento, ormai probabilmente a gennaio, sia chiamato a pronunciarsi sul disegno di legge di ratifica.

Lunedì il già Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha annunciato la richiesta di un Giurì d’onore per difendersi dalle accuse – a suo parere infondate – pronunciate in Parlamento dalla Presidente Giorgia Meloni.

Tra i protagonisti della vicenda, sabato è stato il turno di Giovanni Tria, ministro dell’economia del governo Conte 1 e protagonista delle infuocate riunioni dell’Eurogruppo tra giugno 2018 e giugno 2019, quando sostanzialmente si gettarono le basi per la riforma del Mes, che poi il suo successore Roberto Gualtieri finalizzò durante l’Eurogruppo del 30 novembre 2020.

E nemmeno Tria è stato immune dal difetto dell’orazione Cicero pro domo sua. Egli infatti sostiene di non aver superato le “linee rosse” e di aver ricevuto l’approvazione di Conte al termine dei negoziati.

Ma, come le ciliegie, anche Tria si è scelto le sue linee rosse. E ne ha dimenticate delle altre.

Sostiene che impedì che il Mes fosse incaricato di eseguire un’analisi di sostenibilità del debito degli Stati membri e di renderla pubblica. Ma a noi risulta che l’articolo 3 del Trattato riformando preveda esattamente questo, con l’unica differenza della mancanza di pubblicità di tale analisi. Ben magra consolazione, se l’obiettivo era, come lui stesso ricorda, quello di mantenere in capo alla Commissione il compito della sorveglianza fiscale.

Inoltre rivendica di aver impedito che le banche debbano considerare non più a rischio zero di titoli pubblici in portafoglio, introducendo quindi una ponderazione per il rischio. Ma questo sarebbe stato un merito da rivendicare solo qualora l’EDIS (assicurazione comune sui depositi) fosse andata in porto. Cosa che ci si attendeva nella famosa “logica di pacchetto”. Invece l’EDIS è rimasto bloccato e abbiamo concesso l’analisi di sostenibilità, seppure riservata, nel Mes riformando.

Un’altra ciliegia Tria la pesca a proposito della risoluzione parlamentare del giugno 2019, quella piena zeppa di condizioni e no alla riforma del Mes.

Per sostenere di aver ben adempiuto a quel mandato, Tria sostiene che fece eliminare tutte le condizioni non accettabili dall’Italia, citandone una (sempre quella conserva la sorveglianza fiscale in capo alla Commissione). E tutte le altre condizioni che la risoluzione di giugno conteneva?

Soprattutto la “logica di pacchetto” con il suo inequivocabile significato di condurre congiuntamente i negoziati su più temi (Mes e Unione Bancaria) e considerare chiusa la trattativa solo quando si fosse raggiunto un accordo su entrambi i dossier.

Invece la riforma del Mes in quei mesi cruciali imboccò la corsia preferenziale ed arrivò a destinazione quasi intatta, mentre dell’Edis si persero le tracce.

A questo punto, Tria si chiede correttamente perché ci siano perplessità sull’approvazione della riforma del Patto di Stabilità che “ripropone” i pericoli che lui si preoccupò di cancellare dalla riforma del Mes.

Forse perché la riforma del Mes quei pericoli li contiene ancora e la riforma del Patto di Stabilità è altrettanto pericolosa? E quindi vanno respinte entrambe?

Back To Top