Economia

Conte e Gualtieri sono consapevoli del baratro economico?

di

Bettini

Questa continua rincorsa verso un baratro finanziario sempre più vicino dimostra i limiti della politica del governo Conte e del ministro Gualtieri. L’analisi di Gianfranco Polillo

Il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, nella sua intervista al Corriere della sera dello scorso 10 gennaio, aveva parlato di uno scostamento di bilancio pari a 24 miliardi. A distanza di solo 5 giorni, si apprende che quel deficit è lievitato come un soufflé, raggiungendo la cifra di 32 miliardi. Un terzo in più. Con una crescita di 1,4 miliardi al giorno. E siamo solo a metà gennaio: il primo mese del 2021. Su cosa avverrà non diciamo nei mesi, ma nelle prossime settimane, non siamo in grado e non vogliamo nemmeno avventurarci. Contiamo sull’apporto determinate dei “costruttori” e sulla nuova maggioranza parlamentare. Sul loro noto rigore e senso delle istituzioni: pronti a mettersi a disposizione degli interessi del Paese, dopo aver sacrificato ogni tornaconto personale.

Nonostante quell’evidente generosità, siamo, tuttavia, costretti a registrare che il deficit di bilancio, originariamente previsto al 7 per cento del Pil, ha già raggiunto, a causa del nuovo scostamento, il 9 per cento, saltellando pericolosamente su quella soglia che sempre Gualtieri, in quella intervista, aveva “quasi” escluso: “allo stato attuale non c’è assolutamente motivo di prevedere un deficit a due cifre in rapporto al Pil”. Allo stato di cinque giorni fa. Già oggi non è più così.

Troppo facile – si potrebbe dire – sparare sul pianista. Ma questa continua rincorsa verso un baratro finanziario sempre più vicino dimostra i limiti della politica di Governo. Limiti che non riguardano tanto questa o quella misura, quanto la mancanza di un’adeguata strategia. Nella nostra lingua, il termine “emergenza” ha un significato preciso. Significa: circostanza imprevista, accidente, e, sull’esempio dell’inglese emergency, particolare condizione di cose, momento critico, che richiede un intervento immediato. La pandemia, per la verità non solo in Italia, dura ormai da un anno. All’inizio era “emergenza” ora, purtroppo, è solo normalità. Almeno fin quando il vaccino non l’avrà debellata.

Il Governo nell’azione di contrasto al virus, almeno finora, non ha scelto la governance, ma la semplice monetizzazione del rischio. Non si è preoccupato di indagare sulle principali modalità di diffusione del virus, per poi aggredire i relativi santuari. Ad esempio trasporto pubblico, assembramenti non necessari, controlli rivolti al rispetto delle regole dettate e via dicendo. Si è, invece, limitato al “ristoro” ossia a pagare, tardi e male, le vittime della propria politica. Operazione rilevatesi fallimentare: sia per la mancanza di risorse adeguate, ma soprattutto per la desertificazione produttiva che una simile politica recava in grembo. Basti pensare alla sola ristorazione. Colpita al cuore, sebbene gli esercenti avessero investito nelle misure di sicurezza indicate dallo stesso Governo.

“Nel primo semestre del 2020 – si legge nell’ultimo report della Banca d’Italia (“I conti economici e finanziari durante la crisi sanitaria del Covid 19“) – i redditi primari dei settori privati non finanziari hanno registrato la contrazione più forte degli ultimi venti anni, che è stata solo in parte contrastata dalle misure adottate dalle amministrazioni pubbliche a sostegno del reddito disponibile”. Ed ancora: “Tra la fine del 2019 e la fine di giugno 2020, la variazione semestrale del debito pubblico in percentuale del PIL ha raggiunto i valori più alti negli ultimi venti anni considerati”. Difficile pensare a Giuseppe Conte come il grande salvatore della patria. È stato più facile eliminare quelle voci critiche, come Italia Viva, per sostituirli con i nipotini di Razzi e Scilipoti.

Ma c’è solo un colpevole? Nella polemica che si è aperta tra il Presidente della Confindustria Carlo Bonomi ed il ministro Enzo Amendola, titolare degli Affari europei, è difficile dare ragione al secondo. La forza del presidente di Confindustria sta soprattutto nei risultati dell’industria italiana. Tema che noi stessi avevamo anticipato da queste colonne. C’è un Italia che soffre ed un sistema industriale che non teme il confronto con gli altri Paesi: Germania in testa. Basta vedere i dati di Eurostat. Ma sono le promesse – le solite verrebbe da dire – del Ministro a non convincere.

“Avremo tempo per modificare e migliorare il progetto e siamo sicuri che le idee di Bonomi saranno preziose”. Come lo sono state – aggiungiamo con un’evidente malizia – quelle di Matteo Renzi. Ma al rilievo di Federico Fubini (“Bonomi dice che nel testo non c’è una visione o chiarezza su riforme e obiettivi, non ci sono indicatori di performance, rendimenti attesi…”) la risposta è imbarazzante: “Dovremo avere un dialogo serrato. Senza voli pindarici (sic!), la visione è quella del vertice europeo del 21 luglio: autonomia strategica, transizione verde, sostenibile digitale”. Insomma le scelte per l’Italia non le fa il Governo, ma la Commissione europea.

Nessun atteggiamento antieuropeo, per carità. Al contrario: bisogna partire dall’Europa, per modulare una terapia che sia più rispondente alle esigenze italiane. Alcuni semplici esempi. Com’è noto, la Commissione europea pubblica, in allegato ai documenti del semestre, alcuni dati statistici che segnano le differenze di ciascun Paese rispetto al contesto più generale del Continente. Dal loro esame non si può certo dire che il maggior gap italiano sia nel green deal. Nel campo delle emissioni di gas la differenza con la media europea, nel 2005 era del 20,4 per cento. Nel 2019 era scesa al 7,6 per cento. Un progresso notevole.

Ancora più marcato il successo nel campo delle energie rinnovabili. Settore in cui l’Italia va addirittura meglio del resto dell’Europa. Le distorsioni maggiori sono altrove: nel campo dei livelli di occupazione dove le distanze aumentano. E di parecchio. Degli investimenti in ricerca, che in Italia, rispetto al Pil, sono sempre la metà di quelli europei. Nel campo della scuola e più in generale della formazione, dove si riscontrano i difetti maggiori. Settori nei quali andrebbe concentrate le risorse maggiori del Recovery Plan, dopo averne ovviamente discusso con l’Europa. Invece di insistere in quella che è divenuta una sorta di fastidiosa giaculatoria: green, digitalizzazione, inclusione. Sempre che il Governo avesse dell’Italia quella visione che Carlo Bonomi, ma non solo lui, gli rimprovera di non avere.

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