Economia

Conte e Gualtieri diranno sì al Mes dopo l’ok al Recovery Fund

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“Penso che il governo possa voler attivare il Mes solo quando avrà incassato l’ok sul Recovery Fund, in modo che lo stigma politico sia minore”. Lo ha detto l’editorialista e firma di economia del Corriere della Sera, Federico Fubini

“Penso che il governo possa voler attivare il Mes solo quando avrà incassato l’ok sul Recovery Fund, in modo che lo stigma politico sia minore”.

Lo ha detto Federico Fubini, firma di economia e finanza del Corriere della Sera, all’Osservatorio della società “Cattaneo Zanetto & Co”.

L’editorialista del quotidiano Rcs pensa che il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, diranno sì al Mes sanitario “magari a giugno dopo l’accordo sul pacchetto complessivo, se non vi è costretto prima dalle condizioni di mercato, ma credo lo farà”.

Perché? “Il Tesoro – ha spiegato Fubini – ha esigenze di finanziamento enormi in questo momento, e per quanto 36 miliardi non risolvano i problemi, farebbero certamente comodo. Dobbiamo considerare anche come sia meglio raccogliere una cifra del genere ricorrendo al MES piuttosto che ai mercati, che risponderebbero creando tensioni sui rendimenti. Rispetto alle conseguenze che ciò potrebbe avere sulla tenuta del Governo, ritengo che si debba sempre cercare di rimuovere i rumori di fondo, distinguendo tra quello che è teatrino politico e la sostanza della situazione. Non credo quindi che l’esecutivo sia a rischio, perché una sua caduta non sarebbe nell’interesse di nessuno, e al momento non vi sono alternative credibili”

Come sarà il pacchetto europeo di misure anti crisi economica da pandemia? “Il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis ha parlato di un piano da 1.500 miliardi, ma sarà necessario attendere il piano della Commissione il prossimo 13 maggio per esprimere giudizi – ha sottolineato l’editorialista del Corriere della Sera – Se il Recovery Fund dovesse rivelarsi un bluff, ad esempio prevedendo semplicemente 300 miliardi di risorse aggiuntive reali poste a garanzia di investimenti privati, il mercato reagirebbe immediatamente portando i rendimenti dei titoli di Stato di diversi Paesi a livelli più alti in tempi brevissimi. Se così non sarà, se il progetto intende essere efficace, andrà finanziato anche con l’emissione di debito congiunto a livello europeo, qualcosa di molto simile agli Eurobond. A quel punto avremmo infatti la Commissione che per finanziarsi si affaccia sul mercato basandosi su garanzie degli Stati o su garanzie di flussi di entrate future, e che ha la responsabilità di pagare interessi e capitale a scadenza”.

Immaginiamo – ha ipotizzato Fubini – che a un Paese che rappresenta il 5 per cento dell’economia dell’Unione Europea vengano allocate il 7 per cento delle risorse così raccolte: “Nella logica delle emissioni, dovrebbe essere responsabile del 5 per cento del rimborso degli interessi del capitale a scadenza che la Commissione deve fare al mercato. Ma ipotizziamo che quel Paese faccia default: la Commissione dovrebbe dunque reperire in altro modo la cifra mancante, salvo dichiarare default a sua volta verso i propri creditori. Quest’ultima è ipotesi del tutto irrealistica. È molto più ragionevole pensare che saranno gli altri stati europei a dover coprire la somma. A quel punto il primo Paese, quello in default, sarebbe indebitato per quel 5 per cento verso gli altri Stati Membri e questo debito che sarebbe probabilmente ristrutturato e spalmato nel tempo. Possiamo chiamarlo Eurobond o meno, ma di fatto stiamo andando in quella direzione”

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