Economia

Perché le costruzioni sono ferme. Report Confindustria

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Un focus sulle costruzioni nel report congiunturale del centro studi di Confindustria diretto da Andrea Montanino

Dinamica fiacca nelle costruzioni.

Nel 2018 la produzione nelle costruzioni ha registrato un debole incremento (+0,9%), poco meglio che nel 2017 (+0,6%). Tale dinamica, però, è ampiamente insufficiente a recuperare il profondo crollo precedente: ancora -42% dai valori del 2007. L’andamento dell’attività nel 2018, inoltre, è stato molto volatile e sul finire dell’anno sono aumentati i segnali di debolezza. Nel 4° trimestre c’è stata una caduta di -0,8%, dopo i valori positivi registrati nella parte centrale dell’anno. Analogamente, il valore aggiunto delle costruzioni, che segue l’andamento della produzione, dopo avere dato un contributo positivo al PIL nel 2° e 3° trimestre, dovrebbe essere calato a fine 2018.

E la fiducia ripiega.

Le indicazioni non sono migliori per l’avvio del 2019: nei primi mesi i dati qualitativi sulle costruzioni (fiducia e indice PMI) sono orientati a maggior pessimismo. È ragionevole, dunque, attendersi condizioni ancora deboli dell’attività nel settore edile. Va notato che nel 2017-2018, a fronte di una dinamica fiacca di produzione e valore aggiunto, i giudizi e le attese degli imprenditori del settore avevano mostrato un andamento più favorevole. La divaricazione tra indicatore di fiducia e dati sulla produzione ha iniziato a manifestarsi già nel 2015, quando si era fermata la caduta dell’attività edile e il clima di fiducia aveva preso rapidamente a migliorare. Come avvenuto anche in altri settori, le valutazioni meno pessimistiche degli imprenditori sembrano aver riflesso proprio l’essere usciti dalla lunga e profonda caduta dell’attività, che aveva toccato il suo punto di minimo nel 2014, piuttosto che più solide prospettive per il comparto.

Le costruzioni contano.

Il settore delle costruzioni in Italia ha un peso molto significativo nel sistema economico: genera un valore aggiunto pari a 65 miliardi di euro (il 5% del totale); occupa 1,6 milioni di persone (oltre il 6%); è costituito da un tessuto produttivo di circa 500mila imprese (11%); gli investimenti in costruzioni valgono circa il 45% del totale realizzato in Italia (130 miliardi di euro nel 2017, su 290). Dunque, il mancato recupero del settore edile zavorra la dinamica complessiva del PIL italiano.

E la filiera è ampia.

Il settore delle costruzioni in Italia si trova al centro di una lunga filiera, che comprende vari comparti manifatturieri e dei servizi. Tra i primi: produzione di minerali non metalliferi, prodotti in legno, prodotti in metallo. Tra i secondi: intermediazione immobiliare (circa 300mila addetti, quasi 250 mila aziende), studi di ingegneria e architettura. Tenendo conto degli effetti diretti e indiretti che generano nella filiera, le costruzioni attivano un valore aggiunto totale quasi doppio rispetto a quello del settore.

Molti cantieri fermi.

Stime aggiornate a inizio 2019 indicano che in Italia ci sono cantieri bloccati per un valore complessivo di 27 miliardi di euro, senza contare la TAV Torino-Lione (indagine ANCE). Questo valore si riferisce a investimenti in opere pubbliche la cui realizzazione è ferma per ragioni burocratiche. La stima potrebbe anche essere inferiore al valore effettivo dei lavori fermi, perché l’indagine non copre tutti gli appalti.

Per molteplici cause.

I progetti restano bloccati per vari motivi: a) un quadro normativo spesso incerto e frammentato, dovuto anche alla revisione del Codice degli appalti; la decisione di demandare a norme di secondo livello, di portata giuridica non chiara, buona parte della disciplina attuativa del Codice ha creato confusione e incertezza negli operatori; b) un processo decisionale complesso, da semplificare rivedendo il ruolo del Cipe, restituendogli la competenza in materia di programmazione e controllo; c) un quadro regolatorio così complicato avrebbe bisogno di una PA con forti competenze in materia di programmazione e controllo del processo di attuazione degli investimenti, che sembrano invece mancare.

Una possibile spinta al Pil.

Nel debole contesto economico italiano, riaprire tali cantieri potrebbe avere un forte impatto espansivo sulle costruzioni e su diversi altri settori. Ciò potrebbe alzare il Pil italiano di oltre l’1% in tre anni rispetto allo scenario previsivo di base, con un aumento molto limitato del deficit (stime CSC).

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