Economia

Ecco come M5S, Lega, Tesoro, Cdp e Sace si speronano su Fincantieri di Bono

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Zuffe politiche, tensioni manageriali, grovigli normativi, stallo sulla riassicurazione.

C’è parecchia preoccupazione in casa di Fincantieri.

L’amministratore delegato, Giuseppe Bono, dal 2002 numero uno del gruppo della cantieristica, forse barcolla: il Movimento 5 Stelle gradirebbe quanto meno un ridimensionamento dei suoi poteri per pensare a una nuova guida nel prossimo futuro.

Nessuno tocchi Bono, ha intimato la Lega di Matteo Salvini.

Ma che cosa è successo tra Lega e M5S?

“Lo stimo per quello che ha fatto e conto che continui a farlo a lungo e sarò a Monfalcone la settimana prossima ad inaugurare l’ennesimo gioiello dell’imprenditoria italiana”, così ha tagliato corto ieri il vicepremier Matteo Salvini, il giorno dopo le voci su un possibile intervento del governo sui vertici di Fincantieri per affidare alcune deleghe a un nuovo presidente, l’attuale capo azienda di Atac, Paolo Simioni (sponda Di Maio).

Bono – facendo il “bullo”, ha corsiveggiato oggi il Fatto Quotidiano – ha fatto sapere che la sua riconferma «dipende dall’azionista» e «dipende dal sottoscritto accettarla».

A intervenire ieri è stato anche il sottosegretario M5S Stefano Buffagni – latore del messaggio pentastellato a Bono, secondo le indiscrezioni di ieri del quotidiano la Repubblica – che ha provato a chiarire confermando la fiducia a Bono («la sua esperienza e le sue capacità anche a livello internazionale sono preziose») ma allo stesso tempo confermando la volontà di mettere in cantiere un intervento: “Bono ha 75 anni, è compito del governo, e credo che Salvini condivida, pensare a pianificare il futuro di un’azienda importante come Fincantieri”.

“Per questo – ha aggiunto Buffagni, vicinissimo a Di Maio – abbiamo iniziato una riflessione anche con lo stesso Bono per ragionare su come gettare le basi per il futuro. Dobbiamo costruire un orizzonte di medio lungo periodo con un mix di esperienza e cambiamento in maniera costruttiva”.

In pista anche le opposizioni: da Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia («Auspichiamo che l’esecutivo voglia confermare l’attuale management, che ha dimostrato capacità e visione strategica») a Ettore Rosato del Pd («Penso che non ci siano bandiere politiche da mettere sui manager, perché quando un manager è bravo va sostenuto»).

Nel frattempo le multipartisan relazioni di Bono (e del presidente Giampiero Massolo) prevedono anche – come ha scritto Gianni Dragoni su IL del Sole 24 Ore – che un ex deputato toscano del Pd, Andrea Manciulli, diventi presidente della fondazione Fincantieri.

Non solo: rumors politici assicurano che un ex collaboratore del ministro della Difesa, Roberta Pinotti (Pd), Simone Mazzucca, sia da poco arrivato alle relazioni istituzionali di Fincantieri.

Mentre i palazzi della politica e non solo si agitano su nomi e nomine (sono in scadenza i vertici anche di altre società statali come Ansaldo Energia, Snam e Sace), analisti e addetti ai lavori si pongono una questione ancor più delicata: come ovviare al blocco della riassicurazione di Sace?

E’ la domanda che da settimane attanaglia i maggiori gruppi industriali, in primis Fincantieri, che lavorano molto con l’estero e ricorrono al sostegno di Sace, la società di assicurazione all’export controllata al 100% dalla Cassa depositi e prestiti.

Come svelato da Start Magazine, il ministero dell’Economia retto da Giovanni Tria non ha ancora firmato l’attesa convenzione tra Mef e Sace per la riassicurazione dei rischi concentrati.

Il Tesoro sta valutando anche la possibilità che, in caso di riassetti azionari fra Cdp e Mef, la Sace possa tornare sotto il cappello del ministero dell’Economia e delle Finanze.

Un progetto caldeggiato dal direttore generale del Tesoro, Alessandro Rivera, si dice in ambienti di governo.

La questione è complessa, come ha anche accennato giorni fa la Corte dei Conti, che ha auspicato “una tempestiva approvazione” della convenzione Mef-Sace.

La Corte dei Conti ha evidenziato i problemi derivati dal Raf (Risk Appetite Framework) e cioè dallo strumento con cui Sace gestisce il livello massimo e la tipologia di rischio che si assume, anche con l’obiettivo di mantenere il suo ottimo rating.

Negli ultimi anni il livello di attività della Sace è talmente cresciuto, specie nel settore della cantieristica (con Fincantieri), e nell’oil&gas, che la riassicurazione è arrivata a circa il 40% dell’intero stock di impegni Sace dovuti a garanzie su finanziamenti all’export, si nota da tempo in ambienti del Tesoro.

La riassicurazione di fatto ricade sul ministero dell’Economia. E nella prospettiva, non improbabile secondo alcuni addetti ai lavori, che la riassicurazione arrivi presto al 60%, il Tesoro sta valutando se e come modificare il rapporto con la Cdp.

Come superare lo stallo?

Un’ipotesi che circola tra Fincantieri, Sace e ministero dell’Economia è quella di attuare un decreto del 2017 che di fatto – secondo gli analisti esperti in riassicurazione – veniva incontro alle aspettative del gruppo Fincantieri presieduto da Massolo e guidato da Bono, che a questo fine si era speso molto in ambienti istituzionali durante la scorsa legislatura.

In un appunto che i vertici di Fincantieri consegnarono alle istituzioni si auspica chiaramente l’adozione del “modello State account per il quale la garanzia al finanziamento viene concessa direttamente dalla Repubblica italiana”.

Nella legge di Bilancio 2018 fu così previsto che gli impegni assunti da Sace in settori strategici per l’economia italiana, Paesi strategici di destinazione ovvero società di rilevante interesse nazionale in termini di livelli occupazionali sono garantiti direttamente dallo Stato.

“Norma Bono”, è ribattezza non a caso negli ambienti delle compagnie di riassicurazione

Una previsione normativa, sottolineano fonti del comparto cantieristico, che di fatto non è mai stata attuata.

Chissà se gli uomini delle nomine si occuperanno anche di queste faccende.

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