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Mercati Finanziari

Come la finanza scruta la politica in Usa, Ue e Francia

Mercati finanziari ed elezioni in Usa e Francia. L'analisi di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM (Italia) SGR.

I mercati finanziari hanno superato la metà dell’anno senza celebrare nessun passaggio, hanno proseguito con poche incertezze il rally avviato nell’ottobre 2022, una pausa in aprile poi di nuovo in corsa, l’indice Dow Jones ha toccato per la prima volta nella sua storia quota 40.000 (poi ha ritracciato ma ormai la vetta è violata) e anche lo S&P 500 e il Nasdaq hanno messo a segno nuovi record, mitridatizzati all’“higher for longer” della Fed, alle valutazioni tirate, alla concentrazione di Wall Street, alle tensioni geopolitiche.

Il passaggio del semestre è avvenuto sotto il segno di tre eventi significativi: il confronto televisivo tra il presidente Joe Biden e lo sfidante Donald Trump, le elezioni francesi, l’inflazione americana.

L’appuntamento di novembre con le elezioni presidenziali negli Stati Uniti costituisce, con l’evoluzione dei malfermi equilibri geo-politici globali, una delle maggiori fonti di volatilità. Sull’esito del confronto televisivo nel campo democratico aumentano gli inviti a Biden a farsi da parte e lasciar correre per la Casa Bianca un altro candidato, si intensificano le attenzioni alle sue condizioni fisiche, alla piena idoneità al ruolo. Sabato scorso Biden ha ribadito a un gruppo di facoltosi sostenitori la sua determinazione a proseguire la corsa ma, di certo, la campagna elettorale americana entra in una fase ancora più mutevole e incerta.

Per quanto riguarda le elezioni francesi, l’esito verrà sancito nel ballottaggio di domenica prossima, l’incognita maggiore sarà l’astensionismo, il fattore decisivo in elezioni che si presentano soprattutto come un test sul Rassemblement National di Marine Le Pen. L’attenzione dei mercati è naturalmente ai conti pubblici della Francia e all’effetto alone che qualsiasi tensione su un debito europeo allargherebbe ai paesi grandi debitori. Il deficit di Parigi è attorno al 5,5% e il debito pubblico al 110% rispetto al Pil, quello italiano si aggira attorno a 140%, a fare le spese di un allarme sul debito sarebbero i costi del finanziamento del debito stesso e l’euro. Una crisi del debito europeo e dell’euro come quella del 2011 non è probabile, c’è però il serio rischio della paralisi politica nelle leadership europee in un momento storico in cui l’inazione non è consentita.

Se più della politica contano i fondamentali, un dato economico importante è stato quello relativo all’inflazione negli Stati Uniti.

La dinamica dei prezzi misurata dal Personal Consumption Expenditure, l’indicatore preferito dalla Fed, dopo aver toccato il 9,1% nel giugno 2022 nel corso del semestre si è aggirata attorno al 3% e in maggio è scesa a 2,6%. Anche la rilevazione dei prezzi “core”, al netto delle variazioni dei prezzi di alimentari e carburanti, è stata in linea con le aspettative, la lettura di maggio è la più bassa dal marzo 2021. Il processo deflazionistico si sta consolidando, le minori pressioni sui prezzi dovrebbero incoraggiare la Fed ad avviare il ciclo di allentamento.

Quali possono essere le previsioni per il prossimo semestre? La domanda è pertinente ma “qualsiasi riposta potrebbe essere usata contro di te”. Diciamo che l’umore prevalente nei mercati è ancora nel segno dell’ottimismo, cresce il numero di investitori convinti nella forza di questo rally e “i pochi strateghi ribassisti rimasti affermano che le loro opinioni contrarie si stanno rivelando sempre più difficili da vendere,” riporta il Financial Times.

Quello che si può ragionevolmente pensare, al netto di ciò che non sappiamo di non sapere, è che per come si presenta lo scenario complessivo non si scorgono minacce imminenti, il prossimo futuro si presenta in continuità con le ipotesi dell’atterraggio morbido e del rientro dell’inflazione, il retropensiero degli operatori è che la Federal Reserve possa tagliare i tassi più di quanto non dica, magari tornando sui propri passi, in giugno ha ridimensionato le previsioni rispetto a marzo passando da tre tagli a uno soltanto. Per i mercati, le probabilità di un primo taglio nella riunione di settembre, l’ultima prima delle elezioni, sono di poco sopra al 50%.

Gli investimenti nel digitale e nelle applicazioni dell’intelligenza artificiale dovrebbero continuare a fornire supporto ai listini e fino alle elezioni di novembre il dollaro non dovrebbe perdere la leadership delle valute, sostenuto dai tassi di interesse tenuti fermi ai massimi livelli degli ultimi venti anni e dalla superiorità ciclica dell’economia americana.

Ma non trascuriamo le numerose fonti di incertezza, i maggiori fattori di rischio sono legati all’evoluzione dei malfermi equilibri geopolitici e, come abbiamo ricordato, alle presidenziali americane.

Il primo semestre dell’anno suggerisce almeno tre lezioni di cui tenere conto:

anche i banchieri centrali sbagliano le previsioni; alla Federal Reserve hanno ridimensionato le previsioni sui tassi di interesse, passando da tre tagli stimati a marzo a uno solo quest’anno. In ogni caso, i banchieri centrali faranno ciò che vogliono loro e non quello che pensano i mercati, è buona norma evitare di costruire forti strategie direzionali sui pronostici;
in questi mesi è tornato il fascino del BTP ma, anche in questo caso, è opportuno esercitare buone dosi di cautela; attenzione all’insidia di perdere di vista l’equilibrio complessivo del portafoglio, la sua diversificazione e i vantaggi relativi di altre classi di attivo, anche nel comparto obbligazionario;
la terza lezione è il paradosso del settore tecnologico; nelle fasi di mercato positive fanno premio le attese sugli utili delle società attive nel digitale e nelle applicazioni dell’intelligenza artificiale, nelle fasi negative si scontano le prospettive del settore. La felice combinazione di imponenti flussi di cassa, redditività e prospettive di crescita inesplorate danno al settore tecnologico inedite caratteristiche difensive.
“Siamo ciechi davanti alla nostra cecità. Abbiamo ben poca idea di quanto poco sappiamo. Non siamo progettati per sapere quanto poco sappiamo”. Parole di Daniel Kahneman, scomparso nel marzo scorso e che costituiscono un prezioso ammonimento mentre entriamo nella seconda metà dell’anno, così gravida di incognite.

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