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Come formare la classe dirigente di domani. Parla il prof. Boccardelli

Paolo Boccardelli

Conversazione di Start Magazine con il prof. Paolo Boccardelli, presidente del supervisory board della Scuola Politica “Vivere nella comunità” promossa da Pellegrino Capaldo

 

La pandemia da Covid-19 non ha modificato solo le abitudini quotidiane cambiando il senso alla parola “normalità” ma ha obbligato il mondo del lavoro e delle professioni a operare consistenti cambiamenti.

Dei nuovi trend del mondo del lavoro e delle prospettive di sviluppo futuro per il settore pubblico e privato Start Magazine ha parlato con il prof. Paolo Boccardelli, presidente del supervisory board della Scuola Politica “Vivere nella comunità“.

La Scuola Politica “Vivere nella Comunità”, promossa dal Prof. Pellegrino Capaldo, ha avviato nel corso del 2020 la prima edizione del suo programma formativo destinato a 30 giovani partecipanti under 40. Il percorso di studio è stato predisposto da un Supervisory Board di cui fanno Sabino Cassese, Stefano Lucchini, Marcello Presicci, Bernardo Mattarella, oltre agli amministratori delegati di Ferrovie dello Stato, Enel e Cisco. Presenti anche i rappresentanti di Ansa, Fondazione Compagnia San Paolo, Sace, Fondazione Cdp, Poste Italiane, Fondazione Crt e Banca d’Italia.

Il programma, articolato in 5 aree, ha la finalità di formare giovani ad alto potenziale con competenze interdisciplinari rivolte alla risoluzione di problemi complessi e alla definizione di risposte alle sfide della società e del nostro tempo.

Professor Boccardelli, che obiettivi ha la vostra Scuola Politica “Vivere nella Comunità”? E’ una novità nel panorama formativo italiano?

E’ certamente il primo progetto in Italia di natura strettamente apartitica e bipartisan. Si tratta di un’iniziativa gratuita per gli studenti in cui accademici, studiosi, membri delle istituzioni, dirigenti di organizzazioni pubbliche e private – condividendo uno spirito di impegno civile e di contribuzione alla società – si sono raccolti in un prestigioso progetto improntato all’eccellenza e alla volontà di contribuire alla nostra comunità. Abbiamo dato vita ad un Supervisory Board, un Board Esecutivo ed un corpo docenti di elevatissimo livello, organi che puntano a rafforzare le competenze dei nostri giovani in un modo alternativo ed articolato. Senza nessuno schieramento politico ma semplicemente per il bene del Paese e delle Istituzioni.

Com’è cambiata la gestione del capitale umano con la diffusione dello smartworking? 

Questa domanda ha necessità di una premessa. Noi stiamo vivendo una fase in cui la competenza ha un ruolo sempre più significativo. Viviamo l’era della tecnologia esponenziale, cambiano rapidamente moltissime cose. Si sta modificando l’equilibrio geopolitico mondiale con l’avanzamento dei paesi dell’estremo oriente, prima fra tutte la Cina. Tutti questi cambiamenti richiedono competenze nuove perché i problemi che sono stati affrontati in una determinata. modalità negli ultimi 20-30 anni, sono ormai cambiati, destrutturati, non codificati. Questi problemi vanno affrontati con un’impostazione interdisciplinare.

Ci fa un esempio?

Pensiamo al mondo della finanza. Il fenomeno della digitalizzazione sta stravolgendo i mercati finanziari. La regolamentazione finanziaria non è in grado di catturare la complessità del fintech,  c’è bisogno di interpreti, di esperti del digitale e di ruoli trasversali.

La vostra scuola dà risposte a questi cambiamenti? 

Certo. II programma, articolato in 5 aree, ha la finalità di formare giovani ad alto potenziale con competenze interdisciplinari rivolte alla risoluzione di problemi complessi e alla definizione di risposte alle sfide della società e del nostro tempo. È certamente il primo progetto in Italia di natura strettamente apartitica e bipartisan. Si tratta di un’iniziativa gratuita per gli studenti in cui accademici, studiosi, membri delle istituzioni, dirigenti di organizzazioni pubbliche e private – condividendo uno spirito di impegno civile e di contribuzione alla società – si sono raccolti in un prestigioso progetto improntato all’eccellenza e alla volontà di contribuire alla nostra comunità. Abbiamo dato vita ad un Supervisory Board, un Board Esecutivo ed un corpo docenti di elevatissimo livello, organi che puntano a rafforzare le competenze dei nostri giovani in un modo alternativo ed articolato. Senza nessuno schieramento politico ma semplicemente per il bene del Paese e delle Istituzioni. 

Di recente avete scelto di affidare al Ceo di Intesa San Paolo, Carlo Messina, la Lectio Magistralis nella quale si è parlato di capitale umano. Cosa è emerso?

Innanzi tutto ha riacquisito un ruolo centrale perché il mondo richiede più competenze. Questo è il vero cambio di paradigma a cui dobbiamo abituarci, come ha giustamente sottolineato il dott. Messina. Se volessimo fare un paragone con un’altra grande crisi epocale che è stata la seconda guerra mondiale lì servivano infrastrutture, investimenti in asset tangibili. Oggi la vera emergenza è la ricostruzione del capitale umano, la costruzione di quelle competenze che devono aiutare ad affrontare le complessità de futuro. Viviamo l’era dell’incertezza e della volatilità. Lo smartworking non è altro che uno strumento per rispondere a una serie di fenomeni nuovi. Tra l’altro risponde anche alla necessità di avere una società più sostenibile che ci chiede di risparmiare risorse per attività che non creano valore, come il recarsi ogni giorno in ufficio, il che consente anche di bilanciare meglio la vita privata con il lavoro. 

L’emergenza della pandemia ha accelerato dinamiche già in atto o le ha determinate?

La pandemia le ha solo accelerate. Ora però è necessario sviluppare una nuova leadership e un modo di lavorare diverso che chiede maggiore autonomia, maggiore accoutability e responsabilizzazione sui risultati. Di nuovo questo mette al centro il capitale umano e le competenze. Siamo nella rivoluzione del capitale umano e delle competenze.Certo. Oggi direi che il piano Marshall che servirebbe davvero è quello che mette al centro il capitale umano. Cosa di cui purtroppo poco si discute.

Chi sono i giovani da voi scelti e che ruolo hanno le aziende coinvolte nella vostra Scuola Politica?

Nelle nostre intenzioni la Scuola non deve essere esclusivamente un progetto di natura culturale, di per sé già significativo e importante nell’attuale panorama. Piuttosto mira a formare un bacino di giovani, già dotati di competenze disciplinari di eccellenza, con le capacità di analisi e di risoluzione dei problemi all’altezza delle sfide del nostro tempo. Per questo motivo non è compito della scuola quello di colmare lacune di conoscenze disciplinari, ma queste devono essere già presenti in misura elevata negli studenti che partecipano ai nostri corsi. La Scuola, invece, attraverso una formazione interdisciplinare deve fornire ai giovani un set di capacità di problem solving in grado di aiutare le Istituzioni del nostro Paese ad affrontare le complessità e a prendere le giuste decisioni. Le aziende coinvolte poi – come ad esempio Intesa Sanpaolo, Ferrovie dello Stato, Poste Italiane, Sace, Ericsson, Ansa – attraverso il loro supporto come sponsor, sostengono la Scuola rendendola gratuita per i ragazzi attraverso le borse di studio. Il loro ruolo è quindi fondamentale.

Parlando di giovani, come possiamo immaginare il lavoro nel futuro prossimo?

In primo luogo dobbiamo tener presente che ormai abbiamo alle nostre spalle l’era del digitale, quella attuale, la nostra è l’era dell’intelligenza artificiale, quella in cui le componenti meccaniche o automatiche sono demandate alle macchine. Ciò che resta all’uomo sono le componenti che aggiungono valore, la creatività, l’innovazione. Non servono più operai che trasformano cose, ma operatori che sanno guidare le macchine e sono in grado di creare valore aggiunto. Questo non vuol dire che tutti dovranno studiare, ingegneria, econometria o statistica ma che c’è bisogno di formare la società a tutti i livelli con competenze adatte a questa nuova società.

Ritrova l’attenzione a queste nuove necessità all’interno delle politiche pubbliche?

No, direi di no. Da anni abbiamo trascurato gli investimenti nella formazione, siamo tra gli ultimi paesi del mondo occidentale in termini di risorse impiegate per la formazione, ma anche per la selezione. Io aggiungo che il capitale umano, anche laddove venga formato adeguatamente, non affronta processi di selezione che mettano al centro la competenza. 

Possiamo dire che non abbiamo un sistema industriale e economico da non avere necessità di competenze così alte? Pensiamo a quante volte professionisti molto formati si sono sentiti rispondere di essere “overskilled”.

Questo è un problema. Il nostro paese ha un ritardo ventennale in termini di crescita della produttività. È storia ormai, sono 25 anni che il nostro Paese cresce meno degli altri perché non investe in maniera sufficiente nell’innovazione e nella formazione del capitale umano e come tale non richiede in maniera sufficiente competenze sofisticate. È un circolo vizioso, che dovremmo trasformare in virtuoso: più competenze, più innovazione e quindi più domanda di competenze. A questo servono anche le politiche pubbliche, a trasformare un circolo vizioso in uno virtuoso. 

L’altra faccia è il ruolo dell’innovazione.

Esattamente. Nei nostri sistemi l’innovazione è incrementale, non ci sono investimenti sviluppati in maniera sistematica. Le motivazioni sono diverse una è la dimensione delle imprese che non permette di investire in tecnologia. Abbiamo usato le nostre risorse per pagare il debito pubblico e sussidi a varie categorie sociali. Questo tipo di scelte si pagano nel breve, medio e lungo periodo.Non c’è un disegno industriale per il nostro Paese e questa carenza la paghiamo da 25 anni.

Quali possono essere le soluzioni?

Io lavorerei su tre linee: la prima è costruire le condizioni affinché il sistema sia più competitivo. È vero che abbiamo delle eccellenze sia nella scuola che nelle università, ma noi abbiamo un problema di livello medio. Il secondo punto è che per far si che il Paese inizia crescere al 3 o 4% annuo abbiamo bisogno di individuare delle possibilità di investimento che producano impatti sul PIL significativi. Per avere questo tipo di investimenti dobbiamo decidere quale sarà il futuro del nostro Paese. Tutta la nostra economia potrà basarsi su beni culturali e turismo? Io non credo. Dobbiamo creare le possibilità affinché le grandi aree in cui il Paese è stato competitivo, penso alla meccanica o all’agroalimentare, possano esserlo anche nei prossimi 20 anni. La terza priorità è scegliere dei settori in cui la collaborazione tra pubblico e privato possano creare valore, collaborare per creare ecosistemi competitivi. Uno di questi può essere il sistema farmaceutico, in cui l’Italia ha esperienza e capacità.

Quale può essere il ruolo del settore pubblico in queste sfide?

Il settore pubblico deve essere protagonista di una grande innovazione e rivoluzione perché pur avendo al suo interno competenze di alto livello necessita di un cambiamento epocale. Nella PA c’è una cultura molto improntata sulla norma, sul rispetto della norma ma poco orientata alla risoluzione dei problemi. La PA deve diventare partner del settore privato, facendo squadra e sfoltendo le lungaggini burocratiche. Inoltre, il settore pubblico deve accogliere e fare propria la trasformazione digitale non solo perché non farlo sarebbe fonte di inefficienza, ma perché potrebbe generare un effetto significativo e positivo anche sul settore privato. Se la PA si digitalizza il settore privato sarà costretto a digitalizzarsi. Dal mio punto di vista il vero salto è qui, nella possibilità del settore pubblico di sostenere la trasformazione del Paese. 

Nei prossimi anni ci sarà una grande mobilità nel settore pubblico, può essere una buona occasione di trasformazione?

Io mi auguro che ci sarà un grande inserimento di giovani non solo con competenze giuridiche e amministrative ma con competenze negli ambiti del digitale. È un momento di grande possibilità di ripartenza per il settore pubblico. E questo è un punto di grande attenzione per la nostra scuola “Vivere la comunità”. Diamo forma a professionalità allineate ai nostri tempi da inserire nelle istituzioni e nella politica perché abbiamo bisogno di professionalità in grado di comprendere le sfide che stiamo vivendo che necessitano di competenze multidisciplinari. Perciò è fondamentale il lavoro di gruppo con professionalità differenti, che possano analizzare il problema da più punti di vista per arrivare a una soluzione che sia la più soddisfacente possibile. Noi vogliamo formare costruttori e innovatori, per questo il nostro board non vanta solo professori ma anche professionistiche arrivano dal mondo delle istituzioni, dell’impresa, della finanza, del management.

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