Economia

Come e perché l’attuale ministro Giovannini criticava il Pnrr di Conte e Gualtieri

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Tutte le critiche che Enrico Giovannini, da presidente dell’associazione Asvis, quindi prima di essere nominato ministro delle Infrastrutture nel governo Draghi, al Pnrr del governo Conte

 

Quando prof. Enrico Giovannini era il portavoce dell’ASViS, e non ancora il ministro dei trasporti del Governo Draghi, aveva molto da ridire sulla bozza del PNRR presentato dal precedente Governo Conte II. Nel corso dell’audizione presso la Camera sui contenuti del Piano Nazionale di Rilancio e Resilienza, l’ASViS, come molte altre parti sociali, ha sottolineato non poche lacune.

Obiettivi quantificabili: la mancanza di metodo

Prima di tutto il metodo. A mancare, secondo le osservazioni di Giovannini e come, tra l’altro, sostenuto anche nella memoria di Confindustria Digitale, sono gli obiettivi quantificabili e un rigoroso schema per le riforme. “Attualmente nel PNRR italiano manca la definizione di target e obiettivi quantificabili – si legge nel resoconto dell’ASVis -, come invece dovrebbe essere, e servono indicatori di risultato di tipo finanziario e non”. Un altro capitolo di cui sarebbe carente il Piano italiano è quello legato alle riforme “che sono necessarie e che devono guidare gli investimenti. Le risorse e gli investimenti che scaturiranno dal Next generation Eu devono, infatti, andare di pari passo con il Piano nazionale di riforme (PNR) e, per questo motivo, quest’ultimo andrebbe riscritto con un’ottica diversa da quella usata negli ultimi anni”.

Il ruolo delle Regioni e i limiti del capitale umano della PA

Il Piano prevede politiche hanno necessità di una governance multilivello. “Senza una buona governance, pur ottenendo l’intera cifra che ci spetta, non saremo però in grado di spendere in maniera efficace ed efficiente le risorse – dice Giovannini nella memoria -. Su questo aspetto il PNRR italiano non chiarisce come debbano essere ripartiti i fondi e, su temi che impattano su materie di competenza statali, regionali e delle città, serve un serio coordinamento di “governance multilivello” per raggiungere i risultati sperati”. In sostanza l’ex portavoce di ASViS chiedeva un maggiore coinvolgimento di tutti i livelli di governo del nostro Paese, pur essendo consapevole di carenze di specifiche competenze all’interno della PA. “Non si può esautorare l’amministrazione o la Regione o il Comune che deve attuare il Piano stravolgendo le procedure o moltiplicando all’infinito i commissari straordinari – continua Giovannini -. All’estremo opposto, non bastano le procedure ordinarie. Vanno stabilite procedure semplificate, nel rispetto della normativa europea, con un controllo attento per evitare le infiltrazioni della criminalità organizzata e limitandole ai progetti veramente strategici”. Decisivo anche il capitale umano. “Non si può, riconoscendo i limiti dell’amministrazione attuale, non prevedere l’immissione di personale qualificato, magari con competenze assenti oggi nella PA”.

La transizione ecologica: una strategia da rendere più seria

Dei 209 miliardi di euro del Recovery Fund circa 80 miliardi saranno indirizzati alla transizione ecologica, e anche su questo aspetto sono presenti delle lacune della bozza di PNRR. Prima di tutto Giovannini sottolinea che nel documento preparato dal Governo Conte II manca un’idea di Italia del 2030.  Inoltre il documento riconosce che l’Italia deve aggiornare il Piano integrato per l’energia e il clima (Pniec) che non è ancora in linea con l’ambizioso obiettivo europeo del taglio del 55% delle emissioni climalteranti entro il 2030. Stesso dicasi del Piano nazionale di adattamento al cambiamento climatico, del tutto mancante. “Due elementi, questi, di debolezza, – ha aggiunto l’ex portavoce ASVis nell’audizione alla Camera – che potrebbero indurre l’Europa a dubitare sulle serie intenzioni italiane”. A questo va aggiunto che sebbene il capitolo della transizione ecologica sia tra i più ricchi del Recovery Fund “Attualmente destiniamo 19 miliardi di euro del bilancio dello Stato nella direzione in sussidi dannosi all’ambiente. Uno scompenso che va corretto prima possibile”, precisa Giovannini.

La tutela dell’occupazione: nessun riferimento a Garanzia Giovani

L’altra faccia della medaglia della transizione riguarda le ricadute sull’occupazione. Il Premier incaricato Mario Draghi nel corso del suo discorso in Senato ha dedicato un passaggio al tema dell’obsolescenza industriale, dichiarando che non tutti i business dovrebbero essere salvati. Ma la riqualificazione dei lavoratori è un altro discorso. “Si chiudono le centrali a carbone, bene, ma poi cosa si fa con i lavoratori?”, si chiede Giovannini in un’intervista a Fortune Italia. Un discorso analogo può essere fatto per l’occupazione giovanile e quella femminile. “Non si cita nemmeno Garanzia giovani, uno dei programmi su cui le linee guida Ue chiedono di puntare – continua Giovannini –. Mi piacerebbe vedere per esempio l’impatto del PNRR sui settori maschili e femminili. Perché, se per qualche ragione si investisse in settori ad alta occupazione maschile, allora bisognerebbe mettere in campo delle politiche compensative o formative per evitare aumenti di divari di occupazione, già drammatici nel Paese”.

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