La crescita economica globale è sotto pressione a causa del conflitto in Medio Oriente, dell’aumento dei prezzi del petrolio e delle persistenti tensioni commerciali. Tuttavia, un potente motore continua a sostenere l’economia: gli investimenti legati all’intelligenza artificiale.
La crescita globale dipende dalla risoluzione dei conflitti e dal ritmo di diffusione dell’IA
Il boom dell’intelligenza artificiale è di tale portata che, anche se l’attività di tutti gli altri settori dovesse azzerarsi, la crescita economica rimarrebbe in territorio positivo, soprattutto negli Stati Uniti. Manteniamo un approccio prudente sulle prospettive di crescita degli Stati Uniti, ma resta possibile che il PIL si riveli significativamente superiore alle attese, attestandosi intorno al 2,5% o anche oltre. Questo dimostra quanto la corsa all’intelligenza artificiale stia oscurando ogni altro comparto dell’economia.
Molto dipenderà, naturalmente, dalla stabilizzazione della situazione in Medio Oriente, dalle crescenti pressioni inflazionistiche, dall’indebolimento dei fondamentali dei consumi e dalla capacità del boom dell’IA di proseguire o meno. È in corso un vero e proprio braccio di ferro tra queste forze economiche e potrebbe essere necessario del tempo prima che emerga un vincitore. In Europa, entro la fine dell’anno l’economia dovrà affrontare uno shock di tipo stagflazionistico, poiché i prezzi più elevati dell’energia peseranno sull’attività economica. Ci aspettiamo tuttavia uno shock di entità molto inferiore rispetto a quello del 2022, grazie anche a una maggiore solidità del settore manifatturiero e a una politica fiscale più espansiva in Germania. In Asia, infine, si prevede che la debolezza del mercato immobiliare e il rallentamento delle esportazioni continueranno a frenare la crescita della Cina, mentre anche l’economia giapponese dovrebbe mantenersi su un ritmo di espansione contenuto.
La solida crescita degli utili potrebbe continuare a sostenere i mercati azionari
Perché i mercati azionari continuano a raggiungere nuovi massimi mentre il contesto globale sembra sempre più instabile? La risposta è semplice: gli utili societari stanno registrando una crescita molto sostenuta. Ciò è in parte dovuto al fatto che molte aziende stanno beneficiando dei massicci investimenti nell’intelligenza artificiale, ma non è solo una questione di IA. Ad esempio, nel settore sanitario, le vendite del primo trimestre di Eli Lilly sono aumentate del 56%, raggiungendo 19,8 miliardi di dollari, grazie alla forte domanda di farmaci per la perdita di peso e il diabete. Nel comparto energetico, società come ExxonMobil, Shell e TotalEnergies hanno registrato un incremento degli utili in seguito al forte rialzo dei prezzi del petrolio provocato dal conflitto con l’Iran. Nel frattempo, Apple ha riportato risultati trimestrali eccezionali ad aprile, non grazie a notizie legate all’intelligenza artificiale, ma per l’impennata delle vendite dell’iPhone 17. Guardando al futuro, anche le stime di consenso sugli utili sono in aumento, in particolare nei mercati emergenti, dove si prevede una crescita aggregata del 49,2% nel corso dell’anno. Ciò è dovuto in larga misura all’impatto positivo del boom dell’intelligenza artificiale sulle società attive nella filiera dei semiconduttori, come Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), Samsung e SK hynix. Guardando ai mercati nei prossimi mesi, l’elemento chiave rimane il forte sostegno offerto dalla crescita degli utili societari. Si tratta di una dinamica che si osserva ormai da tre anni e che, al momento, non mostra segnali di rallentamento.
Il mercato del lavoro potrebbe orientare le prossime mosse della Fed
Sebbene l’inflazione alimentata dal conflitto sia rimasta elevata, il mercato del lavoro potrebbe rappresentare il fattore decisivo per le prossime scelte di politica monetaria della Federal Reserve. Il mercato occupazionale è meno solido rispetto a qualche anno fa, ma nel complesso continua a mostrare una buona tenuta. Il conflitto ha mantenuto l’inflazione al di sopra dell’obiettivo del 2% fissato dalla Fed e rischia di frenare sia gli investimenti delle imprese non legati all’intelligenza artificiale sia la domanda dei consumatori. Questa combinazione aumenta il rischio di un rallentamento più marcato della crescita economica. La spesa delle famiglie ha finora dimostrato una certa resilienza, ma i nuclei familiari a reddito medio e basso potrebbero essere più vulnerabili rispetto al passato, poiché i risparmi si sono ridotti e la crescita dei salari reali sembra perdere slancio. Riteniamo che i responsabili della politica monetaria manterranno un approccio paziente. Il mercato del lavoro è rimasto stabile, con una crescita dell’occupazione più contenuta compensata da un rallentamento dell’espansione della forza lavoro. Tuttavia, se questo equilibrio dovesse cambiare a favore di un aumento del tasso di disoccupazione, sarebbe probabile che la Fed guardi oltre i rischi inflazionistici di breve termine. Anche la composizione del Consiglio della Fed potrebbe influenzare la risposta della banca centrale. Il nuovo presidente della FED, Kevin Warsh, potrebbe opporsi a ulteriori rialzi dei tassi di interesse, rendendo più elevata la soglia per un eventuale inasprimento della politica monetaria rispetto a quanto attualmente scontato dai mercati.
Le correzioni dei mercati legate agli shock dell’offerta di petrolio sono state generalmente di breve durata
Il conflitto con l’Iran ha ricordato con forza che l’economia mondiale dipende ancora in larga misura dal petrolio. Quando l’offerta è minacciata, l’aumento dei prezzi del greggio si trasmette rapidamente alle imprese, ai consumatori e ai mercati finanziari globali. Circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio transita attraverso lo Stretto di Hormuz, per cui qualsiasi interruzione si riflette quasi immediatamente sui prezzi dei carburanti. Anche negli Stati Uniti, il maggiore produttore mondiale di petrolio, il prezzo della benzina alla pompa è aumentato di quasi il 42% dall’inizio del conflitto. I rischi economici sono concreti e i costi potrebbero aumentare ulteriormente qualora il conflitto dovesse protrarsi. Un conflitto persistente comporterebbe probabilmente un indebolimento dei mercati azionari, un rafforzamento del dollaro statunitense e un ampliamento degli spread creditizi.
Negli ultimi vent’anni, tuttavia, i mercati azionari hanno generalmente recuperato dopo gli shock geopolitici, poiché questi non si sono tradotti in interruzioni prolungate dell’offerta fisica di petrolio. Analizzando sette episodi di shock dell’offerta petrolifera, dalla Prima Guerra del Golfo negli anni Novanta fino all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022, emerge che le azioni hanno registrato in media un calo dell’1% nelle due settimane successive all’evento, per poi salire dell’1,4% dopo un mese, del 12% dopo un anno e del 32,3% nei due anni successivi.
Elezioni di metà mandato negli Stati Uniti: prima volatilità, poi storicamente i mercati hanno recuperato
Con tutto ciò che sta accadendo nel mondo — dalle guerre in Medio Oriente e in Ucraina ai timori di una possibile bolla legata all’intelligenza artificiale — gli investitori potrebbero non essere ancora concentrati sulle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. Eppure, questo importante appuntamento elettorale è ormai a pochi mesi di distanza e, se la storia può offrire un’indicazione, potrebbe avere un impatto significativo sui mercati azionari.
Per valutare questo effetto, Capital Group ha analizzato oltre 90 anni di dati dell’S&P 500 Index, rilevando che negli anni delle elezioni di metà mandato i mercati mostrano alcune caratteristiche ricorrenti: la volatilità tende ad aumentare, i rendimenti risultano generalmente più contenuti e, una volta noto l’esito del voto, le azioni tendono a mettere a segno un rialzo. Finora, l’andamento dei mercati è stato guidato da forze contrapposte: la crescita degli utili societari, il conflitto con l’Iran e il forte rally dei titoli legati all’intelligenza artificiale. Tuttavia, questo equilibrio potrebbe cambiare man mano che l’attenzione degli investitori si sposterà verso una campagna elettorale che si preannuncia particolarmente accesa.
L’aspetto positivo è che, storicamente, i rendimenti sono stati elevati nell’intero anno successivo alle elezioni di metà mandato, con una performance media del 15,4% dal 1950. Per gli investitori di lungo periodo, tuttavia, questi movimenti di breve termine hanno generalmente un’importanza limitata.
È possibile che si verifichino fasi di volatilità e che il percorso dei mercati presenti qualche ostacolo, ma non riteniamo che l’esito delle elezioni rappresenti, di per sé, un fattore determinante per i risultati degli investimenti nel lungo periodo.






