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L’economia della Cina è in crisi strutturale?

Cina

La politica zero-Covid e la crisi immobiliare hanno fatto precipitare le stime sul Pil della Cina nel 2022, che per la prima volta dal 1990 crescerà meno del resto d’Asia. Cosa dice la Banca mondiale

Le ultime previsioni della Banca mondiale dicono che nel 2022 il prodotto interno lordo (PIL) della Cina crescerà a un tasso più basso del resto dell’Asia: non succedeva dal 1990. Le ragioni stanno sia nella crisi del settore edile (quello cinese è il mercato immobiliare più grande al mondo), sia nella rigidissima politica di contenimento dei contagi da coronavirus voluta dal presidente Xi Jinping (soprannominata zero-COVID, appunto).

LE STIME DELLA BANCA MONDIALE

Stando alle stime riviste della Banca mondiale, nel 2022 il PIL della Cina – seconda economia più grande del pianeta, dopo quella statunitense – crescerà del 2,8 per cento, molto meno del +8,1 per cento del 2021 e molto meno anche del 4-5 per cento previsto dall’istituzione lo scorso aprile.

COME VA (BENE) IL RESTO DELL’ASIA-PACIFICO

Nonostante il peggioramento del quadro per la Cina, le previsioni per il resto dell’Asia orientale e del Pacifico sono migliorate. La regione infatti – se si mette da parte la Repubblica popolare – dovrebbe crescere del 5,3 per cento quest’anno, contro il 2,6 per cento dello scorso, grazie alla ripresa dei consumi interni e ai prezzi elevati delle materie prime.

Grafico via Financial Times. Dati Banca mondiale.

ZERO-COVID E CRISI IMMOBILIARE PESANO SULLA CINA

Aaditya Mattoo, capo economista della Banca mondiale per l’Asia orientale e il Pacifico, ha detto al Financial Times che “la Cina, che stava guidando la ripresa dalla pandemia e si era ampiamente scrollata di dosso le difficoltà della variante Delta, sta ora pagando il costo economico del contenimento della malattia nella sua manifestazione più infettiva”.

Per il 2022 la Cina aveva fissato un obiettivo di crescita del PIL del 5,5 per cento, il più basso da trent’anni. Ma l’outlook del paese è peggiorato significativamente negli ultimi sei mesi. La politica zero-COVID – ovvero il contrasto di ogni focolaio attraverso lockdown e test di massa – ha abbattuto la produzione industriale e i consumi, proprio mentre il settore immobiliare – che vale il 30 per cento circa dell’attività economica – viveva un momento di crisi.

Gli economisti si aspettano un prolungamento della politica zero-COVID anche nel prossimo anno.

LO STIMOLO FISCALE

Secondo Mattoo, nonostante la Cina abbia “immense munizioni per fornire un potente stimolo” all’economia per mitigare l’impatto della pandemia, pare che le autorità si siano convinte che il sostegno fiscale verrebbe “neutralizzato” dalle restrizioni anti-contagi.

LA CRISI IMMOBILIARE È “STRUTTURALE”?

La Banca mondiale teme poi che il rallentamento dell’industria immobiliare rappresenti un problema “strutturale”, e non una situazione passeggera. Per limitare il rischio che la crisi del settore contagi il resto dell’economia, l’istituto pensa che la Cina debba fornire subito liquidità ali sviluppatori in difficoltà e garanzie per il completamento dei progetti già avviati. Sul più lungo termine, invece, Pechino dovrebbe realizzare delle riforme fiscale che diano ai governi locali maggiori fonti di entrate al di là delle vendite dei terreni.

LA SITUAZIONE NEL SUD-EST ASIATICO

Di contro, soprattutto i paesi del Sud-est asiatico dovrebbero registrare una crescita forte nel 2022, e avere bassi tassi di inflazione. I sussidi ai carburanti introdotti dai governi indonesiano, thailandese e malaysiano, ad esempio, hanno contributo a tenere bassa l’inflazione. E i consumi interni sono risaliti grazie all’abbandono delle pratiche più restrittive di contenimento dei contagi.

Nel contempo, i prezzi alti delle materie prime hanno garantito ricchi guadagni a quelle economie maggiormente orientate all’export. L’Indonesia, per esempio, è una grossa esportatrice di carbonio e la settimana scorsa ha fatto sapere di aver incassato 27,9 miliardi di dollari – un record – ad agosto grazie proprio alle vendite all’estero.

La Banca centrale avverte tuttavia che i sussidi ai carburanti o al cibo possono trasformarsi in impedimenti alla crescita perché distorcono il mercato, fanno salire il debito pubblico e avvantaggiano principalmente le grandi compagnie.

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