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I dazi di Trump hanno regalato l’Africa alla Cina?

In Africa c’è minore resistenza contro le importazioni dalla Cina che altrove stanno distruggendo intere industrie. L'articolo di Mario Seminerio, curatore del blog Phastidio.

Tra le conseguenze dei dazi imposti da Donald Trump un po’ a tutto il pianeta, c’è il nuovo slancio regalato alle importazioni cinesi in Africa, perché Pechino deve trovare nuovi mercati di sbocco e lo stesso vale per i paesi africani. I risultati di questa convergenza di necessità restano, manco a dirlo vista l’asimmetria nel valore aggiunto, a favore del surplus cinese verso l’Africa, che è destinato ad accrescersi. Per ora, il 6 per cento delle esportazioni cinesi si dirige in Africa, contro il 12 per cento destinato (un tempo) agli Stati Uniti.

Nuova spinta alla Belt and Road

Come riporta Bloomberg, l’export cinese verso l’Africa è aumentato quest’anno su base tendenziale del 25 per cento, a 122 miliardi di dollari, ed è in corsa per chiudere l’intero 2025 a quota 200 miliardi. Pechino sta dando nuovo slancio all’impulso originario della Belt and Road: le aziende cinesi hanno conquistato contratti per opere infrastrutturali e parchi industriali, e ciò traina la domanda di macchinari e materiali.

Nel primo semestre del 2025, i paesi africani hanno siglato con la Cina contratti di costruzioni per 30,5 miliardi di dollari, secondo un report dell’australiana Griffith University e del Green Finance & Development Center, fondato presso l’Università Fudan di Shanghai. Si tratta di cinque volte l’importo dello stesso periodo dell’anno scorso, il più alto tra tutte le regioni incluse nella Belt and Road. Non stupisce quindi che la prima voce di export cinese in Africa sia quella dei macchinari per costruzioni, in crescita del 63 per cento tendenziale. Anche alcuni prodotti di acciaio sono prossimi alla crescita percentuale in tripla cifra.

Non si esclude che parte delle merci destinate agli Stati Uniti vengano dirottate in Africa solo temporaneamente, per realizzare il transshipment, cioè triangolazioni dopo una sorta di riciclaggio di origine, ma la crescita di importazioni destinate a restare nel continente è un dato acquisito. I maggiori paesi africani importatori dalla Cina sono attualmente Nigeria, Sud Africa (anche per relazione Brics) ed Egitto.

Dazi zero per sostituire gli americani

Per dimostrare buona fede e reciprocità, Pechino sta rimuovendo i dazi imposti all’export dei paesi africani con i quali ha rapporti diplomatici, attualmente 53. In tal modo, viene offerta una scialuppa gli stati africani che hanno appena perso l’accesso a dazi zero ai mercati statunitensi, concesso dall’African Growth and Opportunity Act, dismesso dai dazi “reciproci” di trump.

La Cina in Africa agisce per colmare i buchi infrastrutturali e le criticità logistiche, con meno di metà della popolazione che dispone di un affidabile accesso all’elettricità. E le opportunità di radicamento non mancano, in un continente con risorse energetiche distribuite in modo ineguale: le importazioni di pannelli solari cinesi sono in aumento del 60 per cento, secondo stime di un think tank che si occupa di temi ambientali e climatici. Anche l’eolico cinese sta aumentando la propria penetrazione. A chiudere il cerchio le auto, a motore termico ma anche elettriche, le cui importazioni complessive sono raddoppiate in un anno.

In Africa c’è minore resistenza contro le importazioni dalla Cina che altrove stanno distruggendo intere industrie nazionali, come componenti in acciaio e ferro. Le vendite di batterie sono aumentate del 41 per cento e quelle di trasformatori e convertitori, compresi gli inverter che adattano l’elettricità di pannelli solari e sistemi eolici per alimentare elettrodomestici e attrezzature industriali, sono aumentate di quasi il 25 per cento, anche grazie al beneficio della convenienza di prezzo, conseguenza della deflazione cinese da eccesso di capacità produttiva.

Né poteva mancare il supporto finanziario, che è alla base del credito di fornitura: China Development Bank ha rilasciato una prima tranche di finanziamento di 245 milioni di euro (286 milioni di dollari) per un progetto ferroviario in Nigeria ed ha concesso un prestito per la costruzione di infrastrutture in Egitto. Questi interventi consentono alla Cina di promuovere l’utilizzo dello yuan, anche attraverso concessione di linee di swap bilaterali con la banca centrale di Pechino. Il Kenya ha annunciato di voler convertire in yuan alcuni prestiti denominati in dollari, per rendere meno onerosa l’esposizione. Verosimile che la Cina offra tassi agevolati.

Per ora, Pechino non ha ancora incontrato il tipo di reazione negativa vista da paesi di tutto il mondo che temono l’inondazione di beni a basso costo. Il rischio esiste, in una regione preoccupata di vedere un ulteriore aumento del proprio debito verso Pechino. Ma è probabile che i cinesi si muoveranno con cautela, visto che l’Africa rappresenta una fonte di grande importanza di materie prime ma soprattutto un mercato nascente e con forti potenzialità per le aziende cinesi, impegnate a costruire localmente il riconoscimento di marchio.

Il commercio internazionale è come la natura: detesta il vuoto. Dato l’eccesso di capacità produttiva interna cinese e la domanda domestica comunque debole, questa espansione appare in qualche modo necessaria e necessitata. Il tempo dirà se Pechino avrà utilmente approfittato delle misure di Trump per proiettare la propria potenza nel continente eterna promessa di decollo economico, oppure se finirà in esso impantanata e con un’esplosione di crediti in sofferenza.

(Articolo pubblicato su Phastidio)

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