Economia

Ci sono davvero soldoni per fare un bel taglio dell’Irpef? Il commento di Polillo

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Il commento di Gianfranco Polillo sugli ultimi annunci del governo su riforme come quella dell’Irpef

Quello di Maurizio Ferrera è uno sconcerto più che giustificato. Ieri, nell’editoriale de Il Corriere della sera. L’interrogativo posto è di quelli pesanti. Riguarda la cosiddetta “fase due”: un classico della politica italiana. Un impegno più volte enunciato dai vari Governi, che si sono succeduti nel corso degli anni, ma talmente generico ed evanescente da risultare privo di qualsiasi contenuto effettivo. Il che spiega perché l’Italia si trovi nelle tristi condizioni attuali. Un Paese come ha ricordato ieri Emma Marcegaglia, “che da anni non cresce e quest’anno ha lo sviluppo più basso d’Europa”. Dal 1995, per l’esattezza, come ha ricordato recentemente l’Ocse.

Ferrera non può fare a meno di notare le incongruenze che sono alla base della cosiddetta “fase due”. “C’è una visione strategica di partenza?”: giustamente si chiede. Qual è, non possiamo fare a meno di aggiungere, il contesto generale all’interno collocare le singole opzioni di carattere settoriale? Visto che esse hanno un pesante minimo comune denominatore: la disponibilità o meno di risorse. Problema sempre trascurato o considerato come un’appendice secondaria, da definire in sede di bilancio, dopo un lungo tira e molla con la Commissione europea, alla ricerca di una flessibilità perduta. Con i risultati che conosciamo. Quello 0,2/0,3 per cento di riduzione del cuneo fiscale, solo per alcune categorie di lavoratori, che la stessa delegazione del Fmi, sbarcata in Italia per compiere la tradizionale due diligente del Paese, ha considerato una specie di scherzo.

Insomma, la grande illusione di questo come di altri Governi è che senza soldi si possa cantare messa. Che le riforme annunciate, a partire da quella dell’Irpef, non comportino costi aggiuntivi. Se così fosse, l’Italia non si sarebbe trascinata il problema delle cosiddette “clausole di salvaguardia” fin dal 2011. Il cui peso, per gli anni 2021/22, implicherà la ricerca di nuove coperture per circa 47,1 miliardi di euro. Date queste oggettive ristrettezze, l’unica cosa realistica è rispettare l’unico principio possibile. Le sole riforme che si possono attuare sono quelle che non costano o si autofinanziano. Quelle, cioè, che hanno una relazione diretta con la crescita del Pil. Che siano in grado, almeno da un punto di vista probabilistico, di accrescere il tasso di sviluppo, in un lasso di tempo coerente.

Il principio è quello del moltiplicatore: si impegnano dei soldi nella prospettiva che il reddito nazionale cresca più delle risorse spese. Cosa possibile considerato il grado di inutilizzo dei fattori produttivi (capitale e lavoro) che da tempo caratterizza il trend dell’economia italiana. Questa visione dovrebbe costituire il principale punto di riferimento per il programma di governo. Altro che la retorica del “green new deal”, continuamente evocato da autorevoli esponenti del Governo. Che, naturalmente, va bene; ma solo se incorpora quella stessa logica. Altrimenti si traduce in un puro aumento della spesa e quindi del deficit e del debito, che la Commissione europea può anche non sanzionare, ma non altrettanto sono disposti a fare i mercati: moto meno sensibili al fascino di Greta Thunberg.

Cosa c’è invece nella bisaccia del Governo? Molti sogni nel cassetto, che si sommano e si confondono con problemi urgenti e reali. C’è innanzitutto Alitalia, Ilva ed Autostrade da sistemare, oltre il tema della prescrizione. I ritardi maturati e i contrasti politici che si sono determinati hanno, al tempo stesso, un significato politico ed economico. Espongono l’Italia sul fronte internazionale, contribuendo ad alimentare il sospetto sulla sua affidabilità, da parte di tutte le capitali occidentali. Sorprende che il Governo sottovaluti questo effetto pernicioso, lasciandone la gestione alle truppe parlamentari dei principali personaggi, in un susseguirsi di polemiche e finte partenze (Alitalia) che si trascina da troppo tempo. Cambiano, infatti le maggioranze, seppure guidate dallo stesso Presidente del Consiglio, ma avanzamenti non si sono visti e non si vedono.

C’è poi la parte onirica. Il sogno. L’immaginare di risolvere i problemi italiani, compilando un lungo elenco della spesa. Si comincia con l’ipotetica riforma dell’Irpef. Quella realizzata da Cosciani e da Visentini, agli inizi degli anni ’70, fu conseguenza degli sforzi di una Commissione di studio, che durò diversi mesi. Presentò, alla fine, una sua proposta complessiva, che fu discussa sia in Parlamento che fuori. E solo dopo cominciò l’attività parlamentare vera e propria. Ed allora non c’era la Commissione europea pronta ad interferire. Il Ministro dell’economia sembra, invece, voler seguire una strada diversa: tutta domestica, rinchiusa nel suo dicastero. Vedremo il prodotto finale, anche se già preoccupano le avvisaglie: una grande redistribuzione del carico fiscale. Dai più abbienti ai meno. Unico piccolo grande problema: la mancanza di risorse, dato che l’ulteriore taglieggiamento dei pochi non è in grado di garantire il maggior beneficio dei molti.

Ma poiché nella gara a chi è il più bello del reame, nessuno vuol rimanere indietro, ecco l’affastellarsi delle altre proposte. Si parte dal decreto semplificazione, un classico che risale ai primi anni dei Governi Berlusconi, ogni volta riproposto, sempre con scarsi risultati. In un caos amministrativo sempre peggiore. Quindi di un disegno di legge per l’innovazione e l’attrazione degli investimenti (Autostrade ed Ilva permettendo). Cui farà seguito un non meglio precisato “decreto crescita” (forse incentivi fiscali per start up e venture capital). Quindi un “Piano per il Sud” ed addirittura un decennale ”Piano industriale Italia”, da parte del ministro Patuanelli. E c’è forse già chi pensa ad una riedizione della legge 675 del 1977 con i suoi settori di intervento. Che, in questo caso, saranno – almeno si spera – aggiornati: intelligenza artificiale e blockchain (Casaleggio sarà contento), auto elettrica e banda ultra larga.

Propositi lodevoli, se vi fosse un quadro macroeconomico e finanziario in grado di supportarlo. Altrimenti ci sia consentito, almeno una volta nella vita, citare Marco Travaglio: “Ma ci faccia il piacere”.

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