Economia

Chi ha ragione tra Monti e Rinaldi sul bazooka di Draghi

di

Draghi

Qualche giorno fa, nel corso della trasmissione “L’aria che tira”, con Myrta Merlino, un curioso siparietto ha coinvolto l’ex premier Mario Monti e Antonio Maria Rinaldi, il professore allievo di Paolo Savona e suo instancabile fan. Dallo studio della 7, il primo stava tessendo le lodi di Mario Draghi che, nel periodo più nero della recente vita italiana (2011 e 2012), con il suo bazooka – il Quantitative easing – aveva domato gli spread che, allora, avevano superato i 500 punti base.

Pensiero recondito del professore: non vi preoccupate della manovra messa su dal governo giallo-verde. Gli spread sono ancora sotto controllo e viaggiano ben al di sotto di quei livelli. Se la situazione dovesse peggiorare, Mario Draghi s’inventerà – quasi testuale – qualche cosa per scongiurare l’inevitabile. Il che tradotto significa solo che l’Italia è too big to fail (troppo grande per fallire). Può quindi tirare la corda.

Mario Monti, ovviamente, la pensa in modo diverso. Matteo Salvini e Luigi Di Maio, ripete con convinzione, pensano solo al proprio elettorato, infischiandosene delle sorti del Paese. Lo comprano con proposte destinate a sconquassare i già fragili equilibri della finanze pubbliche. Ma così facendo, l’Italia diventa il cavallo di Troia nelle mani di Donald Trump e Vladimir Putin, per distruggere l’Europa.

Tesi, come si vede, inconciliabili, che lasciano poco spazio al tentativo di costruire un pensiero nazionale che sappia cogliere i limiti di quest’Europa, nel tentativo di correggerne le relative storture. Senonché le forzature di entrambi li portano a strafare e dare un’interpretazione di comodo degli avvenimenti passati.

Dice Rinaldi: ma perché vi preoccupate? Nel 2011 e nel 2012, quando la situazione era ancora peggiore, la Bce è stata costretta ad intervenire per salvare l’euro. L’Italia, allora, sperimentò, senza successo, l’amara medicina dell’austerità. Che oggi non è più riproponibile. Per cui non resta che cambiare strada.

Monti non condivide. Mario Draghi- sostiene – nel 2012 ha potuto sperimentare il Quantitative easing, solo perché Palazzo Chigi era presidiato dallo stesso Monti. Che, con la sua cura lacrime e sangue, ha rimesso in carreggiata le finanze pubbliche italiane, nonostante gli effetti collaterali, considerati (ancora oggi) solo di breve periodo. Altrimenti, il presidente italiano della Bce non avrebbe avuto la forza politica per operare, come ha operato, vincendo le resistenze dei tedeschi. Sarebbe stato accusato di voler difendere gli interessi italiani. Chi ha ragione?

Ovviamente impossibile sapere cosa Draghi avesse in mente, quando pronunciò la frase, poi divenuta celebre, del “whatever it takes». Meglio allora ricordare, con più esattezza possibile, il contesto in cui fu pronunciata. Innanzitutto altre banche centrali – la Fed per tutte – avevano già sperimentato politiche analoghe. Si trattava, pertanto, solo di applicarle in Europa. Inoltre la crisi del 2012 fu profondamente diversa da quella del 2011, sebbene gli spread sui titoli italiani avessero raggiunto, in entrambi i casi, più o meno gli stessi valori.

Quella del 2011 fu soprattutto una crisi endogena, data dal sommarsi di eventi politici (lo sfarinarsi della maggioranza parlamentare) finanziari (deficit e debito quasi fuori controllo) ed economici (il forte deficit delle partite correnti della bilancia dei pagamenti). La sensazione precisa di un qualcosa che si era inevitabilmente esaurito. Il cambio di governo e la successiva stretta finanziaria contribuì, in pochi mesi, a rimettere il Paese in carreggiata. Il consuntivo del 2012 mostrò infatti il sostanziale pareggio delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, oltre che una consistente riduzione del deficit di bilancio.

La crisi del 2012 fu invece diversa. Prodotta, essenzialmente, da un evidente rischio di contagio a seguito del default greco. Con il pericolo che lo stesso, dopo l’Italia attaccasse i Paesi più esposti. A partire dalla Spagna e dal Portogallo, ma con il rischio di lambire la stessa Francia. Per questo a Mario Draghi fu facile intervenire, dopo aver acquisito il necessario consenso politico, come ricordato dallo stesso Monti, ed almeno il benign neglect di Angela Merkel. Ma non della Bundesbank. L’errore successivo fu l’accanimento terapeutico, nel santo nome dell’austerity. Su questo punto, Rinaldi ha perfettamente ragione. Ma ovviamente questa è un’altra storia.

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