Economia

Chi e come vuole fare shopping predatorio in Italia

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Mentre la pandemia attanaglia l’Italia, alcuni potenti guardano a quell’Italia fatta da centinaia di imprese ‘tascabili’ ma internazionali di grande valore per fare shopping predatorio. L’analisi di Gianni Bessi, consigliere regionale dell’Emilia-Romagna e saggista

Le relazioni, gli interventi, le interviste di qualsiasi esponente politico, economico, sociale o culturale oggi si aprono con il riferimento alla crisi sanitaria che stiamo affrontando a causa della diffusione del Covid 19. È comprensibile, dovuto, ma soprattutto inevitabile. Perché le crisi non si esauriscono mai solo con la conta delle perdite, ma anche con la lista delle opportunità che ogni difficoltà offre a chi ne sa approfittare.

E in questo momento una della opportunità più ghiotte è quella di potere ‘fare acquisti’ nel  nostro Paese: e non intendo lo shopping sotto il nostro inimitabile sole primaverile, ma l’acquisizione dei nostri gioielli produttivi. Per tentare di capire come si sta muovendo il mondo in sottotraccia alla pandemia mi sono affidato ancora una volta alla mosca che ho scelto come protagonista del blog che viene ospitato da due anni su Start Magazine. L’insetto ficcanaso si intrufola nelle stanze dei potenti posandosi, non vista, sui muri delle stanze in cui si prendono le decisioni strategiche. Ha viaggiato tanto questo insetto ficcanaso, al punto che gli interventi sul blog sono diventati così tanti che ho pensato di raccoglierli in un libro pubblicato da goWare edizioni.

Nell’ultimo volteggiare ha origliato i discorsi dei potenti che stanno seguendo quell’Italia fatta da centinaia di imprese ‘tascabili’ ma internazionali di grande valore, in grado di competere nei mercati globali, all’avanguardia nella tecnologia, nelle conoscenze dei settori strategici, dalla manifattura alle telecomunicazioni. Tra i potenti interessati a comprarsi un pezzo d’Italia non ci sono solo capi di Stato ma anche personaggi meno noti al pubblico. Giusto per citarli collettivamente, con soprannomi fantasiosi ma evocativi, i lupi di Wall Street, i diavoli della City, gli gnomi delle banche di affari di Zurigo o Parigi e i buba di Francoforte.

E qual è oggi l’articolo che rischia di finire nel  carrello della spesa? Le telecomunicazioni, ovviamente, perché conoscenza e saperi passano dai big data, che non significano solo le app nei nostri smartphone ma anche tecnologia per risolvere conflitti e per assicurare la sicurezza nazionale. Ce lo ricorda il conflitto tra Iran e Usa, dove una parte fondamentale l’hanno giocata i droni con cui sono state colpite le installazioni petrolifere saudite e poi, nella risposta a stelle strisce, hanno posto fine alla vita del potentissimo generale persiano Soleimani.

Telecomunicazioni e big data strategici sono lo sviluppo per la supremazia geopolitica. Nelle infrastrutture strategiche dell’Information technology sono custoditi saperi, segreti che riguardino dati sanitari, dati economici, dettagli decisivi di brevetti, offerte per gare d’appalto internazionali. Queste infrastrutture hanno diramazioni e nodi globali, come quello di Gibuti nel quadrante del corno d’Africa, che è conteso da Stati Uniti e Cina, con quest’ultima che ha accresciuto la propria presenza in terra africana con l’obiettivo di acquisire posizioni nel settore. Una competizione che si allarga dalla dorsale mediorientale che arriva nel cuore del Mediterraneo passando anche dall’Iran e dalla Turchia.

Ma, appunto, questo viaggio fatalmente passa anche dalla nostra penisola, che è snodo cruciale tra il sud e il nord del mondo, ormai il vero limes della competizione tra un’anglosfera che si è compattata grazie alla Brexit e le potenze euroasiatiche.

È una lotta per la supremazia che non incendia i cieli con le scie dei missili o non riempie le strade col rumore delle pallottole: ma è geopolitica al suo meglio, che vede noi cittadini inermi di fronte al rischio di violazione della nostra privacy per l’incetta di dati sensibili. Così come rischia di sorprendere le nostre aziende strategiche, messe in difficoltà in un momento di fragilità come quello attuale dalle fluttuazioni degli indici di borsa o dalla scarsa liquidità o capitalizzazione. E mettere a nudo i limiti del nostro capitalismo famigliare con la conseguente perdita dei nostri fiori all’occhiello, che sono tanti, con tutte le conseguenze sulle filiere dei subfornitori.

Per opporci dobbiamo fare ricorso allo strumento più efficace, che poi è sempre lo stesso di sempre: fare sistema come Paese. E farlo dalle politiche industriali alle politiche energetiche fino alle politiche delle telecomunicazioni che verranno prese in tempi di “politica Covid-19”. In quest’ottica è stata utile l’estensione dello strumento del Golden Power per allargare la protezione ai settori strategici grazie anche alla vigilanza dei nostri servizi di informazione e sicurezza.

Ci vuole quindi attenzione, molta attenzione, per evitare che lo shopping ci privi della nostra ricchezza economica e produttiva: e non dobbiamo solo guardarci dal dragone cinese ma da tutti i competitori interessati a mettere i piedi, e il portafoglio, sullo Stivale. Dagli Stati holding, alle dittature, specialmente nella loro recente evoluzione semantica, le ‘democrature’. Senza dimenticare che le democrazie liberali europee o di oltreoceano grazie ai loro sistemi finanziari e imprenditoriali globali hanno a disposizione capitali in grado di portarsi a casa una società o un’industria con un clic. Perché nel mondo dei salotti finanziari di tutto il mondo, la nostra mosca ne è testimone, vale sempre la ruvida filosofia di Enrico Cuccia racchiusa in una frase-simbolo: “Articolo quinto, chi ha i soldi ha già vinto”.

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