Economia

Che cosa succederà a licenziamenti e cig

di

pensioni

L’analisi dell’editorialista Giuliano Cazzola su licenziamenti e cig

Era facilmente prevedibile che sarebbe finita così; che il blocco dei licenziamenti individuali per motivi economici e di quelli collettivi per riduzione di personale si sarebbe presto trasformato in un percorso a senso unico. I sindacati minacciano lo sciopero generale se il governo non provvederà a prorogare il blocco fino al termine dell’anno in corso. La misura  in sé non è impossibile, essendo le imprese coperte dalle ulteriori 18 settimane di cig decise negli ultimi provvedimenti del governo. Pare comunque che la maggioranza abbia trovato un’intesa che dovrebbe essere ratificata dal Consiglio dei ministri oggi.

In sostanza, il blocco sarebbe prorogato fino al 15 novembre limitatamente alle aziende che ricevono incentivi, contributi o che fruiscono di ammortizzatori sociali. Vedremo se i sindacati accetteranno questa mediazione.

Il problema, tuttavia, resta un altro: che cosa succederà a partire dal prossimo 16 novembre o dal  1° gennaio? Anche se la situazione economica dovesse migliorare ciò non significa che la crisi sarebbe superata.

E i sindacati – che si muovono su di una linea del tutto difensiva – non  rinunceranno ad una condizione di tutela come quella che è stato incautamente concessa dall’esecutivo all’insegna dello slogan del ‘’nessuno perderà il lavoro a causa della pandemia’’. L’intervento ad libitum della cig e il divieto di licenziare per motivi economici finisce inevitabilmente per congelare l’assetto produttivo e dei servizi a prima della crisi e del lockdown ovvero a perpetuare nel tempo una realtà che non è più la stessa, all’interno della quale vi sono state importanti trasformazioni, con settori, in prevalenza, colpiti pesantemente ed altri, non irrilevanti, che hanno visto aumentare i fatturati.

Tuttavia, le misure di tutela delineate finirebbero per legare i lavoratori a posti di lavoro che non esistono più  caricando contemporaneamente le imprese di ‘’un imponibile di manodopera’’ privo di rapporto effettivo con le esigenze produttive. Vi è nella posizione dei sindacati un gap culturale insostenibile, come se, passata l’emergenza, tutto potesse tornare come prima e allo stesso modo di prima.

È un atteggiamento comprensibile – vista la gravità dei problemi occupazionali che si porranno in autunno – ma alla lunga finisce per impiegare importanti risorse per assicurare un reddito e non un lavoro.  Una politica siffatta – che si accompagna al progetto di utilizzare anche il sistema pensionistico ed assistenziale per favorire gli esuberi – è ben rappresentata dalla metafora del Manzoni, quella del naufrago che non ha il coraggio di abbandonare l’appiglio precario a cui è attaccato per appoggiarsi ad uno più solido. Prigionieri di questa logica è presumibile che il ritorno alla normalità nella gestione degli organici divenga una scelta arroccata su di una sterile difensiva.

Anche alla scadenza della proroga (è ancora incerto che vi sia una data fissa) le confederazioni avranno buon gioco per ricattare il governo davanti all’opinione pubblica. E l’esecutivo non saprà rinunciare al ‘’fascino discreto’’ di un movimento sindacale che non gli fa la guerra, fino a quando viene accontentato. In fondo – diciamoci la verità – nonostante un numero di decreti legge che prendono il nome dal calendario e ben 100miliardi di scostamento autorizzati, il Paese non riesce ad andare al di là di una politica congiunturale ‘’riparatoria’’, rivolta cioè al soccorso dei redditi e dei fatturati, mentre una strategia per lo sviluppo è ancora latitante.

La linea di condotta dei sindacati rimane nell’ambito del ‘’breve periodo’’ e asseconda la tentazione insita nel sistema Italia di consumare le risorse disponibili nell’erogazione di misure assistenziali che diano l’illusione di tirare avanti anche senza lavorare e produrre. Basti pensare al dibattito aperto in campo pensionistico, dove un abbassamento dei requisiti viene messo in correlazione con le esigenze del mercato del lavoro e dell’occupazione.

Non è la prima volta che la previdenza e l’assistenza vengono usate come ammortizzatore sociale. Prima della riforma del 1984 (legge n.222) l’Italia era un Paese di invalidi, nel senso che questa prestazione veniva riconosciuta, soprattutto in certe aree della Penisola (e ciò non era in contrasto con le norme vigenti), non a seguito della riduzione della capacità lavorativa del soggetto ma in ragione delle possibilità esistenti di trovare un’occupazione. Poi, a partire dagli anni ’80, fu la volta dei prepensionamenti nei settori sottoposti a ristrutturazione e riconversione: furono erogate (tab.1) 400mila pensioni con requisiti ridotti per una spesa di 50mila miliardi di lire. Nessuno scandalo dunque se quota 100 arriva a scadenza come ammortizzatore sociale. Sarebbe sbagliato però andare in soccorso a situazioni di crisi effettiva cambiando i requisiti in termine generali anche laddove non ve ne è bisogno perché non vi è crisi (questa è stata l’impostazione errata di quota 100). Ecco perché sarebbe più opportuno adottare misure mirate che favoriscono l’accesso al pensionamento per settori e condizioni soggettive. In sostanza, sarebbe meglio lavorare intorno al ‘’pacchetto APE’’ (che garantisce ‘’uscite di sicurezza’’ collaterali, senza modificare i requisiti generali) piuttosto che smontare la riforma Fornero.

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