Economia

Che cosa ribolle nel pentolone della Bce? L’analisi di Polillo

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L’esordio disastroso di Lagarde. Lo scenario per la Bce. E le incognite sul ruolo della Germania. L’analisi di Gianfranco Polillo

Esordio disastroso quello di Christine Lagarde, neo presidente della BCE, che in una botta solo ha bruciato diversi record. La peggiore conferenza stampa nella storia ventennale della BCE. Che ha fatto esaltare, se mai ce ne fosse stato bisogno, ancor di più, non solo la figura di Mario Draghi, ma, in qualche modo, rivalutare quella ben più opaca di Jean-Claude Trichet, che fu presidente della Banca centrale dal 2003 al 2011. L’aver costretto il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, nonostante la sua ritrosia, a parlare a nuora, perché suocera intenda. “L’Italia – ha ricordato un secco comunicato del Quirinale – sta attraversando una condizione difficile e la sua esperienza di contrasto alla diffusione del coronavirus sarà probabilmente utile per tutti i Paesi dell’Unione Europea. Si attende quindi, a buon diritto, quanto meno nel comune interesse, iniziative di solidarietà e non mosse che possono ostacolarne l’azione”. L’aver detto come ha fatto la Lagarde “non siamo qui per chiudere gli spread” non è stato certo un aiuto, come ha dimostrato l’immediato crollo della borsa italiana e la forte crescita degli stessi spread.

Poi, ma non certo una considerazione secondaria, il crollo di tutti i mercati. Una specie di ritorno al 2008. A dimostrazione che il giudizio espresso non sia il frutto di una recriminazione patriottica, ma il riflesso di una valutazione ampiamente condivisa non solo in Italia, bensì nella maggior parte delle capitali occidentali. L’errore principale della Lagarde è stato quello di non aver tenuto conto del sentiment del mercato. Tutti gli analisti scontavano una limatura dei tassi d’interesse di almeno 10 punti base.

La FED li aveva ridotti, pochi giorni prima, seguita immediatamente da altre Banche centrali. Quindi un ben più consistente rilancio del quantitative easing: almeno il doppio rispetto ai 120 miliardi annuali decisi dal board della Banca, sempre più ostaggio dei vecchi ortodossi.

La Lagarde non doveva necessariamente lisciare il pelo a banchieri e uomini d’affari. Aveva, tuttavia, l’obbligo di motivare le sue scelte dissonanti e spiegare perché non era giusto coordinare l’azione della Banca centrale europea con quella delle altre capitali occidentali. Tenendo altresì conto del contesto drammatico, dal punto di vista epidemiologico, in cui tutti gli Stati sono costretti ad operare. Ed invece si è chiusa nella torre d’avorio della sua supponenza, determinando una generalizzata crisi di rigetto. Si dirà che le borse di quasi tutti i Paesi stavano vivevano un secondo tempo di irrazionale euforia, come quella indicata da Alain Greenspan, a metà degli anni ’90. Prezzi troppo alti, di tutti gli strumenti finanziari, a causa dell’eccesso di liquidità e degli interessi troppo bassi o addirittura negativi. Ma proprio per questo era necessario un soft landing e non il crash che, invece, quelle dichiarazioni hanno contribuito a determinare.

Il risultato è stata la trasformazione della pandemia sanitaria in quella economica finanziaria. Quanto ci vorrà per risalire la china? Quanto durerà il panic selling? Gli analisti sono già entrati nella sindrome del pessimismo. Si parla di un minimo di due anni, prima di avere un risultato degno di nota. Comunque di un andamento a “V” ancora più profondo, che per i Paesi più deboli, come avvenuto all’indomani della crisi del 2007, potrà trasformarsi in un andamento a “W”. Alla possibile ripresa dell’economia reale, grazie al nuovo stimolo della domanda pubblica, potrebbe seguire una più rapida crescita del rapporto debito-Pil, che imporrebbe misure di stabilizzazione. Un girone infernale.

Troppo presto per fasciarsi la testa, in vista della possibile caduta. Resta, tuttavia, il fatto che non si può negare l’intervenuta inversione dei ruoli. Con Mario Draghi era la BCE che tirava, svolgendo un ruolo di supplenza nei confronti dell’apatia delle istituzioni comunitarie, prigioniere della retorica del Fiscal compact. Oggi Ursula Von Der Leyen si dimostra più possibilista. Di fronte alla crisi sanitaria, il clima sta cambiando. Le armi di un rigore poco riflettuto si dimostrano via via sempre più spuntate. Ed ecco allora che, quasi per la legge del contrappasso, la BCE scopre le virtù della moderazione. E si trasforma da innovatrice in conservatrice.

Christine Lagarde ha cercato in qualche modo di giustificarsi, chiamando in causa l’azione dei Governi. “Che devono far di più”. Ma la sensazione è che si tratti solo di un discarico di responsabilità. La verità è che i rapporti di forza all’interno della BCE sono cambiati, nel dopo Draghi. La Bundesbank ed i suoi alleati, in particolare, hanno acquisito maggior forza. E la stessa Angela Merkel, che nei momenti più difficili, era intervenuta per supportare l’azione del Presidente italiano, non abbia più la forza di quel tempo. Al momento solo cattivi pensieri. Che andranno tuttavia coltivati, se non altro per capire quel che bolle veramente in pentola.

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