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Che cosa non dicono le stantie raccomandazioni di Bruxelles all’Italia

Programma Gualtieri

Le raccomandazioni della Commissione europea analizzate da Gianfranco Polillo

“La burocrazia – era solito dire il vecchio Marx – è solo il formalismo di un contenuto che è fuori di essa”. Viene da pensare a questa vecchia massima, nell’esaminare il nuovo report europeo, in ossequio all’articolo 126(3) del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Quel documento, in altre parole, in cui sono contenute le pagelle dei singoli Paesi: ovviamente Italia compresa. Fa sorridere il lungo elenco di Paesi, colpa la pandemia, che non sono riusciti a rispettare le regole europee, per altro sospese, come ricorda lo stesso documento: 25 su 27. Solo la Danimarca e la Romania sono riuscite nel difficile intento di non impensierire i nostri burocrati di Bruxelles.

Il deficit della Danimarca, non a caso tra i “paesi frugali”, aumenterà secondo le previsioni dal 1,1 per cento del 2020 al 2,1 per cento l’anno successivo. Il suo debito pubblico, in rapporto al Pil, ch’era salito dal 33,3 per cento del 2019 al 40,2 nel 2020, scenderà, invece, al 38,8 per cento del 2022. Grazie soprattutto ad un tasso di crescita che sembra inarrestabile. Dopo una brevissima contrazione nel 2020 (-2,7 per cento) nei prossimi due anni salirà al 2,9 ed al 3,5 per cento. Decisamente una performance degna del guinness dei primati. Nulla di misterioso: quel benessere si deve solo al fatto che, in quel piccolo Paese, la componente esportazione è debordante. Con un attivo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti che oscilla intorno all’8 per cento del Pil. Al primo posto, insieme all’Olanda, nella gerarchia comunitaria.

Diverso il caso della Romania, con un tasso di crescita che si attesta intorno al 5 per cento, nel prossimo biennio. Uno sviluppo trainato soprattutto da una forte domanda interna, che genera una crescente dipendenza dall’estero per le necessarie forniture. Con riflessi immediati sul passivo della bilancia dei pagamenti. Elemento, tuttavia, che non sembra preoccupare i leader di quel Paese. Ciò che per loro sembra contare, più di ogni altra cosa, è l’accelerazione del ritmo di crescita, spinto anche oltre le possibilità del Paese, i cui investimenti sono al top da molti anni, grazie anche ad un costo del lavoro per unità prodotto piuttosto contenuto.

Se si escludono queste due realtà, tutti gli altri 25 Paesi, che costituiscono il mosaico della UE, presentano rilevanti problemi di natura finanziaria. Che poi altro non sono che un eccesso di indebitamento ed un rapporto debito/Pil in progressivo aumento. I dati sono quelli già anticipati nelle previsioni di primavera. Dalla relativa tabella si può evincere la debolezza della posizione italiana. Nel prossimo biennio l’indebitamento netto sarà pari in media all’8,8 per cento. Il più alto dell’Eurozona, superiore anche a quello della Grecia, che dovrebbe risultare pari al 6,6 per cento.

Ugualmente poco rassicurante la dinamica del rapporto debito/Pil, che dovrebbe aumentare di 4 punti, nel 2021 per poi discendere di 3,2 l’anno successivo. Quello italiano rimane il secondo debito più alto in rapporto al Pil, superato solo dalla Grecia che ormai si attesta oltre quota 200. Una sorta di sindrome giapponese. Il problema, per la verità, non è solo italiano. Mal comune mezzo gaudio. Nel complesso della zona dell’euro, infatti, il rapporto debito/Pil aumenta di 2,4 punti nel 2021, per poi diminuire di 1,6.

Sulle cause del malessere italiano, almeno a giudizio di chi scrive, due sono gli elementi da considerare. Innanzi tutto la bassa crescita, anche se si spera che le previsioni della Commissione siano eccessivamente pessimistiche. Nelle pagelle rivolte al nostro Paese, si prevede che “il Pil non tornerà, nemmeno nel 2022, ai livelli pre-crisi del 2019, rispetto ai quali la differenza sarà ancora di 0,9 punti”. Ritardo che non potrà non avere effetti tanto sull’indebitamento che sul rapporto debito/Pil, come appunto indicano i dati forniti in precedenza. Guardando oltre il breve periodo, tuttavia, la Commissione sottolinea il rischio di un possibile peggioramento del rapporto debito/Pil che, nel 2025, invece di ridursi, potrebbe essere più alto del livello raggiunto nel 2020.

Pessimismo eccessivo o lucida intuizione? Meglio rispondere con le parole del Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nelle sue ultime “Considerazioni finali”: “Anche con un ritmo di espansione dell’economia prossimo a quello del decennio che ha preceduto la crisi finanziaria il differenziale tra crescita e onere medio resterebbe positivo per diversi anni. In queste condizioni, un progressivo miglioramento dei saldi di bilancio, tale da ritornare a un avanzo primario poco sopra l’un per cento del PIL, consentirebbe di ricondurre il rapporto tra debito e prodotto sui livelli del 2019 nell’arco di un decennio. Una crescita più sostenuta è nelle nostre possibilità e permetterebbe di accelerare il processo di riduzione del peso del debito”.

Dove si deve intervenire, per trovare quel minimo di risorse necessarie, per accrescere, seppur di poco, l’avanzo primario? Il confronto con gli altri Paesi dell’Eurozona, da questo punto di vista, è impietoso. Se si analizza l’articolazione delle principali categorie di spesa, l’anomalia italiana che balza agli occhi è quella della spesa sociale. Nel 2019 la differenza con la media dell’Eurozona (dati della Banca d’Italia) è risultata pari a 4,1 punti di Pil. Pari al 20,2 per cento del Pil, in Italia, contro il 16,1 per cento del resto dell’Europa. Questi dati, inoltre, non tengono conto delle cosiddette “tax expenditures”, ossia di quelle agevolazioni fiscali che riducono le aliquote sull’imponibile. Ma non a tutti e nella stessa identica proporzione.

Si tratta di 533 voci che comportano oneri a carico del bilancio dello Stato, sotto forma di minori entrate, per quasi 62,5 miliardi di euro, pari a 3,75 punti di Pil. Considerando entrambi, la spesa sociale in Italia ha superato nel 2019 il 23,9 per cento del Pil. Che corrisponde a circa il 57 per cento della spesa corrente al netto degli interessi. Nell’immaginario politico italiano c’è ancora chi ritiene che questi livelli siano insufficienti. E che, quindi, sia necessario predisporre ulteriori misure. Ad esempio aumentare la tassa sulle successioni per dare ai giovani. Nulla da eccepire sul piano etico. Ma prima di tentare nuove vie, non sarebbe il caso di guardare meglio nel calderone indigesto dell’assistenzialismo, per correggere le mille storture e furbizie che lo caratterizzano?

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