Economia

Che cosa farà il governo su pensioni e quota 100 dopo l’estate

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pensioni governo

Quando si comincerà a ragionare della legge di bilancio e a interrogarsi su come uscire da quota 100. L’analisi di Giuliano Cazzola

Pensioni. Nel lessico del governo Draghi è scomparsa questa parola che ha fatto tremare fior di esecutivi, mobilitato le piazze, scatenato i media per decenni. È una parola che esprime il principale desiderio di milioni di italiani, che aspirano a poterla pronunciare il più presto possibile e che è un accanito vettore dell’invidia sociale, nel senso che si perdona al vicino di casa di guidare un’auto di lusso e di avere un reddito elevato finché lavora; ma non gli si perdona di riscuotere una pensione d’oro quando arriva il momento magico della quiescenza. Eppure, fino all’ultimo minuto di vita del Conte 2, le pensioni erano uno degli argomenti prediletti negli incontri tra i sindacati e il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo e rimbalzavano da un tavolo tecnico all’altro con il comune obiettivo del “definitivo superamento della riforma Fornero”. Viene da pensare che tra le forze politiche della supermaggioranza sia in atto una tregua sul fronte delle pensioni: i partiti (più o meno tutti) non intendono stanare il premier del quale presumono di conoscere gli orientamenti; Draghi non vuole infilarsi – mentre è in corso la campagna di vaccinazione – in una polemica prematura.

Ma la questione si porrà comunque quando, dopo l’estate, si comincerà a ragionare della legge di bilancio e a interrogarsi su come uscire da quota 100 (una misura che – ormai è pacifico – non sarà rinnovata). Anche in questo caso (come nel 2007) c’è un fantasma che si aggira lungo la penisola: la minaccia di un nuovo scalone. Infatti, coloro che non saranno in grado di far valere i requisiti del trattamento anticipato con 42 anni e 10 mesi (un anno in meno se donne) a prescindere dall’età anagrafica, dovranno attendere la pensione di vecchiaia a 67 anni (con almeno venti anni di contributi). Vi sono regole diverse per coloro che sono interamente nel sistema contributivo, ma per andare in quiescenza a 63 anni devono poter disporre di un trattamento pari a 2,8 volte l’importo dell’assegno sociale. Nel 2007, l’allora governo Prodi fu indotto a smorzare lo scalone che sarebbe scattato il 1° gennaio 2008: uno scherzo da prete ereditato dal governo precedente. La riforma del 2004 aveva disposto che dal 1° gennaio 2008, il requisito anagrafico del trattamento di anzianità salisse da 57 a 60 anni (nella pubblicistica era stata introdotta correntemente l’immagine dello scalone) per arrivare gradualmente negli anni successivi a 61-62 anni per i lavoratori dipendenti e a 62-63 per gli autonomi (il limite rispettivamente dei 62 e dei 63 anni era condizionato ad una verifica degli andamenti del sistema), come è evidenziato nelle seguenti tabelle.

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