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Che cosa cela la delega fiscale del governo su immobili e catasto

Governo Draghi

Il disegno di legge delega del governo su fisco e catasto analizzato da Giuseppe Liturri

Da un lato Mario Draghi con “Il contribuente medio non si accorgerà di nulla per quanto riguarda il catasto” e “non è revisione del Catasto ma una riformulazione“; dall’altro Matteo Salvini con “noi non chiniamo il capo”.

È stato un pomeriggio animato tra Palazzo Chigi e Montecitorio, sia nelle rispettive conferenze stampa che, ancora prima, nel passaggio del disegno di legge delega per la riforma del fisco nella cabina di regia e nel successivo Consiglio dei Ministri. La prima riunione è stata abbandonata dai ministri della Lega che chiedevano tempo per analizzare i contenuti del testo e, per tutta risposta, il testo è stato portato in consiglio e approvato in loro assenza.

Draghi ha poi commentato che “gli scambi avvenuti nei giorni passati, in cabina di regia e varie conversazioni avevano dato informazione sufficiente a valutare contenuto legge delega che è molto generale, è una scatola che si ispira a certi principi che ritengo siano condivisi anche da Lega”, aggiungendo che “ci sono diversità di vedute, l’azione di governo è andata avanti. Ci saranno molte altre occasioni di scambio sia in Parlamento sulla stessa legge, sia sui decreti delegati. Su implicazioni di questo gesto bisogna aspettare cosa dice la Lega stessa“.

Ma qual è l’oggetto del contendere? Premesso che il disegno di legge delega è una proposta che viene presentata dal governo al Parlamento per il normale iter di approvazione in cui, teoricamente, i parlamentari potrebbero modificare il testo, va anche detto che la tagliola del voto di fiducia costituisce una grossa menomazione all’azione dei parlamentari. Nelle ultime settimane, tutte le leggi delega all’esame del Parlamento sono passate con la fiducia. Quindi, nel clima attuale, se ci fosse qualcosa da obiettare, sarebbe bene farlo da subito in Consiglio dei ministri. E così è stato.

La bozza dell’articolo 7 del DdL circolata nel pomeriggio prevede due commi: il primo finalizzato alla caccia agli immobili “fantasma”, attraverso non meglio definiti “strumenti da porre a disposizione dei Comuni e dell’Agenzia delle entrate”. Il secondo è quello più controverso, mira infatti a “un’integrazione delle informazioni presenti nel catasto dei fabbricati”. Quali sarebbero queste informazioni?

  1. Il relativo valore patrimoniale;
  2. Una rendita attualizzata in base ai valori normali espressi dal mercato;

Tali valori sarebbero poi soggetti a “meccanismi di adeguamento periodico in relazione alla modificazione delle condizioni del mercato”.

Infine, si prevede che tali informazioni “non siano utilizzate per la determinazione della base imponibile di tributi la cui applicazione si fonda sulle risultanze catastali”.

Il commento è duplice, nel metodo e nel merito.

Nel metodo, non si capisce come sia possibile definire un disegno di legge delega di questa importanza attraverso un passaggio lampo in CdM, dopo che le Commissioni parlamentari competenti sono state occupate per 6 mesi per licenziare un documento conclusivo che avrebbe dovuto costituire la linea guida del DdL, dove invece si introduce un tema volutamente ignorato dal documento parlamentare.

Nel merito, Draghi e Franco dovrebbero spiegare a cosa dovrebbero servire queste informazioni? A compilare le statistiche di qualche ufficio studi? Non possono essere valori “ornamentali” buoni solo per dire che il sistema è “moderno”. È la tesi esposta dall’ex ministro Vincenzo Visco qualche giorno fa. Se tali valori non servono come base imponibile, allora a cosa servono?

“Se non servono a niente, servono a qualcos’altro” sarebbe la logica conclusione.

Ipotizziamo che, dopo mesi di paure e angoscia permanente che hanno annichilito il Paese, Draghi presuma di poter viaggiare in totale sicurezza col pilota automatico fornitogli da Bruxelles e Francoforte, ma ultimamente non sta nemmeno occupandosi di salvare le apparenze.

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