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Fisco

Il ceto medio è il bancomat del fisco

Come riformare davvero il fisco? Il corsivo di Gianluca Zappa

 

È di pochi giorni fa la pubblicazione delle statistiche relative alle dichiarazione dei redditi del 2022, riguardanti l’anno d’imposta 2021 per le persone fisiche.

Dall’analisi dei dati, rielaborati e curati dall’Istituto “Itinerari Previdenziali“, emerge una situazione che non sembra certamente riferita ad un paese membro del G7 e con un’economica considerata tra le più avanzate del mondo.

I dati vanno interpretati, ma lascia poco spazio all’immaginazione una realtà dove, su oltre 41.000.000 di contribuenti dichiaranti:

  • 8,8 milioni di persone dichiara tra 0 e 7.500 euro lordi;
  • 7,8 milioni di persone dichiara tra 7.500 e 15.000 euro lordi;
  • solo 7,7 milioni di persone dichiara piu’ di 35.000 euro lordi;
  • solo 2,5 milioni di persone dichiara piu’ di 50.000 euro lordi.

L’Italia quindi è un paese dove il 40% dei contribuenti IRPEF dichiara meno di 15.000 euro lordi, dove solo il 14% dichiara più di 35.000 euro lordi accollandosi il 62% di tutta l’IRPEF, un paese dove per esser considerati benestanti dal fisco è sufficiente dichiarare un reddito superiore a 50.000 lordi.

Basta però guardarsi attorno ed osservare il tenore di vita medio degli Italiani per capire che i dati pubblicati mostrano una situazione a dir poco anomala, con un’attività economica sommersa restia ad emergere e che genera ampia evasione, di un sistema fiscale iniquo che considera il ceto medio alla sorta di un bancomat da utilizzare per sostenere il sistema.

L’evasore, al contrario, oltre che non pagare tasse usufruisce di tutta una serie di agevolazioni e sussidi spesso concessi senza verificarne l’effettiva necessità, scaricandone tutto il costo sulla collettività.

La domanda da porsi è la seguente: è sostenibile, accettabile ed eticamente tollerabile un sistema fiscale che colpisce in maniera così pesante il ceto medio, che viene sempre più schiacciato verso il basso, consentendo ad una così larga fascia della popolazione di essere sostanzialmente fiscalmente invisibile?

Stando ai dati pubblicati emerge chiaramente come il nostro sistema fiscale sia completamente da riformare, da semplificare e da rendere comprensibile, più equo e attento alle dinamiche sociali.

Tipico esempio è la necessaria razionalizzazione delle circa 600 “tax expenditure” (ossia la selva di deduzioni e detrazioni usufruibili per ridurre il carico fiscale in dichiarazione dei redditi) che costano allo Stato circa 156 miliardi di euro all’anno.

Per una vera riforma delle “tax expenditure” occorrerebbe cambiare prospettiva: invece di decidere quali eliminare bisognerebbe invece decidere quali mantenere, individuando alcune tematiche degne di sostegno e da potenziare, tipo la casa, la famiglia, la salute, la previdenza complementare, l’istruzione e la formazione, l’assistenza ed il sostegno agli anziani ed alle fasce deboli, eliminando tutte le altre ed utilizzando il risparmio ottenuto per una riduzione significativa delle aliquote fiscali.

Il governo, con la legge delega di riforma fiscale, è chiamato ad intervenire sugli squilibri di un fisco che ha fallito nella sua missione, quella di essere comprensibile e non oppressivo, ma equilibrato nel richiedere risorse ai cittadini individuando la capacità contributiva occultata a vantaggio di tutta la collettività ed in particolare del tartassato ceto medio. Vedremo.

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