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C’è un elefante nella stanza del governo: i crediti di imposta. Ecco perché

Bce

Solo la circolazione trasforma i crediti di imposta da beneficio sulla carta a moneta sonante. Che cosa farà il governo Meloni? L’analisi di Giuseppe Liturri

C’è un elefante nella stanza del governo. E non è la legge di bilancio, ma i crediti di imposta. Tutti, sia quelli in gran parte relativi ai bonus edilizi, ereditati dai governi Conte 2 e Draghi, che quelli appena concepiti per il mese di dicembre e per il primo trimestre 2023 per mitigare l’impatto dei costi dell’energia sulle imprese.

Sono più importanti della legge di bilancio per un semplice motivo: le cifre in discussione sono molto più elevate e quindi altrettanto importante l’impatto sull’economia del Paese.

Ci sarà tempo e modo per discutere di tutti i dettagli della legge di bilancio durante le prossime settimane. Ma si tratterà, appunto, di dettagli. Importanti sotto l’aspetto redistributivo tra i diversi settori e categorie, ma il saldo netto non potrà cambiare e sarà sempre quel 4,5% di deficit/PIL, già ufficiosamente accettato dalla Commissione.

Questa manovra dispone poco più di 30 miliardi di nuove misure, finanziandole per 21 miliardi in deficit (aumentando il deficit/PIL tendenziale da 3,4% a 4,5%) e per la restante parte attraverso la solita partita di giro di aumento di altre tasse o tagli di spese.

I crediti di imposta maturati al 31 ottobre, solo col superbonus, sono pari a 42 miliardi per lavori conclusi che salgono a 60 miliardi osservando le detrazioni previste a fine lavori. I crediti di imposta per imprese energivore, gasivore e non energivore e gasivore, sono partiti nel primo trimestre e poi, a partire dal secondo trimestre, proseguiti con aliquote di agevolazione crescenti ed ampliando anche la platea dei beneficiari.

Non abbiamo dati sui crediti maturati, ma disponiamo degli stanziamenti man mano inseriti nei vari decreti “Aiuti”. L’ultimo trimestre 2022 vale circa 13 miliardi, all’incirca lo stesso valore per il primo trimestre 2023 appena inserito nella legge di bilancio. E siamo a circa 26 miliardi. Le stime per i primi tre trimestri del 2022 riportano altri 6 miliardi circa. Arriviamo quindi a benefici complessivi, per le sole imprese, pari a circa 32 miliardi. Poco più della legge di bilancio per l’intero 2023. Con l’essenziale differenza che queste sono somme teoricamente già disponibili per le imprese e già incluse nei saldi dell’indebitamento netto e del debito pubblico. Sommando i 32 miliardi dei crediti da bonus energia ai 60 da superbonus, arriviamo ad oltre 90 miliardi. Tre volte la legge di bilancio.

Oggi non sappiamo quanta parte di questi sia stata già compensata e quanta parte giaccia nei cassetti fiscali dei beneficiari o dei cessionari. Non sappiamo nemmeno quanta parte di queste somme sarà effettivamente compensata negli anni successivi o sarà definitivamente persa. I bonus a favore dell’energia hanno peraltro una “data di scadenza” ben più ravvicinata, fissata al 30 giugno 2023 per quelli del secondo semestre 2022 ed al 31 dicembre 2023 per quelli del primo trimestre 2023.

Come già illustrato a proposito del superbonus e degli altri bonus dell’edilizia, l’effettiva fruibilità del beneficio per il contribuente è decisivamente condizionata dalla propria capienza fiscale, cioè dalla disponibilità di debiti verso il fisco da opporre in compensazione. Entra così in scena lo strumento della cessione (e sconto in fattura per il superbonus), che oggi la legge consente una sola volta a favore di qualsiasi altro soggetto ed altre due volte solo a favore di soggetti bancari, con possibilità di una quarta cessione a favore di clienti con partita IVA della banca.

Ora è un fatto oggettivamente ineludibile e banale che, senza capienza fiscale, solo la circolazione di questi crediti li trasforma da beneficio sulla carta a moneta sonante. E ci può essere un mercato solo se ci sono compratori. E questi ultimi esistono solo se ci sono ragionevoli probabilità di compensare in proprio quei crediti fiscali o trovare altri compratori. Limitare la circolazione li rende carta straccia.

Inutile girarci intorno e meglio chiamare le cose col loro nome. Con la saturazione della capienza fiscale del settore bancario (pari a circa 16 miliardi) e con la progressiva saturazione fiscale degli altri soggetti privati, la circolazione di questi crediti aumenterebbe sicuramente la probabilità di compensazione, ma avverrebbe perlopiù sotto forma di strumento accettato volontariamente come liberatorio di un’obbligazione di pagamento.

Senza oneri aggiuntivi per lo Stato, in quanto il sottostante credito di imposta è già incluso nel debito e nel deficit e, anzi, circolando senza che avvenga mai la compensazione, si allieverebbe l’onere per lo Stato in termini di cassa.

Chiamatelo moneta, Pippo o Sesterzio, qui ciò che conta è trasformare 90 miliardi di benefici già concessi da promesse a realtà. Sappiamo che la Bce e Bankitalia lo vedono come il fumo negli occhi, sappiamo le perplessità (di natura contabile) di Eurostat. Ma qui si gioca la capacità del governo di Giorgia Meloni di liberarsi di vincoli, scartare gli ostacoli e trasformare carta in liquidità. Hic Rhodus, hic salta.

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